L’album dei ricordi, Ezio Roncaglia: cuofini…e…fimmin’i barracca ! (1 parte)

cuofini

A cura di Massimo Ristuccia

Ezio Roncaglia

CUOFINI…e…FIMMIN’I BARRACCA!

(1 parte)

La ditta Geoffray e Jacquet fu fondata a Lyon (Francia) nel 1860.

I due soci erano cognati.

Il Sig. Geoffray aveva una formazione umanistica, ma era costituzionalmente dotato di senso degli affari.

Il Sig. Jacquet aveva invece una formazione più tecnico-scientifica, ma visceralmente vocato a vivere…”en amateur”, in costante debito di senso pratico e (visto nell’ottica societaria) con pericolose derive di carattere hobbistico. Dopo poco più di 10 anni dalla sua fondazione, la Geoffray e Jacquet istituisce a Canneto Lipari una sorta di “agenzia” per la raccolta e l’acquisto, sull’isola, della Pomice in pezzi che, allora, veniva utilizzata, soprattutto nei mercati del nord Europa, in grossissime quantità. Non ho notizia di chi fosse e come si chiamasse il primo dipendente inviato sull’isola: so, per certo, che deve essersi trattato di un…..missionario.

Spesso ma ha incuriosito pensare a come avvenivano le comunicazioni tra le persone…

Non va dimenticato, infatti, che si trattava di comunicazioni che, sovente, comportavano riflettevano e includevano e concludevano….interessi tutt’altro che trascurabili.!

Erano anni in cui la Pomice muoveva corposi volumi, essenzialmente di pomice in pezzi.

Probabilmente, le produzioni di polveri e granelli non c’erano ancora.

O, forse, si producevano piccole quantità di polvere di grana grossolana, da lapillo essiccato al sole, ai piedi delle taglie, con l’uso di piccoli buratti a mano, o magari soltanto di arcaici canali in legno il cui fondo era costituito da una rete metallica.

Le mai abbastanza celebrate qualità di abrasivo morbido della Pomice, la rendevano il prodotto ideale per un grande numero di applicazioni manuali che la società artigiana del tempo praticava estesamente.

Applicazioni tutte che, in poco più (per alcune potrei quasi dire poco meno) di mezzo secolo, sono state letteralmente cancellate dall’arrembante piccola industria, dalla globalizzazione di metodi e procedimenti costanti e predefiniti e, infine, più spacciatamente ed impietosamente per la Pomice in pezzi, dimensioni, sagome e…morfologia, predeterminate.

La schiera dei cavatori doveva essere imponente, perché i quantitativi di Pomice in pezzi che sostavano a Lipari anche per dieci giorni consecutivi per caricare la Pomice in pezzi, a destinazione di porti russi.

Le operazioni di carico avvenivano con la nave ancorata in rada il più vicino possibile alla spiaggia.

Io vorrei che qualcuno, insieme a me, si concedesse la struggente emozione di immaginare lo spettacolo meraviglioso di queste navi imponenti, maestose ingombranti che – in forza del loro impianto velico ed unicamente grazie alla perizia dell’equipaggio, fatta di esperienza, forza fisica ed intelligente agilità – riuscivano a manovrare fino a collocarsi nella posizione ed alla distanza più favorevoli e predeterminate.

E poi c’era il via vai di barche che portavano sottobordo delle grosse ceste (strisce di canne e salici intrecciati da artigiani locali) dette “Cuofini” colme di Pomice in pezzi.

 

Per pura pignoleria voglio dire che i “cuofini” della Pomice avevano qualche caratteristica e qualche pretesa in più di quelli, omologhi, che si usavano in campagna.

I “cuofini” contadini erano prodotti con la stessa, libera filosofia (quasi fantasiosa) che presiedeva la produzione dei “cannistri”: non c’era, cioè una grande rigidità nelle misure e, quindi, la loro capacità non era legata ad alcuno standard omologato.

I “cuofini” della Pomice, invece, avevano abitualmente due misure (cuofini e cofinieddu) rigorosamente multiple: infatti, la capacità virtuale di un “coufinu” corrispondeva a quella di 2,5 (due e mezzo) “cofinieddi”.

Voglio aggiungere (ma questa è una pignoleria che rischia di valermi… un supplemento di noia di chi legge) che quanto ho appena finito di narrare è stato vero fino ad un certo punto. Più precisamente fino ad un certo tempo.

In anni già più recenti (forse tra il 20 ed il 35), i contadini si dotarono di un “cuofinu” a misura quasi fissa, con capacità pressochè costante, subito elevato ad unità di misura.