di Sandro Casano ( medico in Pantelleria, appassionato di storia locale e del confino politico)
Novantacinque anni fa, l’11 luglio del 1930, in pieno regime fascista, da un piccolo aereo che sorvolava Milano furono lanciati sopra piazza Duomo 150 mila volantini colorati che inneggiavano alla libertà e che portavano la firma di “Giustizia e Libertà”, il movimento politico che vide fra i suoi fondatori i fratelli Rosselli, Carlo e Nello. Quella mattina alle ore 11 l’aereo, un monomotore Farman F200, prese il volo da Lodrino, un paesino in Canton Ticino, con il suo carico di manifestini con cui si voleva sfidare la dittatura del regime di Mussolini e invitare gli italiani a ribellarsi. A bordo c’erano due esuli, Giovanni Bassanesi che pilotava l’aereo e Gioacchino Dolci che materialmente lanciò i manifestini su piazza Duomo e sulle volte della galleria Vittorio Emanuele. Con quella iniziativa, che era un atto politico, si invitavano gli italiani a “Insorgere! per Risorgere!”.

Per il regime fu una grande beffa: un aereo era arrivato tranquillamente e indisturbato sul cielo di Milano senza nessun controllo e si dimostrava così che il regime non era invulnerabile. “Siamo a trecento metri di altezza – dirà dopo tanti anni Gioacchino Dolci ad una televisione Svizzera – sorvoliamo il Duomo: lancio gli ultimi pacchi. Scorgo sulla piazza numerosi gruppi che gesticolano.. le nuvolette multicolori scendono sempre, sparpagliandosi ovunque”. Ma chi era Gioacchino Dolci? Classe 1904, era nato a Roma l’8 agosto. In una nota informativa della Prefettura c’era scritto che era “un attentatore; repubblicano; pericoloso; fuoriuscito Francia; iscritto al bollettino di frontiera”. Era alto m. 1,65, di corporatura esile con capelli castani, lisci e folti. Era residente a Roma e di mestiere faceva il disegnatore. All’età di 22 anni, con un’ordinanza del 4 dicembre del 1926 della commissione provinciale di Roma, essendo ritenuto un elemento pericoloso per l’ordine nazionale dello Stato, il regime fascista lo mandò al confino di polizia per cinque anni nell’isola di Ustica. Qui conobbe e frequentò la casa dove abitava Antonio Gramsci in via Sindaco I, diventò assistente dell’ingegner Amadeo Bordiga che organizzava la scuola per i tanti confinati e conobbe per la prima volta Carlo Rosselli. I due si ritroveranno dopo alcuni mesi al confino nell’isola di Lipari dove erano stati trasferiti.

A Lipari Gioacchino Dolci abitava in vico Sant’Antonio nella zona di Marina Corta, mentre Rosselli con la moglie Marion abitava in una casa in vico Diana. Tra i due nacque una forte amicizia tanto è vero che ogni mattina alle 8 Dolci era già nell’abitazione dei Rosselli. Lì, in quella casa, al numero civico 23 che oggi è ricordata con una targa, Carlo lavorò e scrisse il “Socialismo Liberale” e quella abitazione era sempre frequentata da altri confinati che allora erano relegati a Lipari: Ferruccio Parri, Francesco Fausto Nitti, Emilio Lussu. Questi ultimi due abitavano nel vicolo Sparviero. Erano le strade, insieme alle vie Zinzolo e Vitale, che facevano parte dei vicoli dove erano alloggiati i confinati che oggi rimangono vicoli stretti e suggestivi, tappe di memoria storica antifascista. In quegli anni Carlo Rosselli, Nitti e Lussu pensano alla fuga da Lipari. Hanno gli appoggi all’estero, specie in Francia, dove ci sono altri esuli che fanno parte della Concentrazione Antifascista: Filippo Turati, Gaetano Salvemini, Sandro Pertini, Pietro Nenni e il giornalista del Corriere della Sera Alberto Tarchiani. Cominciarono a studiare nel dettaglio un piano di fuga anche servendosi di Marion, la moglie inglese di Carlo, che porta e fa recapitare all’estero i messaggi e i piani elaborati dal marito e scritti con l’inchiostro simpatico per sfuggire ai controlli della censura della polizia di Lipari.

Anche Gioacchino Dolci lavorò con Carlo per la fuga, lui fra l’altro era un bravo disegnatore e conosceva molto bene la costa liparota con le sue insenature, con gli scogli e le correnti. Nel novembre del 1928 c’era stato un primo tentativo di fuga ma che era andato a vuoto a causa del maltempo e di un motoscafo che aveva avuto dei problemi al motore. Intanto nel dicembre del 1927 fu firmato da Mussolini un provvedimento con cui venne ridotto da cinque a due anni il periodo di confino a Dolci e così lui lasciò Lipari nel dicembre del 1928 e ritornò a Roma. Gioacchino Dolci, il cui nome di battaglia era Caio, nonostante la sorveglianza a cui era stato sottoposto da parte della polizia si trasferì a La Spezia e da lì sparì. Per la polizia diventò un fantasma che si sposta, viaggia e con dei documenti falsi arrivò a Parigi dove prese contatti con gli esuli antifascisti.
Nella capitale francese da Gaetano Salvemini e Alberto Tarchiani, fu dato l’incarico a Dolci di prendere nelle mani il piano per organizzare la fuga da Lipari di Carlo Rosselli, Lussu e di Nitti.. Fu comprato un nuovo motoscafo il Dream V. La base operativa era a Tunisi, da lì partì il veloce motoscafo il 26 luglio del 1929 diretto a Lipari. Sul motoscafo c’erano al timone il comandante Italo Oxilia, il motorista Paul Vanin e Gioacchino Dolci che conosceva molto bene le coste di Lipari. Loro presero a bordo i tre fuggitivi e durante la notte tra il 27 e 28 luglio del 1929 ripresero a navigare a forte velocità verso la Tunisia. Per il regime la fuga dei tre fu un colpo molto duro, tanto è vero che la notizia alla stampa fu data dopo parecchi giorni e furono avviate subito delle indagini per individuare le falle nel sistema di sicurezza. I tre evasi intanto erano arrivati a Tunisi e il loro obiettivo era quello di raggiungere la Francia per ricongiungersi con gli altri esuli e per organizzare la resistenza contro il fascismo.
I tre il 30 luglio del ’29 da Biserta, insieme a Dolci e a Tarchiani, con un biglietto collettivo si imbarcarono su una nave diretti a Marsiglia. Dopo un giorno arrivarono a Parigi da uomini liberi che avevano beffato il fascismo. Ad accoglierli in terra francese i giornalisti di mezzo mondo e con loro c’erano Salvemini, Turati, Modigliani e Treves, e con questi e con tanti altri esuli, Carlo Rosselli, Emilio Lussu e Fausto Nitti diedero vita dopo qualche settimana al movimento “Giustizia e Libertà”, un raggruppamento che aveva come obiettivo di riunire le forze antifasciste all’estero per combattere contro la dittatura. Del nuovo movimento fu proprio Gioacchino Dolci a disegnare il simbolo dell’organizzazione: una fiamma con nel mezzo le sigle G e L. Indubbiamente la fuga da Lipari del luglio del 1929 e, l’anno successivo, il volo per la libertà su Milano furono due eventi altamente simbolici nella storia dell’antifascismo, furono tra gli episodi più celebri della resistenza contro la dittatura mussoliniana degli anni venti.

Sul volo per la libertà, di cui oggi ricorre il 95° anniversario, abbiamo sentito la figlia di Dolci, Antonia, che vive a Stoccolma che ci ha detto: “E´ stato commovente per me scoprire 3 anni fa come resta viva a Lodrino la memoria del volo su Milano di Bassanesi, dopo quasi 100 anni!. Mio padre – ci ha detto la signora Dolci – parlava spesso con noi delle sue imprese, di cui era orgoglioso, con la sua radicata modestia e il senso dell’umorismo che mettevano in risalto anche gli aspetti comici. Nel volo su Milano non mancava un lieve spunto goliardico, erano giovani tutti e due e l’esperienza di volo di mio padre era scarsissima. Papà raccontava che appena atterrati a Lodrino (e insinuava che forse Bassanesi aveva sbagliato rotta e perciò era sfuggito agli aerei fascisti che lo inseguivano), – racconta ancora Antonia Dolci – Bassanesi, esaltato dal successo voleva continuare immediatamente il volo verso Parigi e ripetervi il lancio ma mio padre non volle, tra l’altro doveva mantenere l’anonimato per non compromettere ‘Giustizia e Libertà’ in cui era attivo. Ed infatti per molti anni non venne mai fatto il suo nome”. Oggi il ricordo di Gioacchino Dolci e le sue imprese per la libertà restano sempre vive. Dolci morì a Pisa all’età di 87 anni l’11 marzo del 1991.











