
Da Gente delle Eolie – Aldo Natoli editore
Un frate che fa storia
P. Agostino da Giardini
Intendiamoci. Non è che sia lui che faccia la storia nel senso che nutra velleità di emergere come personaggio del momento. Tutt’altro Vogliamo solo dire che fa storia perché è tutto dedito alla ricerca, scrive di storia e riesuma dalle vecchie scartoffie d’archivio, puntando di preferenza sugli ultimi tre secoli e il primo scorcio del nostro Novecento, particolari momenti e interessanti figure dell’antichità liparitana.
Quanto a sè, ai fumi della notorietà e alle personali ambizioni, non se ne dà pensiero; e se, puta caso, gli venisse qualche spocchia di vanità, saprebbe be ne lui come contenerla e farla rientrare.
Chi può dire di conoscerlo veramente e integralmente Padre Agostino? I nostri emigrati – quelli almeno d’una certa età- ignorano affatto se esista in paese un monaco di tal nome. Dei Liparoti residenti moltissimi sono quelli che di lui ritengono di sapere tutto, «vita e miracoli», passato e presente. Sanno persino che scrive libri. Ma in verità son ben pochi coloro che, da cinque anni a questa parte, possono giurare di averlo incontrato una volta o soltanto veduto circolare per le vie del centro.
Una testa ben fatta, barba foltissima qua e là chiazzata di grigio, occhio vivo e acutissimo, corporatura tutta d’un pezzo, dalla sagoma indistinta – inguainato com’è nell’abbondevole saio francescano -, P. Agostino lo si può vedere aggirarsi per la contrada di Marina San Nicolò (è l’attuale Francesco Crispi, ma a noi piace chiamarla cosi, col suo classico nome, vecchio di seicent’anni), o rintanato nello studiolo della sua canonica in S. Maria di Porto Salvo. Nelle ore di punta, chi vuole può scovarlo trai fornelli della cucina del convento, del grazioso convento settecentesco là in mezzo alla selva di lapidi del nostro cimitero. Sì, perché P. Agostino, benchè sia uomo di penna e ricopra le cariche di vicario foraneo per l’isola di Salina e di presidente del Tribunale Ecclesiastico diocesano, non disdegna di cingere i lombi col turchino grembiule di cuciniere a servizio della comunità cappuccina locale che non conta più di due o tre frati in tutto. Un’altra bella istituzione fra le tante che rischiano – ahimè- dì scomparire !
E P. Agostino il classico tipo del monaco all’antica, di quelli, vogliamo dire, che, una volta detto il «si», s’intruppavano decisi e risoluti intraprendendo una via -una sola e senza ritorno – lastricata di tutte le sante e ferree virtù proprie della vita claustrale.
Di codesto frate noi vogliamo parlare non per tessere I’elogio del suo monachesimo, peraltro ammirevolissimo, bensi perché riteniamo che i Liparoti abbiano sufficienti ragioni per conoscerlo meglio, per scrutare più a fondo nella sua personalità e per ricordare che nei confronti di lui il nostro paese tiene sospeso – ci sia consentito di dirlo- un qualche debito di gratitudine.
Gratitudine di che? Se non altro, del fatto che egli, dopo l’opera globale e sommaria, e pur essa assai valida, di Leopoldo Zagami, ci ha, per cosi dire, introdotto al gusto del particolare, al piacere della scoperta di quei minuti dettagli, aspetti, accadimenti e personaggi del nostro passato, i quali giacevano sepolti nell’oblío o di cui si avevano, a livello di conoscenza comune, soltanto vaghe ed imprecise informazioni.
Agostino ha un «prima» e un «poi» della sua esistenza; nella sua persnalità, pur limpida e scevra di complessi, due opposte vite si sommano integrandosi. Quello che per ognuno di noi costituisce lo spartiacque teorico del ciclo esistenziale, il famoso «mezzo del cammin di nostra vita», fu per lui il decisivo momento di un’autentica palingenesi, della trasformazione radicale.
Ora conta sessantadue primavere, ma è bene sapere che egli celebrò messa solo a trantasei anni quando già aveva accumulato nel mondo un bel mucchio di esperienze non sempre allegre.
Primo di dieci figli, nacque a Giardini il 6 di novembre del 1914. Il tempo della grande guerra, dunque, e del caotico dopoguerra. «Ebbi cosi ci ha confidato – sin dai teneri anni la vocazione al sacerdozio, ma le ristrettezze economiche della famiglia, specie in quegli anni tristissimi, non mi consentirono di coltivarla maturarla”.
A vent’anni perciò si arruola nella Regia Marina, risiede per qualche tempo a Taranto e poi s’imbarca sul cacciatorpediniere «Maestrale». Cosi il giovane marinaio Nino Lo Cascio (questo è il nome anagrafico di P. Agostino) impara a conoscere il mondo: visita la Grecia, il Principato di Monaco, la colonia di Libia, la Spagna, il Marocco e molte città costiere d’Italia. Nel ’36 partecipa alla guerra di Spagna facendo capo ad una base navale delle Baleari.
Insofferente della vita militare si congeda nel ’37 e, tanto per campare e dar sfogo al suo estro, peraltro non ancora ben individuato, si trasferisce a Roma dove lavora in un modesto ufficio e dedica le ore libere a perfezionare le sue doti di chitarrista. Viene ingaggiato dall’orchestrina dei dipendenti del Governatorato di Roma e, sempre al seguito del medesimo «clan», si esibisce pio volte alla Rai.
«Ma il mio chiodo fisso ci dichiara ancora P. Agostino era quello di volermi dedicare interamente al Signore». Ci furono i primi approcci con i Cappuccini della Capitale perché lo accogliessero in Religione; e qualche rosea speranza si profilava di già quando scoppiò la seconda guerra mondiale che lo riassorbì nei ranghi delle forze di mare. Nino Lo Cascio, richiamato, fu assegnato a Marina di Augusta col grado di secondo capo segnalatore. Anche per lui, come per tanti altri, la guerra si concluse con la prigionia in un campo inglese. Trentun anni suonati ! Ma il suo grande ideale non si era per nulla eclissato.
Torna a bussare alla porta del convento – stavolta a quello della natia Giardini -, è accolto e avviato agli studi in diversi noviziati di Sicilia. Infine si ritrova a Messina a seguire il corso di teologia.
II 10 settembre 1950 frate Agostino è come leggiamo in un suo appunto «misticamente rinato al sacerdozio eterno». A conferirgli l’ordine sacro fu l’allora vescovo di Lipari Mons. Bernardino Re il quale, allorché P. Agostino, nel 1956, venne destinato nella nostra isola con le funzioni di guardiano, lo nominò parroco nella chiesa di Porto Salvo.
Quando sbarcò alla banchina di Sottomonastero, gli astanti con non poca sorpresa notarono che del personale bagaglio del frate faceva parte l’inseparabile chitarra. Fu praticamente a Lipari che P. Agostino concluse il suo ormai lungo vagabondaggio. Qui tirò le somme della vita trascorsa e s’apprestò a puntualizzare un programma di massima per il suo futuro. Fu a Lipari che, nell’ansia lodevole di riordinare e di approfondire tutta quella congerie di acquisizioni culturali recepite qua e là e in moduli non sempre organici, scoprì il suo nuovo «hobby» – non come pretesto di evasione, si badi, ma come stimolo del pensiero -, la passione per la storia. Lipari, insomma, checché si dica dell’isolamento culturale e della vita angusta e noiosa del nostro ambiente, gli offrì buon terreno per mettere a profitto le sue attitudini, la sua naturale curiosità e la sua istintiva urgenza di sapere, e di sapere di più e meglio.
Dopo sei anni di serena concentrazione, nel 1962 P. Agostino dà alle stampe il suo primo saggio «I Frati Minori Cappuccini di Lipari, da tempo esaurito e tuttavia ancora insistentemente richiesto. Da questa pubblicazione prende l’avvio una preziosa collana di cinque monografie «cappuccine» la quale onora la Provincia serafica di Messina. Di esse ricordiamo, perché ci riguarda da vicino, «Padre Felice Fenech da Lipari» (1967) e, per il suo più vasto respiro storico, «L’Abate Salvatore Cacciola – Sua attività Religiosa e politica nel periodo risorgimentale – 1811/1867». Tutti agili «ritratti» cosi li definisce Giuseppe Pellegrino «tracciati ex veritate e con intelletto d’amore».
Spirito irrequieto, P. Agostino nel ’70 volle cimentarsi nel genere del romanzo di quello moderno, piuttosto “impegnato” proponendo “Scarpe chiodate” che, in verità, non ebbe il successo sperato. Cosi lo scrittore ebbe il buon senso di tornare a seguire il filone a lui congeniale, quello della monografia storica, e pubblicò nel ’75 I’interessante “Due saggi di storia liparitana” che contiene il “Liparitanum cicer” e la “Cattedrale al bivio'”: due vicende squisitamente locali di cui la prima ebbe, nel secolo XVIII, serie ripercussioni in Vaticano e tenne desta sul Regno di Sicilia l’attenzione delle più prestigiose cancellerie europee.
Lo scorso anno apparve il volume “ Madre Florenzia Profilio Fondatrice della Congregazione delle Suore Francescane dell’Immacolata Concezione di Lipari “, in cui trova collocazione una bella panoramica storica, ambientale e sociale, della Lipari tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento.
Mentre ci intratteniamo a conversare nel suo studio (siamo nei giorni immediatamente precedenti al Natale del ’76), egli sottopone alla nostra attenzione una pila di cartelle dattiloscritte. Trattasi dell’attesa vita di “Mons. Bernardino Salvatore Re Vescovo Cappuccino di Lipari” che con ogni probabilità leggeremo stampata nella prossima primavera. Un’altra biografia, dunque, tutta sugo di notizie antiche e recenti inseguite in molte e complesse direzioni, attinte a varie fonti e fissate li per sempre, che ti danno la sensazione di balzare indietro nel tempo.
Furtivamente prendiamo un appunto dai primi fogli (son quelli, crediamo, della prefazione): una vita, quella del Vescovo Re, «dalla quale emerge per riflesso quella che fu anche la nostra condizione di vita nel non più recente lungo passato in cui trovarono spazio il “ventennio”, una guerra, il dopoguerra e il “miracolo” della ripresa. Tutti, più o meno, ci riconosceremo in queste pagine tutti coinvolti, presenti, “raccontati”. Sarà come un recupero di frammenti personali da un mare di tempo che fu pure il nostro tempo».
Per questo ci è simpatico incontrarci con P. Agostino, perché egli ci ha aperto molteplici spiragli all’esplorazione del passato di questo piccolo lembo di terra che è la Lipari nostra, di questo ‘microcosmo’, vogliamo dire, che, appunto perché minuscolo e corazzato della sua insularità”, presenta, costantemente affiorante, una linea di storia specifica, tutta sua, personalissima”.
Ci congediamo li, accanto al suo scrittoio, col caro frate cappuccino mentre egli con la sinistra tira fuori dal cassetto una carpetta su cui fa spicco un titolo bizzarro «’U ‘ngiuriu» dal sottotitolo “dizionarietto di epiteti nelle aree di Lipari e di Giardini'”. Non insistiamo nelle domande e preferiamo lasciarlo solo ad inseguire i fantasmi della sua inventiva. Fra mezz’ora, del resto, (e le mezz’ore per lui contano !) ha da recarsi in chiesa per la scuola di canto corale ai ragazzi. Nel corridoio siamo come investiti da un nugolo di bimbi, quelli dell’asilo parrocchiale. Un’altra opera – stavolta non d’inchiostro- voluta e realizzata dall’instancabile P. Agostino da Giardini.
Però i suoi pescatori di Marina San Nicolò non lo chiamano cosi. Lo intendono meglio con l’affettuoso appellativo di «’u patri parracu d’ ‘a Marina».











