di Giuseppe Iacolino
da “Gente delle Eolie” Aldo Natoli editore
Per due gibbie e un cancello: un “De profundis,,
In capo a diciott’anni un altro angolo suggestivo della vecchia Lipari è rimasto ulteriormente sfigurato. Anzi s’è trattato d’una demolizione integrale e irreversibile. S’era cominciato nel ’59 con I’abbattere i colli delle gibbie, e il 22 dicembre del decorso 1977 si finì col dare il colpo di grazia anche al cancello vescovile e alle due spallette ornate che lo sostenevano. Davanti alle imperiose esigenze del progresso ancora una volta chiniamo rassegnati la fronte anche se dentro avvertiamo un pizzico di cruccio e di scora mento ogniqualvolta il progresso lo vediamo avanzare preceduto, per farsi largo, dall’impietoso ariete della ruspa.
Come il dentista di famiglia il progresso. Rispettabilissima persona il dentista, sotto ogni riguardo. Ma è quel suo trapano invadente che ci scava sin dentro al midollo che ce lo rende odioso. Quando poi dalle pinze egli scuote nel catino il nostro dente cariato, noi lo seguiamo con occhio di pietà quel povero coso che ci lascia per sempre. Non è cosi? Ci pare d’essere stati privati – e privati con la violenza d’un frammento di noi stessi. Cosi è d’un muro, d’un rudere, d’un’informe anticaglia che nel loro picco lo hanno tuttavia contribuito a mantenere inalterati e la configurazione e l’equilibrio del nostro ambiente, han sostenuto la funzione di autentici «segni di lettura» del nostro paesaggio. Col trascorrere degli anni diventano cose che ci appartengono, che fan parte della nostra esistenza, e vedercele spazzar via d’un subito ci fa soffrire. In futuro, da parte di chi non sa e non ha mai visto nè le gibbie nè il cancello si dirà che ne è venuto fuori un perfetto ed efficiente raccordo stradale.
Per chi invece sa e ha veduto ci vorrà tempo perché l’occhio faccia l’abitudine alla nuova prospettiva, e pertanto li ci noterà costantemente lo squarcio e la ferita. Oramai a richiamarci alla mente la presenza dell’acqua di tanta acqua! in quel tratto del corso Vittorio, che è il cuore di Lipari, non rimane altro che un soffio di voce quando ci capiterà di dire ‘u Puzzu, e dovremmo sinceramente augurarci che domani non ci prenda la follia di sostituirlo codesto vecchio e familiare toponimo con un altro più congeniale alla cultura d’avanguardia. Con un Largo Fanfani, per esempio, o Piazza Berlinguer. ‘U Puzzu, dunque, e le gibbie.
E nel mazzo mettiamocelo pure il caro maestoso cancello anch’esso silenzioso testimone di cospicua parte della cronaca spicciola di casa nostra. Per coloro che han varcato la soglia dei trent’anni non riteniamo strettamente necessaria una commemorazione delle gibbie. Ognuno di noi anziani, al cospetto di quella breve sequenza di sussulti provocati dalla macchina infernale, se l’è fatta in cuor suo la commemorazione. Ma per i più giovani che certe cose non le han viste nè sperimentate o, a dir meglio, che sono nati e cresciuti nelle case fornite d’impianto idrico, d’autoclave e di rubinetteria cromata due parolette rievocative sentiamo che vale la pena di spenderle.
Due parolette si fa per dire. Perché nel suo insieme la storiella che vogliamo raccontarvi, amici Lettori, ci sta venendo cosi diffusa da dovervela proporre in due o tre riprese. Intanto cominciamo col chiarire che quei pozzi si dicevano gibbie perché erano (e per nostra fortuna sono ancora là, sotto il manto stradale. Potrebbero esserci utili in caso d’emergenza, vista l’inspiegabile ostinazione nel non voler condurre un serio programma di ricerche idriche nel nostro sottosuolo) due immensi serbatoi interrati, due smisurati cassoni in muratura. Gibbia in sostanza è l’equivalente di cubo. È la kaàba degli Arabi, il kóbos dei Greci.
Donde gli antichi derivarono una discreta proliferazione di parole: dal cubo alla cisti (vescica o sacco), alla cabina, alla gibsterna o cisterna e alla gibbia. Per estensione ma impropriamente il termine gibbia passò poi a designare anche il collo o bocca cilindrica della gibbia stessa. Da tempo immemorabile, e fino a qualche decennio dopo la guerra, ad ogni levar del sole specie nella calda stagione qui da noi oltremodo secca succedeva che il primo ansioso pensiero di gran parte dei Liparoti correva alle gibbie. Avanti ancora che si provvedesse al pane quotidiano era dell’acqua quotidiana che ci si preoccupava. Sui forni e sui panettieri le gibbie godevano d’incontrastata precedenza.
Con notevole anticipo e non senza qualche difficoltà uno contrattava col portatore, il quale aveva la sua personale dotazione di barili atti alla bisogna, e, più o meno puntualmente, entro le prime ore della mattinata l’approvvigionamento idrico familiare ti veniva assicurato. Chi tirava al risparmio ovviamente a fare acqua ci andava da sè con almeno due secchie o una capace bagnarola di zinco.
Ma quel po’ d’acqua che ti giungeva in casa era spesso il trofeo d’una sfibrante contesa, presupponeva e si lasciava alle spalle una vivace scenetta, assai singolare, immancabile preludio caratterizzante d’una qualsiasi giornata del centro cittadino di Lipari. E si svolgeva li la scenetta, in quel luminoso angolo di paese dov’eran le gibbie e dove c’era pure il cancello, al Pozzo.
Ore sei del mattino. Anche di pieno inverno.
Al corso Vittorio ancora assonnato dava il primo tocco di sveglia il cupo ma distinto parlottare degli scavatori che scendevano da Pianoconte per raggiungere Campobianco. Botteghe e tabaccherie del centro aprivano allora i battenti e ammettevano il primo nutrito scaglione della fedelissima clientela. A far eco a quelli, immediatamente sopraggiungevano i robusti portatori, poi le massaie spesso affiancate dai mariti e, infine, uno sciame di fanciulli. Tutti ad attingere acqua. Era un crescendo di saluti, di richiami, di colloqui casuali e spontanei cui via via si mesceva il cigolio delle carrucole, gli urti delle secchie, il traballare del le carrette e l’asfittico ansimare delle scassatissime pompe a mano,
A chi si soffermava a guardare con spirito pensoso non sfuggiva di certo l’essenziale sostrato di stenti e di sofferenza di quello spettacolo, ma l’ottimismo dei protagonisti era tale che t’induceva piuttosto a vedere nella vicenda una gradita aria di genuina freschezza.

Era dunque cosi che cominciava la sinfonia mattinale davanti alle gibbie. E, come in ogni sinfonia che si rispetti, non tardavano a emergere e ad imporsi i movimenti d’intensità, le cesure potentemente sonore, i momenti ricorrenti della tensione sostenuta. Poteva infatti succedere- e il caso non era infrequente- che l’ordine di precedenza venisse furbescamente eluso dal solito finto ingenuo, o che un guasto improvviso si verificasse nei congegni delle pompe, o che non fosse tempestivo l’intervento di don Vittorio Rosingana o di donn’Antonino Rodà o di Cristoforo Moneta. Era a quel punto che le voci dei singoli s’accendevano, s’agitavano, s’urtavano.
La coralità d’un subito si faceva animata, intensa, in una brusca e convulsa partecipazione delle femmine esasperate, degli uomini spazientiti, dei facchini con gli occhi fuori dell’orbite e pronti alla rissa. In quanto ai moccoli che piovendo a spruzzi contrappuntavano quegli attimi di babele popolana preferiamo sorvolare.
A far tornare gli animi entro gli argini della ragionevolezza soccorreva il perentorio “basta!” della guardia municipale di turno: don Santo Locoteta coi baffi brizzolati e foltissimi che pareva un gendarme prussiano e il mite Bartolo Giuliano, e l’ossuto quanto intransigente Peppino Saltalamacchia. Anche codesti personaggi, nel nostro ricordo, rimangono ancorati alle gibbie e al cancello, statue viventi collocate in quell’angolo della vecchia Lipari ormai risucchiato dal vortice del tempo.
Ore dieci. Catene e lucchetti alle due pompe, chiavistelli ai due coperchi zincati, una vistosa pozza tutt’intorno sul lastricato. Erano i chiari segni che l’operazione s’era felicemente conclusa. Cosi ogni mattina d’ogni santo giorno.
Era come un rito, quasi un’azione sacrale, dimostrativa del nostro endemico mal d’acqua e della pazienza e della tenacia della nostra brava gente per ovviargli, un atto di sfida al cielo perennemente stagnato d’azzurro, una insistita protesta alle rare avarissime nuvolette che indifferenti ci passavano sul capo puntando verso lidi lontani.
Era quello uno spettacolo che non poteva avere altra collocazione se non in quel proscenio, attorno alle gibbie, dirimpetto al cancello, in quel vasto e pittoresco teatro che si chiama ‘u chianu u Puzzu. Limitare solo a questa geremiade le nostre considerazioni non ci soddisfa per niente. Semmai potrebbe ritenersi che si sia detto abbastanza sotto un profilo puramente sentimentale dal momento che ogni angolino di paese che scompare è come un naturale supporto d’un mazzo di ricordi che ci viene meno, come un punto di forza d’una porzione delle nostre memorie che cede d’improvviso.
Il nostro fondamentale intento è un altro, più impegnativo e forse un po’ carico d’ambizione, quello di voler frugare la genesi e le vicissitudini di questo tratto di territorio che una volta fu ampia invasatura di mare, in seguito fu porto canale, poi squallida depressione melmosa, poi ancora un campo fertilissimo punteggiato d’innumerevoli bocche di pozzi, da San Pietro giù giù sino a Sottomonastero. Infine i nostri avi del Settecento li c’impiantarono le case tenendole a rispettosa distanza dalla zona più fitta dei pozzi di cui due o tre sussistono ancora.
Fu così che dall’invadenza delle fabbriche si salvò un settore di quella superficie. E rimase u Chianu û Puzzu.
Le gibbie, quelle di cui abbiamo parlato, furono scavate tra il 1779 e il 1789 per iniziativa del vescovo Giuseppe Coppola e pertanto esse non rappresentano che la più recente dimensione supplementare d’una lunghissima storia che si perde nella notte dei tempi.
Sarà proprio questa storia l’argomento di qualcuno dei nostri prossimi incontri, e intanto chiediamo venia se, a titolo di premessa, sulle gibbie e sul cancello abbiamo speso quattro chiacchiere lacrimose.
Volevamo recitare un doveroso ‘de profundis’. Tutto qui.










