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Home Lipara MMXXV

Lipara MMXXV : Giulietta non ringrazia

In collaborazione con la famiglia Iacolino e, grazie alla disponibilità dell’editore Aldo Natoli, una nuova rubrica del Giornale di Lipari . “Lipara MMXXV” ripercorre la storia delle Eolie attraverso gli studi e le memorie dell’indimenticato prof. Giuseppe Iacolino che grazie ai suoi libri resta un punto di riferimento per la cultura delle Isole Eolie.

GdL by GdL
25 Febbraio 2025
in Lipara MMXXV
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Lipara
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(Giulietta La Rosa, in una lettera del 1861 da Napoli a Lipari, deplora l’Unità d’Italia, auspicando il ritorno del Regno delle Due Sicilie. La lettera, ritrovata casualmente, rivela il risentimento di una famiglia napoletana per il nuovo ordine imposto dai Piemontesi).

Da Gente delle Eolie – Aldo Natoli editore

 

Ai margini della Storia Patria
Giulietta non ringrazia

Non ha proprio nessuno da ringraziare Giulietta, né Sua Maestà Vittorio, né il suo primo ministro Conte Benso, né il Generale Garibaldi con le fanatiche camicie rosse e i non meno fanatici picciotti di Sicilia. Tutti Piemontesi sono per Giulietta, o tirapiedi dei Piemontesi: tutti, liberali e democratici, illusi o profittatori; un’orda famelica che s’era abbattuta nel Sud e così aveva rotto l’equilibrio d’una beata atavica tranquillità: quella borbonica, s’intende, per quanto si voglia retriva e stagnante.

Certo è che Giulietta rifiuta il nuovo ordine imposto dai liberatori” e auspica il ritorno della tramontata monarchia di Ferdinando II e di Franceschiello. Dimenticavamo. Chi è Giulietta? Dobbiamo confessare che non lo sapevamo neppure noi fino al giorno in cui da un mucchietto di spazzatura non affiorò il suo gradito messaggio: un doppio foglio accuratamente ripiegato cosi da assumere le dimensioni d’un comune biglietto da visita. Poteva passare inosservato, ma c’era sulla superficie quel tanto di giallume secolare e, agli angoli, le tipiche corrosioni da lepisma che tradivano l’eccezionalità del reperto.
Firmato: Giulietta La Rosa.

Da Napoli, dov’erasi trasferita sei mesi avanti, essa scriveva al cugino Don Antonino Natoli La Rosa in Lipari. Data: 1S Settembre 1861. Unità d’Italia’” pensammo per una istintiva associazione d’idee. E dell’ Unità d’Italia” si trattava. Anzi, ad essere esatti, del rovescio della medaglia dell’Unità d’Italia.

Discendeva Giulietta da uno dei tanti ceppi La Rosa che in tempi diversi s’erano impiantati a Lipari. Nell’isola, di La Rosa se ne trovano già in pieno ‘600. Qualcuno nei primi del 700 si traferì a Patti, altri verso la fine del 700 giunsero da Milazzo. Tutti forniti di buona dose d’ingegno, e ci fu un tale che ne ebbe cosi tanto da incappare nelle maglie dell’Inquisizione.

A riprova di quanto diciamo vale la pena citarne almeno tre di La Rosa i cui nomi si leggono sui libri stampati. Ad una processione di “Atto di fede”, che si tenne a Palermo il 3 di aprile del 1737, tra gli altri penitenti inquisiti figura ” Francesco La Rosa, nativo di Lipari e abitante a Patti, di anni 61, familiare del diavolo a cui aveva fatta la
donazione dell’anima sua. Inoltre si arrogava la podestà di concedere le sante indulgenze, e insegnava proposizioni e blasfemie ereticali, apostatiche ed ereti che. Abiurò ‘de vehementi’ coll’abito di sambenito di mezza barra in atto pubblico di fede, alla frusta per le solite strade e poi recluso in locale ben visto al
S. Tribunale”.

Accipicchia! Neanche Giordano Bruno ne aveva fatte di cosi grosse.

Un Avv. Don Giuseppe La Rosa compose nel 1783 una “Pyrologia Topostoriografica dell ‘Isole di Lipari” che restò manoscritta e di cui della Curia Vescovile si conserva solo la quarta parte. Aveva in animo, nell’Archivio Don Giuseppe, di scrivere ancora un originale opuscolo, “Lettera istruttiva morale in cui si fa il discorso fisico e morale sopra le vere cause del terremoto, con porgere di rimedio per iscanzare li terrori che suole apportare a’ miseri mortali”. Benchè si dichiari “da Lipari “, don Giuseppe era invece oriundo di Milazzo.

Nella seconda metà dello scorso secolo un Avv. Antonino Natoli, La Rosa per linea femminile, fratello del vescovo Giovan Pietro Natoli (1890-1897), scoprì nell’Archivio del Comune di Lipari il prezioso Libro delle Corrie'”. Sarebbe costui, a quanto ci sembra di capire, il Don Antonino cugino di Giulietta e destinatario della sua missiva. Giulietta scriveva dunque sull’ Unità d’Italia’”. Succintamente e a modo suo, ben inteso; ma con quella carica di immediatezza che urge in chi si vede passare sotto il naso gli avvenimenti, li sperimenta a suo danno e ne soffre.

Ci fa piacere, intanto, saperla tra quei pochi privilegiati sudditi che sapessero leggere e scrivere, ove si pensi che il quoziente di analfabetismo, tra la popolazione siciliana al di sopra dei sei anni, ascendeva allora all’88,6% mentre la media italiana s’aggirava sul 74,7%. Ma per nulla ci sorprende trattandosi di una La Rosa -il fatto che Giulietta s’intendesse di politica, anzi vi partecipasse con certo accanimento sì da indurla a leggere i giornali, a ritagliarne qualche colonna e ad inviarla a Lipari per il cugino “Barba ect. ect. (sic!)” con cui lei, Giulietta, doveva essere in polemica per via del di lui attaccamento alla causa del re savoiardo.

Eccola qui la letterina di Giulietta con tutta la cornice di piccola cronaca e di graziosi convenevoli:

 

Caro Don Antonino,                                                                       Napoli 15 Set,e 1861
Acchiusi nella presente vi rimetto due fogli, i quali son belli a leggere, perché parlano senza passione per ora hò potuto avere questi due soli, con altro commodo ve ne rimetto più.
Dovete dire a D. na Angelina che io sono assai lagnata con essa, perché sono sei mesi che sono in questa e non è stata mai capace farmi due righe, questa è stata la sua affezzione.
Direte al nostro comune cugino Barba ect. ect. che le cose sono veramente intavolate, ma no per come li desidera lui; nei paesotti quia (sic!) vicino vi assicuro caro Cugino, vi è lo straggio dei innoccenti, qualche cinque o sei paesi sono stati incendiati dai piemontesi, ma questi si, ogni giorno hanno la peggio dai briganti che chiamano loro, ma non sono briganti, è truppa organizzata, e uomini d’onore.
L’altro ieri son ritornati da Torino l’ex Comandante di cotesta piazza, D. Giovanni Canale, e Domenico Pirera, ieri sono partiti per Messina, sono stati in battaglia adesso li è toccato il ritiro.

Bacerete da mia parte la mano a vostra Mammà mia Zia, e le dite che le raccomando a Schiavuzzo, mentre stò scrivendo, che sono le ore due di notte, ed hò sopra il tavolino e mi sta guardando scrivere il mio grazioso cane, l quale si chiama Titillo, ed è più piccolo di Schiavuzzo

Saluto D.n Giovampietro e D.na Angelina. Mammà prattica l’istesso, ed io abbracciandovi caramente, sono.
Vostra Affe. ma Sorella
Cugina Giulietta La Rosa 

A tergo: Al Sig.r D.n Antonino Natoli e La Rosa in Lipari

Non possiamo dire che Giulietta manchi di giudizio, e neanche di fantasia. Quello stragio dei innoccenti” non è esagerazione o vana retorica, ma immagine di vigoroso rilievo atta a rappresentare una tragica realtà. La guerra è sempre guerra, anche quando la fa Garibaldi o il re Vittorio. Ma Giulietta non ha peli sulla lingua e dice pane al pane e vino al vino. E se avesse dovuto parlare esclusivamente della “redenzione d’ltalia’”, sarebbe stata in grado di anticipare la intera sfilza di etichette che a quel fenomeno avrebbero poi affibbiato parlamentari, storici e polemisti: risorgimento strozzato'” l’avrebbe detto, rivoluzione tra dita’”, piemontesizzazione”, “ultima calata dei barbari”.

Per quanto giusta e sacrosanta – non lo neghiamo – e obiettivamente rientrante nella logica di un processo storico, dobbiamo pur riconoscere che per tanti versi altro non fu l’ Unità'” qui da noi, specie nei primi decenni, che regresso, repressione e sangue. Del Garibaldi di poi, di quello “nostro riveduto, corretto e “oleografato”, Giulietta aveva un’idea ben diversa. «Baldoria. – Dovuta a che? – Non sapete nuova? – Un tizio chiamato Garibardo… Chiè ‘sto cristiano? – Brigante. Nemico di Dio e di Sua Maestà il Re Dio guardi. Sbarca in Sicilia e avviene un quarantotto… Scanna monache e brucia conventi, rapina chiese, preda i galantuomini e protegge avanzi di galera… Questi vanno dicendo che gli dà giustizia e terre…»

Ed era ben vero che Garibaldi aveva promesso le terre: le terre dei latifondisti, dei demanii civici e quelle della manomorta ecclesiastica. Però guai a chi volesse essere precipitoso. I fatti di Bronte del 4 agosto e le fucilazioni in massa di poveri contadini lo dimostrano a sufficienza. Democratico socialisteggiante sì, Garibaldi. Ma intollerante d’ogni velleitarismo anarcoide. Fatto sta che di terre i contadini non ne videro né allora né per molti decenni in avvenire. II generale’, del resto, aveva anche bisogno dell’appoggio dell’aristocrazia terriera, ed era questa che il più delle volte spingeva a lui i manipoli dei “picciotti”.

Ma quel che più dovette suscitare il disgusto di Giulietta era stato il comportamento arrogante di chi, profittando del vuoto di potere e del caos del momento, da sè si ripagava di torti subiti e dava sfogo ad odi da lungo tempo repressi. “Viva la libertà!” e “viva I’Italia!” in molti paesi divenne formula consueta, quasi suggello di legittimità, per esercitare private vendette, per invadere un podere o per far trovare stecchiti al suolo, ai liberatori'”, il sindaco e i membri della giunta.

In Lipari, a consimili aberrazioni aveva assistito Giulietta quando il 2 di ottobre del ’60 “mano assassina, giovandosi dell’anarchia nell’isola, trucidava sotto gli occhi materni Giuseppe Policastro'”, il trentatreenne ultimo sindaco dell’era borbonica, che ora riposa accosto all’altare del Crocifisso nella chiesa dei Cappuccini.

Abbiamo poi mille ragioni di sospettare che neanche del nuovo re d’Italia Giulietta avesse buona stima. Zoticone, montanaro cosi pensava la gente un re ‘scomunicato” cui persino l’arcivescovo aveva negato che in duomo gli si cantasse il Te Deum'” nel giorno del suo ufficiale ingresso a Napoli. Un re che sul regno delle due Sicilie, conquistato con sotterfugi e forzature, aveva fatto piovere, insieme con la costituzione albertina, una colluvie di leggi dissennate (tutta roba fabbricata lassù!), gravose misure fiscali e, il colmo dei colmi, la coscrizione obbligatoria che i nostri di quaggiù non sapevano neppure che si fosse. Che dire, infine, dell’ingiunzione di trasferire a Torino le casse del Tesoro di Napoli? Tutto oro fino era, in lingotti o monetato, I’erario il più cospicuo che si fosse mai visto nelle cinque ex capitali della penisola. E ciò non senza aver prima fatto stornare milioni e milioni di ducati da elargire a dritta e a manca sotto forma di riparazioni'” ai “martiri” dell’odiata tirannide. E un computo definitivo e completo dei martiri” si potè fare, specie nelle città, soltanto allora: per ogni dozzina di ex cospiratori autentici ne spuntarono almeno cento di fasulli. Era a quest’ insegna che muoveva i suoi primi passi l’Italietta dell’ allegra finanza.

Delle diseredate masse rurali del Cilento, del Beneventano, della Lucania e della Sicilia, per dar loro un pizzico di dignità, i ‘notabili”” conservatori non si diedero affatto pensiero. Cafoni erano e cafoni dovevano restare. Ei contadini, irritati, reagirono prendendo il cappellaccio e l’archibuso, e si vestirono da briganti invocando il vecchio regime.

Era perciò naturale che Giulietta, in buona fede, simpatizzasse per i briganti, uomini d’onore’, perché solo sul brigantaggio essa poteva fondare le sue convinte speranze di restaurazione borbonica; e registra, compiaciuta, il logora mento dei Piemontesi nella lotta invero disumana contro le bande eversive e gli inermi villaggi di montagna che ad esse davano ricetto. Si dice che in soli cinque anni di guerriglia Torino consumò, in uomini e mezzi, tante forze quante ne aveva consumate nelle precedenti guerre d’indipendenza!

Al di là di questa limitata angolazione politica Giulietta non sapeva vedere, e non s’accorgeva dunque che alle radici della tensione rurale c’era solo miseria nera e delusione esasperata. Ma non gliene vogliamo per questo, dal momento che persino i capoccioni dell’ora, incapaci di cogliere il senso sociale del problema, speculavano sul triste fenomeno per diffondere calunniosi e deformanti pregiudizi nei confronti della nostra gente. Il Cialdini, ad esempio, ebbe ad esclamare: “Questa è Africa! Altro che Italia! I beduini, a riscontro di questi cafoni, sono
latte e miele.

In quanto al Cavour possiamo esser certi che Giulietta ricordasse soltanto le mene volpine della sua genialità diplomatica. II resto, quel ce c’era di alta mente positivo nel grande statista, I’avevan dimenticato persino quelli della classe dirigente dopo che ai primi di giugno l’avevan calato nel sepolcro insieme con le sue originali linee programmatiche sulla rinascita del Sud. Nessuno allora seppe che egli era morto preoccupato non di Roma o del Veneto, ma di quel grosso errore storico che, di li a poco, si sarebbe chiamato “questione neridionale”.

Lui che pensava sempre lucidamente e in francese, e l’italiano lo masticava piuttosto male era spirato biascicando: «L’Italie du nord est faite, il ny a plus ni Lombards, ni Piémontais, ni Toscans, ni Romagnols: nous sommes tous Italiens; mais il y a encore les Napolitains; [L..] pouvres gens; [..; ce ne serd pas en injuriant les Napolitains qu ‘on le modifiera» .

Trattandosi di un arbitrario processo alle intenzioni di Giulietta, pare che abbiamo detto abbastanza.
Noi intanto siamo riconoscenti a Giulietta per essersi fatta sentire, dopo centosedici anni, dai concittadini Liparoti del 1977 e per averci consentito una fugace rimeditazione sulle incoerenze che dormono cristallizzate sotto i lustrini epici del nostro Risorgimento. A semplice titolo di gratificazione ad essa abbiamo offerto l’opportunità di trovare, come tanti suoi illustri antenati, un cantuccio sulla carta stampata. Il che non è poco. Era però inevitabile che – cosi di straforo- sulla carta stampata ci lasciassero l’impronta del loro personale sigillo “a zampa ” i due amabili cuccioloni, Schiavuzzo e Titillo.

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