L’Album dei ricordi: Mons. Bernardino Re, l’ultimo saluto di Leonida Bongiorno

di Massimo Ristuccia

De Forti Dulcedo – SUA ECCELLENZA MONS. BERNARDINO SALVATORE RE, cappuccino-vescovo di Lipari

Palermo – Fiamma Serafica, 1963

mons reIl ricordo del Dr. Leonida Bongiorno ispirandosi al Viale del palazzo Vescovile.

“IL VIALE NON SAPEVA……..IL NOSTRO GRANDE CAPPUCCINO……

Colloquio

del Dr. Leonida Bongiorno

Alla memoria sacra del Cappuccino S. E. Mons. Bernardino Salvatore Re – Vescovo di Lipari.

Con la forza di un’altissima fede in Cristo. Certissima come la realtà del sole che splende. Sorta e maturata a trent’anni. Nelle varie fornaci dell’ultima sciagura guerra perduta.

Lipari, notte del 18-19 gennaio 1963.

 

Tu ancora l’aspetti. Ma Egli non tornerà, Mai più. Sì. Eri il suo confidente. Forse il suo amico migliore. Di quaggiù. E sempre l’aspettavi. Come ancora l’aspetti. Col cancello spalancato. Come due braccia che aspettano. In un’attesa vana. Senza ritorno. Amara.

O vecchio viale delle sue meditazioni e delle sue preghiere, or che lo sai, anche tu stanotte puoi piangere in silenzio il nostro grande Cappuccino perduto. Tu sei il muto testimone dei colloqui ch’Egli svolgeva con la Croce di Cristo. Issata lassù. In cima alla Cattedrale. Stagliata esile nel cielo. Come fiamma di combattimento delle fede. Esposta alle raffiche di tutti i venti. Ma che non si spegnerà mai.

Ora anche tu sei rimasto solo. Deserto. Vuoto. Era lui che con i suoi passi lievi e tranquilli riempiva la tua solitudine. E ti dava calore. Ti dava vita. Anche se la tua eternità terrena è fatta di pietra.viale vescovile

Sì. Lo accogliesti per l’ultima volta l’altra sera. Senza nemmeno accorgerti. Quando giunse dal mare. In una bara. Io era tra la folla. Muta. Dolente. E con Lui accogliesti anche noi tutti. Mentre dal cielo cadeva una pioggia sottile. In quelle ore di profonda tristezza e di accorato rimpianto, anche il nostro cielo lo piangeva. Ricordi, viale solitario? D’un tratto si spensero gli ombrelli. E tutti sostammo in attesa di accedere all’Episcopato. Nel cielo crepuscolare, a occidente, d’improvviso s’aprì una pupilla d’oro e di azzurro. E’ tanto simile ad una pennellata di luce in un cielo livido; una polvere d’oro come un faro nella notte ci apparve per pochi istanti.

Era quella la pupilla di Dio. Che certo non poteva aver abbandonato il nostro indimenticabile Cappuccino. Vedetta alpina di Dio tra le migliori vedette in terra. Durante tutta una vita. Interamente a Dio dedicata.

Anch’Egli ora dorme per sempre. Sotto un’arcata del Tempio dell’Isola.

Stamattina t’ha lasciato per sempre. In una gloria di sole. In una gloria di cieli. Dopo cupe giornate di nebbia e di gelo. La sua bara!

La sua bara pareva sospesa sul respiro della immensa folla che lo spingeva muta e smarrita. Con passo triste e lento. Mentre le campane, con rintocchi più gravi e più amari dei passi della folla, disperdevano altissimi quei battiti. Ch’erano i battiti del cuore di tutte le nostre Isole. Che tanto lo amarono. E tanto gli furon devote.

Quando varcammo il tuo cancello, nel cielo di cristallo la spera del sole brillava come un ostensorio. Mentre bassissime, simili a sfumature di seta d’albe remote, striature tinte di rosa rigavano il cielo per poi subito dissolversi e ricomparir quindi di nuovo. Come volute di morbidi voli di gabbiani azzurri nell’immenso arco di un infinito orizzonte.

Sì, viale solitario. Era la corvèe di Dio. Erano gli Arcangeli di Dio. Che nel loro invisibile libero volo lasciavano quelle scie. Gli Arcangeli di Dio! Arcangeli da Dio inviati come scorta d’onore. Al nostro Grande Cappuccino.

E lo lasciai in Cattedrale. Al centro della navata centrale. Quasi ai piedi dell’abside. Dopo la imponente e solenne Messa di Requiem. Dopo le due brillanti orazioni a Lui dedicate. Dopo aver ascoltato il Suo Altissimo Testamento Spirituale.

Tu, viale solitario, ci vedesti insieme per l’ultima volta nelle passate settimane. Quello fu il nostro ultimo incontro. Sai. Anche se agli occhi di tanti e tanti io digo, al par di te io volli sempre tanto bene a questa straordinaria tempra di Cappuccino.

I vincoli di stima e di affetto che mi legavano a Lui erano ben al di sopra delle umane passioni. Politica in testa. Come principale accusata.

Com’è mia abitudine, ti sto parlando col cuore, o viale solitario. Con questo cuore stanco. E certo. Sì. Anche strambo. Ma che non ha saputo mai sentire. Ora no. Non temere. Non ti lascerò solo. Starò con te fino all’alba. Non voglio però che la luce del giorno, col sole che sorgerà tra poche ore, mi colga al di qua della tua soglia.

Continuo a dirti. Dopo l’ultimo incontro con Lui, mentre tu ne eri assolutamente ignaro, dopo la sua improvvisa partenza avevo seguito il suo calvario con ansia e trepidazione.

La più moderna medicina con la più abile chirurgia, spalla a spalla si erano schierate al suo fianco. Per proteggerlo dagli assalti dell’Imperatrice. Che voleva ghermirlo ad ogni costo. Ma le mie speranze di rivederlo qui con noi crollarono. Prima ancora che l’Imperatrice lo ghermisse.

E cadde. Come un’annosa quercia. Sì. Cadde. Fu il venerdì sera verso le otto. Uscendo dalla casa avìta del Timparozzo. Sotto un cielo nero di bufera.

Guardai la scalinata della Cattedrale. Era schierata dalla luce fredda delle lampade che vegliavano in silenzio quella solitudine. E la facciata della cattedrale. Anch’essa immensa. Anch’essa pallida. Anch’essa muta.

Guardai per un attimo il campanile. Confuso nelle ombre della notte. Ripensai la pesante campana che aveva riempito l’ora del vespro di dolorosi rintocchi. Mentr’ero lì. Nella casa avìta. Anch’essa fredda. A svolgere i colloqui d’ogni sera. Con la memoria di mio padre. Al Pozzo, dopo aver percorso i pochi vicoli con le mani sprofondate nelle tasche dell’impermeabile e immerso in una sciarpa di lana fino agli occhi, vidi te. Deserto. Col cancello socchiuso. E le vetrate dell’Episcopio rischiarate sommessamente da qualche lampada.

Nell’aria di tempesta, o viale solitario, vagava l’eco di una triste nuova. Che non tardò a raggiungermi.

 

“”IL NOSTRO VESCOVO E’ MORTO!”

Appresi così che aveva concluso la sua giornata terrena alle 12,30 di quel giorno.

Tu ben puoi capire la costernazione e il rimpianto di quelle ore. Tu. Che gli fosti fedelissimo amico. In lui io vidi sempre la quercia frondosa che accolse sempre tutti al suo riparo. Fu il rifugio di tutti. E a tutti diede sempre pane. Pace. Fede. Protezione. Forza.

Passò come un seminatore. Seminando instancabile il bene a bracciate piene. Nel solco tracciato da Cristo. Del resto, anche il suo eccezionale fisico era una quercia antica. Sagomata con l’ascia. E la splendente Croce di Cristo sul suo vigoroso petto era un autentico faro saldo ed eterno sul suo agile e forte passo di missionario. Era proprio dalla sua persona fisica che traspirava tutta la forza del suo Credo. E con la passione, la tenacia e la forza d’un boscaiolo, fu missionario della verità di Cristo oltre gli orizzonti. E oltre i mari. Le sue pupille buone erano lo specchio della sua grande anima. Infondeva a tutti fiducia e conforto.

Al solo guardarlo sorgevano immagini remote di vita arcaica e pastorale. Piena di quiete. Di messi d’oro. Di greggi. Di armenti nei pascoli tranquilli. Di vigne. Di mosti. Di nenie lontane di zampogne. Di cieli sereni. Di deschi profumati del fresco pane appena sfornato. Di calici di generoso vin rosso. Di famiglie patriarcali. Dall’incrollabile vecchio ceppo. Che tracciavano il Segno della Croce sul pane croccante. Prima di romperlo. O di tagliarlo. E a sera nei campi, quando l’eco di una campana portava loro l’ora dell’Angelus, si scoprivano. E segnandosi recitavano un Pater. Alzando gli occhi al cielo.

Queste erano, o viale solitario, le immagini che il nostro Grande Cappuccino suscitava in me tutte le volte che avevo la fortuna di parlargli o di scorgerlo magari da lontano.

Queste immagini ora nella mia mente sono simili a foglie di platani. Impazzite. In un turbine d’autunno.

In te ogni sera, o viale solitario, passando davanti al tuo cancello, io vedrò la sua ombra fatta di luce.

Ora, addio, viale solitario!

Addio vecchio amico delle sue meditazioni e delle sue preghiere. Ma… Cos’è quest’improvviso chiarore? In questa notte fonda? Cosa succede lassù! Guarda! Sotto le mura del Castello. Ai piedi della Cattedrale. Nella roccia buia c’è ora tanta luce. Vedi? S’è aperto un angolo di cielo. Guarda. Guarda.

C’è una falda d’acqua che sgorga. Ha riflessi lucidi d’argento e d’azzurro! E quell’ombra vestita di sole?…Si…Sì!….E’ Lui!…Il nostro Grande Cappuccino!

Guarda, guarda o viale solitario quelle braccia ora protese verso di noi! Sono le sue poderose braccia!!

Si! Si! Il suo volto splende e sorride! Ci chiama!

E’ beato! Stille d’argento gocciano ora dalla coppa delle sue mani.

Sì! Sì! Viale solitario…. E’ acqua lustrale!

Corro da Lui! Da Lui! E se le leggi delle frontiere terrene mi vieteranno quest’incontro che trascende le frontiere stesse della vita facendomi svanire questa realtà come in un sogno, ugualmente io ancora udrò la voce sua!

Poggerò il cuore a quella roccia.

Ed Egli, sempre beato, dalla sua bara sotto l’arco del grande Tempio del castello, con la stessa sua calda voce terrena d’un tempo e di sempre, subito mi dirà che il premio più grande della intera sua vita di quaggiù, è stato lassù, negli alti cieli, il bacio di Cristo!

Tornerò, viale solitario! Tornerò ancora in una notte senza stelle. A parlarti sempre di Lui. Dell’indimenticabile nostro grande Cappuccino.

Ieri, sentinella avanzata di Dio. In terra. Ora, sentinella di Dio. Nell’eternità.

 

bernardino re