
A cura di Massimo Ristuccia
MONDO SOMMERSO DICEMBRE 1962 LA RAGAZZA DI VULCANO
….il dodici agosto era giusto il quinto giorno che non si toccava terra, s’era nei pressi di Vulcano e decidemmo d’approdarvi. Tirava un maestralino teso, quando ci appressammo a Cala Ponente ove alcuni sciatori evoluivano attirandosi addosso l’attenzione di qualche villeggiante che prendeva il sole sulla riva. Con una manovra sola, di cui ancora ci rallegriamo, riuscimmo ad ormeggiare a fianco d’un motoscafo d’alto mare, il “San Giovanni II “, distogliendo su di noi un poco d’attenzione degli svogliati spettatori.
Attaccammo discorso con il capitano dei motoscafo, un ingegnere di Roma, che si congratulò della nostra manovra e poi ci disse che solo un altro veliere, era solito entrare come eravamo entrati noi: il “ketch” del marchese Susanna, che però ora giaceva sul fondo della cala. Ma la storia ce l’avrebbe potuta raccontare lo stesso Susanna, dal momento che stava proprio arrivando. Infatti uno “Zodiac” entrava allora nella cala con quattro persone a bordo.
Come succede dappertutto, anche lì c’eravamo fatti subito degli amici. La serata sarebbe passata in lieta compagnia.
La serata! A causa di quei nuovi amici rimanemmo tre giorni a Vulcano; un record per noi che ogni mattina che Dio mandava sul mare, dolorosamente strappavamo un foglietto dallo striminzito calendario delle nostre vacanze.

Come s’è già detto, noi siamo dei subacquei per quel tanto che riteniamo andare sott’acqua, un completamento della nostra passione per il mare. Ebbene, quei tre giorni furono sufficienti a convincerci che avevamo fatto male a non andare sott’acqua più spesso.
Cominciò quella mattina stessa. Lo “Zodiac” accostò ai due scafi ormeggiati e i quattro (tre uomini ed una donna) dell’equipaggio salirono a bordo del motoscafo, accolti dall’ingegnere, con visibile cordialità. C’erano due cose che ci colpirono: la ragazza indossava un paio di deliziosi francobolli ed i l canotto era pieno di corallo. Le presentazioni (Roberto Susanna, Douglas Scotti, Roberto Merlo e Ada Carraro) non li uscirono a distoglierci da quel duplice spettacolo e saremmo stati lì come l’asino di Buridano se le nostre metà non avessero fatto la scelta per noi. Si parlò quindi di corallo.
Susanna favorì la scelta, offrendo galantemente alcuni bei rami alle signore presenti e così venimmo a sapere, toccando con mano, che al di là delle leggende, in mare, corallo ce n’era ancora, anche se si poteva prendere solo a profondità da vertigine. Le nostre mogli dissero subito che, visti i rapidi progressi da noi fatti nella manovra delle vele, non vedevano perché non ne avremmo potuto fare altrettanti nell’uso dell’autorespiratore per procurare loro collane e monili.
Fatto sta che il primo passo (almeno metaforico) verso il fondo, i l fondo vero, lo facemmo quella mattina stessa. E quel lo di noi, che (meno euforico e cominciando a raffreddarsi dell’idea di andare a corallo la prossima stagione) chiese timidamente se anche la stupenda creatura che rispondeva al nome di Ada, s’immergesse, fu ricacciato colla testa sott’acqua, non tanto dalla legittima consorte, dalla quale aveva fatto in modo di non essere sentito, ma dalla risposta che si ebbe e che suonava all’incirca, così: «Eccome! E’ una modella subacquea d’eccezione. Se vi fermate, la vedrete all’opera ».
Fu allora che notammo sul fondo dello “Zodiac”, assieme al corallo ed agli autorespiratori, anche una completa attrezzatura per la fotografìa sottomarina. Cominciammo a ricordare.
Come si chiamava quel signore lì, alto alto? Roberto Merlo. Ma sì! Merlo, i l fotografo subacqueo.
E il pomeriggio lo vediamo all’opera. Per la verità, vediamo all’opera Ada, che ci dicono (per colmare la nostra invidia), solo poche settimane fa non aveva mai indossato la maschera.
E’ una cosa questa, difficile da capire. Diventano sempre più frequenti le ragazze che da pupattole impaurite della prima ondicina, divengono profondiste in pochi giorni. Ricordiamo Diana Garda, Hedy Rossler (i primi nomi che ci vengono in mente) e molte altre.
G l i occhi delle nostre mogli sfavillano di ironica sufficienza Neanche se fossero loro le profondiste. Dicono (o pare dicano): «Visto? Voi che vi sentivate degh eroi a prendere un polpo ad otto metri! »
Vorremmo rispondere loro come a chiunque si ficcasse in testa idee così peregrine: « Non credeteci, non è vero. Intendiamoci, è inoppugnabile che le Garda, le Ròssler, le Carraro, hanno imparato da poco a mettere i loro occhi dietro una maschera ed è anche vero che hanno già attinto a profondità proibitive. E’ forse pure vero che non si tratta di fisici eccezionali.
Ma non dimentichiamo, prego, i nomi dei loro accompagnatori, di coloro che le hanno prese per mano e che le hanno portate fin dove sono giunte! Perbacco! Anche noi ci sentiremmo di scalare l’Himalaia sotto braccio a Walter Bonatti o ad Hillary. Anche noi batteremmo il record comunale di profondità di apnea, sorretti da un Santarelli o da un Maiorca. Ma chi li convince, Santarelli e Maiorca, a portarci a venti, trenta metri i n apnea? Mica ci chiamiamo Ada Carraro, mica indossiamo, per immergerci, due francobolli come una lettera espresso! Che diamine! ».
Vaglielo però a spiegare alle nostre mogli che già sognano collane e vezzi di corallo, grossi come i pollici d’uno scaricatore di porto.
Con tutto ciò, i l giorno dopo a Filicudi quando la bella e i suoi due accompagnatori (Merlo e Susanna) abbandonano, carichi come “sherpa”, i morbidi bordi dello “Zodiac” per inoltrarsi nel blu, raccattiamo velocemente tutto quello che di subacqueo riusciamo a trovare sulla nostra barca e, chi con una pinna sola, chi senza boccaglio, ci immergiamo a nostra volta tentando di raggiungere, sugli otto, dieci metri, una quota d’osservazione, il più possibile di proscenio.
Pare una recita a soggetto. Fra le bolle degli autorespiratori scorgiamo, piccoli ma distinti in quelle acque di cristallo, Susanna che aiuta Ada a superare la quota di compensazione, poi i lampi della “Hasselblad” di Merlo. Poi, ancora .Susanna, che nel frattempo è sparito alla vista, ritorna verso di noi con qualcosa che s’agita, sulla sua freccia. E’ una cernia. In effetti, il bello della scena ce lo siamo persi. Ma è presto detto. A trenta metri, una cernia occhieggia dalla tana. Merlo vuole fotografarla. Susanna la vuole arpionare. Nell’incertezza la cernia s’intana. Vanno a cercarla, anche Ada cerca d’infilarsi nella grotta ove la cernia ha trovato rifugio. Fra i lampi di flash Susanna riesce a mettere a segno il colpo. Merlo mugugna, Ada, terrorizzata dal bailamme che si scatena nella grotta, schizza fuori, Susanna sale trionfante col trofeo.
Ada, frattanto, quasi non s’è resa conto d’aver abbassato il proprio limite a meno trenta. Quando glielo dicono è felice. Per festeggiare muta costume.
Con questo ritmo passa la prima e la seconda giornata di Vulcano e noi, sempre imbambolati, scordiamo le ore che ci avvicinano inesorabilmente alla scrivania.

Ed eccoci all’ultimo giorno. Stamattina abbiamo strappato tutti assieme i foglietti del calendario che c’eravamo scordati di aggiornare. La doccia è fredda; decidiamo di partire.
Ma abbiamo fatto i conti senza i programmi dei nostri amici che dal canto loro hanno deciso di andare ad anfore.
Anfore: è una prospettiva che vale un ulteriore rimando? Decisamente sì, non ci pensiamo su molto.
Ed eccoci ormeggiati ad un centinaio di metri dalla costa, su di una secca quasi affiorante. Ci hanno detto che non possiamo immergerci. Loro le anfore le “sparano’ ‘a reazione. Potrebbe essere pericoloso. Bah.
Infatti lo sarebbe stato. La prima anfora balza fuori della superficie come un delfino, come un missile “polaris” dal Nautilus.
Il barcaiolo, ormai avvezzo, l’afferra a tempo e ce la porge.
Ada, questa deliziosa lettera che cambia continuamente affrancatura, ha indossato un costumino turchese; che voglia battere un altro record?
Sale a spiegarci come si fa a mandare su le anfore con l’aria compressa e mentre noi l’ascoltiamo d’un tratto s’interrompe:
« O Dio! Ho dimenticato l’anfora per la mamma! ».
Comprendiamo benissimo il suo dramma. Una madre così va tenuta da conto, C’immergeremmo tutti e tre in cerca dell’anfora più bella che si possa trovare, se… se ne fossimo capaci.
A toglierci dall’imbarazzante rossore, giunge però Roberto Merlo che avendo ancora qualche fotogramma in macchina non lo vuole sprecare. Si offre quindi di accompagnare Ada sul fondo e si porta dietro un salvagente gonfiabile a CO2. Ada non sa ancora che sta per abbassare una volta di più il suo record. S’immerge fiduciosa sul banco di anfore, cercando qualcosa di eccezionale. L’anfora che le interessa (ma lei non lo sa) è rotolata sui quaranta metri; In superficie giungono le lampadine bruciate del flash e le bolle dei due autorespiratori.

Dopo un po’, noi che attendevamo il solito proiettile a reazione, rimaniamo delusi. Affiora in superficie, infatti, solo una specie di gavitello rosso: pare i l salvagente di Roberto.
Infatti lo è, ma sotto legata con una sagola, sta l’anfora per mamma Carraro.
A tre metri, aggrappati alla cima dell’ancora, Roberto Merlo e Ada fanno adesso la decompressione. L’aria che doveva “gonfiare” l’anfora, evidentemente, serve a sciogliere l’azoto dei quaranta metri.
C’immergiamo anche noi per far compagnia ai due, sospesi ad una quota più che accessibile. Crediamo di far loro piacere. E invece, man mano che ci avviciniamo a! duetto, scorgiamo una strana espressione nel viso di Ada, mentre Merlo ride con gli occhi. Sembra che Ada voglia nasconderci qualcosa, non comprendiamo bene. Stiamo per ritornarcene in superficie interdetti, quando con l’ultima riserva della nostra apnea, riusciamo a scorgere dietro la schiena della ragazza una macchia marrone che s agita.
Dobbiamo risalire velocemente per riprendere aria, ma abbiamo capito. In fin dei conti non ne siamo molto contenti.
Senza dirci nulla, tutti e tre in superficie ci guardiamo con lo stesso sguardo; « Chi di noi », dicono i nostri occhi, « è riuscito mai a catturare una cernia così? E ci credevamo pescatori! ».
Non ci immergiamo più. Lasciamo ad Ada il gusto di farci la sorpresa. Le nostre mogli ripiegano accuratamente nei cassetti riposti dell’illusione, la speranza d’un vezzo di corallo colto dai loro mariti. Ci indicano con lo sguardo ironico le nostre lenze ben ordinate nel gavone di poppa. Ci ricordiamo di colpo del calendario e con una scusa qualsiasi, la sera stessa, salpiamo.
PAOLO HASS











