Immagina l’atmosfera come una stanza chiusa dove qualcuno ha lasciato una stufa accesa al massimo per decenni. Per rinfrescare la stanza, oggi facciamo due cose: abbassiamo la fiamma (riduciamo le emissioni) e apriamo le finestre (piantiamo alberi). Il problema, dice lo scienziato Peter Wadhams, è che la stanza è ormai troppo calda e le pareti continuano a trattenere calore. Abbassare la fiamma non basta più; serve un “condizionatore” potentissimo che tiri fuori il calore e i gas nocivi immediatamente.
Il Progetto Manhattan per il clima
Negli anni ’40, il Progetto Manhattan fu uno sforzo colossale che unì i migliori scienziati del mondo per risolvere un problema tecnico enorme in pochissimo tempo. Wadhams propone di fare lo stesso oggi per costruire impianti di aspirazione della CO2
Questi impianti sono delle vere e proprie “foreste artificiali” fatte di acciaio e tecnologia:
Grandi ventilatori aspirano l’aria esterna che passa attraverso sostanze che “intrappolano” solo le molecole di anidride carbonica. Una volta catturata, l’anidride carbonica viene trasformata in roccia nel sottosuolo o riutilizzata per produrre materiali utili, eliminandola per sempre dall’aria.
I nubifragi, le ondate di calore e gli uragani sempre più forti sono alimentati dall’energia (il calore) intrappolata dai gas serra. Se iniziamo a rimuovere fisicamente la CO2 che abbiamo accumulato negli ultimi 150 anni, possiamo letteralmente “sgonfiare” la forza di questi eventi.
Non stiamo più parlando solo di “non inquinare”, ma di pulire il passato. È una sfida tecnologica: passare dalla fase in cui subiamo il clima a quella in cui lo “curiamo” attivamente con l’ingegneria.
In sintesi: le due braccia della strategia. Con il braccio sinistro smettiamo di bruciare petrolio e gas (prevenzione). Con quello destro costruiamo migliaia di questi “aspirapolvere giganti” per togliere l’eccesso già presente (cura).
Solo usando entrambe le braccia possiamo sperare di riportare il pianeta a una temperatura sicura per tutti.
I pionieri nel mondo
Islanda (Il cuore pulsante): Presso la centrale geotermica di Hellisheiði operano Orca e il nuovissimo Mammoth. Sono i più grandi impianti al mondo di Direct Air Capture (DAC). Mammoth, inaugurato nel 2024, è dieci volte più potente del suo predecessore: “aspira” l’aria, ne estrae l’anidride carbonica e, grazie alla tecnologia Carbfix, la inietta nel sottosuolo dove si trasforma in solida roccia in meno di due anni.
Italia ( Hub di Ravenna): Anche l’Italia è scesa in campo con il progetto di Eni e Snam a Ravenna. Qui non si aspira l’aria comune, ma si catturano le emissioni delle industrie pesanti (i settori hard-to-abate come cementifici e acciaierie) prima che finiscano in atmosfera. La CO2 viene poi stoccata in sicurezza nei vecchi giacimenti di gas esauriti sotto il mare Adriatico.
Norvegia (esperienza decennale): Nel Mare del Nord, i progetti Sleipner e Snøhvit sono veterani del settore. Da anni separano la CO2 durante l’estrazione di gas naturale, evitando che milioni di tonnellate contribuiscano all’effetto serra.
Canada (Il modello Weyburn): In Saskatchewan, il progetto Weyburn dimostra come sia possibile gestire volumi industriali di anidride carbonica su vasta scala, monitorando il comportamento del gas nel sottosuolo per garantirne la stabilità a lungo termine.
Per il prof. Peter Wadhams sebbene questi impianti siano passi avanti straordinari, la sfida attuale è la scala. Per avere un impatto reale sul clima, dovremmo moltiplicare questi siti per migliaia, trasformando questa tecnologia da “esperimento d’avanguardia” a standard industriale globale.











