L’album dei ricordi: Francesco La Cava ( 1904-1972)

di Antonino Costa

STORIA DI IERI, nel ricordo di eoliani del passato

francesco la cavaFrancesco La Cava (1904 – 1972) era una persona dal carattere forte e allo stesso tempo gioviale ed estroverso che sapeva conquistarsi la simpatia di tutti già al primo approccio: dall’uomo comune al più piccolo dei bimbi, che solitamente intratteneva con leccornie e con giochi di prestigio. Era meglio conosciuto come “don Ciccio” o più familiarmente era per tutti lo “zio Ciccio”. Sposò Iolanda Ferlazzo e il loro fu un lungo e felice matrimonio ma non ebbero figli.

Mancato capitano di lungo corso per un incidente in ambito scolastico nel suo ultimo anno di studi, egli stesso era solito ripetere che proprio quell’incidente gli era stato provvidenziale: anziché diventare capitano marittimo, com’era nelle tradizioni della famiglia, si trovò invece a capitanare la sua industria pomicifera. Nel settore minerario arrivò quasi per caso, creando dal nulla e in breve tempo un’attività nella quale profuse tutte le sue energie, raggiungendo posizioni di prestigio anche all’estero.

Fu un uomo e un operatore economico dalle grandi intuizioni imprenditoriali. Superate le difficoltà del secondo dopoguerra, quando negli anni Quaranta l’industria locale si muoveva tra grandi difficoltà, con rudimentali mezzi e sistemi di lavorazione dell’epoca, Francesco La Cava intuì che l’industria della pomice per sopravvivere doveva essere competitiva nei diversi mercati del mondo. Era necessario modernizzarsi, riducendo i costi di produzione con il ricorso a nuove tecnologie. Ecco dunque che l’estrazione della pietra pomice e tutte le fasi successive della produzione, all’esterno e all’interno degli stabilimenti, vennero via via modernizzate e automatizzate.

la cava ditta

Tuttavia, queste innovazioni ben presto portarono a grandi agitazioni locali perché, così come si sosteneva in campo nazionale per molti settori produttivi del tempo (Fiat ed altre grandi industrie), vi era il timore che l’automazione falcidiasse mano d’opera. Si temevano dunque consequenziali ricadute negative sui bilanci familiari e, nello specifico caso eoliano, sull’intera economia isolana, in gran parte basata sugli introiti che l’estrazione e il commercio della pomice portavano al Comune di Lipari.

Il culmine della conflittualità si raggiunse quando negli anni Sessanta l’automazione, dal già collaudato impiego nelle cave, arrivò anche sui pontili d’imbarco con l’installazione di nastri trasportatori, riducendo sensibilmente la necessità di mano d’opera portuale.

La lotta impari vide, da un lato, l’industriale Francesco La Cava isolato e combattivo, che non riusciva a far comprendere come l’innovazione dell’automazione avrebbe cambiato il volto dell’industria pomicifera e dell’intera economia eoliana; dall’altro lato, la locale compagnia portuale, i sindacati, autorità e politici in genere, quest’ultimi per ovvi motivi elettorali. A quel tempo i portuali, i lavoratori della pomice e l’indotto di entrambi i settori costituivano un appetitoso serbatoio di voti: demagogicamente veniva quindi paventata la disoccupazione, la fame!

Invero, un aumento di produzione, con sistemi automatizzati in tutta la filiera e con costi di produzione ridotti, avrebbe allargato i mercati di vendita, assicurando maggior lavoro agli eoliani. Ma questo non si intuiva, gli orizzonti erano ristretti.

Dopo due lunghi anni di lotta fu l’Autorità Ministeriale a sbloccare la situazione di Lipari e di altre città portuali (La Spezia, Genova e altrove) e i risultati intuiti e pensati da Francesco La Cava non tardarono a manifestarsi. Alle navi di piccolo cabotaggio di 100-200 tonnellate, ben presto si aggiunsero navi da 10.000-20.000 tonnellate che consentirono di conquistare nuovi mercati, dall’Africa al Nord Europa, mercati prima impensabile da potere raggiungere. E poiché nel frattempo l’industria locale si andava attrezzando con pontili e automatismi sempre più sofisticati, fu possibile fare arrivare a Lipari navi ancora di più grosso tonnellaggio che permisero di far conoscere la pomice eoliana (in alternativa alla pomice greca e di altre provenienze) anche ai lontani mercati degli Stati Uniti d’America.

L’impiego di mano d’opera portuale ebbe una soddisfacente contropartita sia in quantità di lavoro che di prestazioni fisiche decisamente meno faticose. Analogamente ai lavoratori dell’industria venne assicurato un maggior numero di ore lavorative, spesso con la necessità di ricorrere anche a turni serali. Fu questa un’epoca di boom per l’industria e per l’economia locale, con una domanda del prodotto pomice sempre più vivace e la creazione di un indotto più vasto.

Chi oggi, non più giovane, non ricorda lo schieramento delle tante navi alla fonda lungo la rada di Canneto, in attesa di turno per l’attracco ai pontili d’imbarco della pomice? Era quello il segno di generale opulenza… E chi, di questi “non più giovani” riesce a schivare emozioni nel ricordo di vite umane sacrificate sul lavoro e col pensiero alle tante energie, giovani e meno giovani, profuse nel settore e svanite nel nulla a causa di rigidità ed incomprensioni ?

foto F La Cava giovane

In campo sociale Francesco La Cava era sensibile alle necessità dei bisognosi ed operava con semplicità e assoluta discrezione. Lottò affinché la “silicosi”, malattia professionale dei lavoratori di tutte le industrie estrattive a base di polvere, non venisse indicata con il termine “liparosi”, come andava proponendo la comunità scientifica. Una malattia non doveva essere associata a un nome geografico per sempre, quasi a volere bollare l’isola di Lipari fra tante altre realtà minerarie. La battaglia fu vinta da Francesco La Cava e la patologia continuò a denominarsi “silicosi”.

Francesco La Cava fu anche un politico dinamico e per breve tempo svolse a Lipari le funzioni di Sindaco. Erano i tempi in cui i politici locali in campagna elettorale si rintuzzavano dai balconi, a volte anche aspramente, ma poi non dimenticavano di essere amici fin dall’infanzia e, lasciato il balcone,scendevano in piazza ad abbracciarsi come se nulla fosse accaduto.

E Francesco La Cava era fra quelli che consideravano i rapporti e i valori umani più importanti di ogni divergenza.