E’ morto Federico Gallo, aveva quasi 80 anni. Nel ricordo che segue del nipote Peppe Cirino il grande valore di una persona semplice. Ai familiari il cordoglio del Giornale di Lipari.

di Giuseppe Cirino
In silenzio, nello stesso silenzio sospeso che avvolge un campo da calcio prima del fischio d’inizio di una partita importante, se n’è andato un altro frammento prezioso della storia del calcio eoliano.
Federico Gallo non è stato soltanto un calciatore del glorioso Centro Sportivo Lipari. È stato molto di più. Capitano, guida, simbolo. Il volto tenace di un calcio che oggi sembra lontano anni luce.
“Gloria heroes immortales facit”, la gloria rende gli eroi immortali. E in queste parole vive il senso di ciò che Federico e una generazione di calciatori ha rappresentato per Lipari.
Quel C.S. Lipari, che ormai conta sempre meno reduci, era fatto di uomini forgiati dal tempo e dalla fatica. Figli di una generazione che ha saputo sfidare gli anni e incidere il proprio nome nella memoria collettiva. Perché, senza togliere nulla a nessuno, quando a Lipari si parla di calcio, il cuore torna indietro, a quei nomi, a quei volti, a chi oggi continua a vivere nel ricordo.
Erano anni duri. Anni nati all’ombra di un dopoguerra che aveva lasciato poco, se non dignità e una ostinata voglia di rialzarsi. Lipari era povera, sì, ma conosceva il valore del rispetto. E su quel piccolo campo del vecchio Santa Lucia, fatto di fango e sassi, tra linee appena accennate e palloni consumati, accadeva qualcosa che andava oltre il gioco, lì si costruiva speranza.
Federico correva più degli altri. Lottava su ogni pallone come fosse l’ultimo. Non per la gloria, non per gli applausi, ma per quella maglia che racchiudeva un’intera comunità. Il sudore si mescolava al fango, le ginocchia sbucciate raccontavano storie che le parole non sapevano dire. Ogni partita era una battaglia silenziosa, contro la fatica, contro i limiti, contro la vita stessa.
Quel calcio non aveva riflettori. Non aveva contratti né promesse per quei figli della strada. Aveva uomini veri, sacrificio e un sogno semplice, sentirsi vivi, per novanta minuti. E Federico Gallo, con la fascia al braccio e il cuore in gola, era anima e sostanza di tutto questo.
Noi che ti abbiamo conosciuto conserveremo questo ricordo con cura. Abbiamo visto, con orgoglio, uomini che dagli spalti sembravano piccoli, quasi anonimi, trasformarsi in giganti al primo fischio. Custodiremo quelle immagini, quei volti impressi nelle fotografie sbiadite, quei nomi scritti a penna negli album che ci mostravi con orgoglio, nei giorni di festa, quando attorno alla tavola, insieme al cibo, condividevamo anche memoria, storie, identità.
Ieri sera Federico ci ha lasciati, portando con sé un pezzo di quel mondo. Lascia un vuoto profondo in chi lo ha conosciuto e anche in chi, semplicemente ascoltandone i racconti, ha imparato a riconoscere il valore autentico di un tempo che non tornerà.
Oggi vogliamo immaginarlo così, tornato su un campo senza tempo, dove il fango non pesa più e il respiro è leggero. Di nuovo in corsa, fascia al braccio, a raggiungere i suoi compagni di squadra. Lassù, tra le nuvole, a dribblare, scattare e segnare, tra gli angeli.











