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Home Lipara MMXXV

Lipara MMXXV : I “quarti di dietro”, ovverosia della nobiltà

In collaborazione con la famiglia Iacolino e, grazie alla disponibilità dell’editore Aldo Natoli, una nuova rubrica del Giornale di Lipari . “Lipara MMXXV” ripercorrerà la storia delle Eolie attraverso gli studi e le memorie dell’indimenticato prof. Giuseppe Iacolino che grazie ai suoi libri resta un punto di riferimento per la cultura delle Isole Eolie.

GdL by GdL
7 Aprile 2025
in Lipara MMXXV
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Lipara MMXXV : Calogero, un uomo solo contro mille diavoli
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di Giuseppe Iacolino

da Gente delle Eolie – Aldo Natoli Editore

 

                                                            I «quarti di dietro»
                                                          ovverosia della nobiltà

 

Non dice niente, e, poi, non fa neanche ridere.

Comunque – ci teniamo davvero – non ci va d’essere fraintesi. Perchè, oggi come oggi, è più che naturale giocar d’equivoco con tutto quel po’ di carname o, a parlar chiaro, di callipìgie forme che l’estate passata ci ha propinate. In tutte le salse e in tutte le fogge possibili:_ natiche asciutte e al lardo, sode e strapazzate, in bianco e rosolate al punto giusto.

Le natiche balneari mettiamole da canto. Qui è di altre natiche che vogliamo dire, di quelle mangerecce, di quelle che fanno bella mostra di se nelle chianche, di quei sodi cosciotti che di continuo si esauriscono e di continuo vengon rimpiazzati. E sì, perché, malgrado la crisi in atto e la galoppante recessione economica, non ce la sentiamo proprio di rinunciare a fare indigestione di consumismo e di benessere. Di quelle natiche vogliamo parlare le quali, in termini tra specialistici e di gergo, diconsi cosce, pere, pistole, quarti di dietro o posteriori. Ebbene, questi quarti posteriori un tempo, qui a Lipari, fecero storia storia documentata, s’intende – e le chianche furono il riflesso di un ben chiaro stato della condizione sociale dei nostri avi lontani. E, stringi stringi, i protagonisti di questa amena storiella furono la gran maggioranza dei Liparoti di tre o quattrocento anni addietro, i quali, stentatamente e a furia d’insistere, riuscirono finalmente a guadagnarsi il diritto d’entrare nella chianca e di ordinare liberamente, senza per questo dover passare per arroganti e per sfrontati, un taglio di coscia. Un paio di rotoli di filetto – non più di così -, di trinche, di codata, di baùsa o di sfasciatura. Le donne, che quasi mai mettevano naso al di là della soglia domestica (perché la spesa la facevano solo gli uomini, e anche questo e documentato), ne avrebbero poi fatto arrosto, cotolette, lesso o stufato. Ma prima non era così. Codesto ed altri sollazzevoli lussi eran propri dei capocci, di coloro che comandavano, dei loro amici e degli amici degli amici. Per tutti gli  altri, per quelli che non contavano – per i ”poveri” si diceva allora – c’erano i «quarti di avanti», la carne con l’osso o ad esser più esatti, l’osso con appiccicata una parvenza di carne il tutto comprensivo del grasso dei nervi e delle pellecchie che, quanto meno, aiutavano a fare buon peso. Nessuno mette in dubbio che cotali discriminazioni – e non soltanto nella  vendita delle carni  – siano antiche quanto l’uomo, o almeno quanto antico è il  potere inteso come preminenza di diritto come arbitrio e capriccio. Ma che certe consuetudini di rispetto e di privilegio – per cui le natiche a te che sei forte, i quarti anteriori, con testa zampe e frattaglie, a me che son debole – abbiano trovato spazio nella logica della legislazione ufficiale, lo troviamo assai strano. Non e cosi? Almeno per la nostra sensibilità moderna e democratica.

 

Eppure nella Lipari del ‘600 tutto questo avveniva, ed era -si può ben dire considerato un fatto normale: le particolari attenzioni dovute ai Gentilhuomini, a quelli cioè che, come direbbe Manzoni, «si vanno trafficando per li pubblici emolumenti», ebbero, non sappiamo bene da quando, vigore di legge. E persino ammende eran previste per i macellai contravventori o scarsamente servizievoli. Abbiamo qui sottomano una curiosa ordinanza del 1609 emanata dai Giurati di Lipari. Per chi non lo sapesse, i Giurati erano i tre del consiglio di giunta. Il titolo è il seguente: «Banni, ordini, seu capituli fatti per Cola Galteri, Giulio Ambrosio et Nello Perera, Giurati di questa Nobile e Fedelissima Città di Lipare nello presente anno l609. Al Regio Capitaneo novo de questa Città per quelli fare emanare et publicare per lochi soliti et fare observare». Al terzo capoverso di detta ordinanza si recita testualmente: «Item: che tutti buccéri che tagliarran no carne et tutti pescatori che sogliono pescare, pigliare pesce, vendere pesce, vogliano servare carne et pesce delli meglio et carne della meglio parte al Capita no, lurati, Tudice et Baglio per uso loro tantum sotto pena de onsa una da appli carse la mità al Capitano et l’altra mità allo officiale che denuntiarrà». Qui ancora non si accenna espressamente ai quarti posteriori. Il fatto, però, che tra le maggiori autorità non si annoveri il Vescovo non ci stupisce. Sedeva allora sulla sedia episcopale di Lipari il grande e piissimo Alfonso Vidal, (1599-1617), francescano, il quale – cosi noi amiamo credere-non era il tipo che ci tenesse a certe sottigliezze esteriori di distinzione e di riguardo. Aveva ben altre cose il buon Vidal a cui badare: pose mano alla costruzione del palazzo vescovile in piano, fece venire i Minori Osservanti in Lipari completando per essi la chiesa e il monastero sulla Civita, si recò in Spagna e riuscì ad ottenere il distacco delle Eolie dal Regno di Napoli e la loro annessione a quello di Sicilia. Fu lui che in nome del Vicerè di Palermo ne prese possesso. Inoltre, «amante dei poverelli di Cristo, porgeva loro instancabilmente la mano, costituendo mol ti legati a loro pro, ed ancora (nel 1841) vive quello lasciato di vestirsi dodici poveri nella festività di S. Bartolomeo, che ricorre il 24 agosto, e fare indossare a dodici donne altrettante vesti». E bene che i Liparoti interessati alla loro storia si rechino a visitare la tomba del Vidal in Cattedrale: è quasi sotto l’arcata che immette nella Cappella del Sacramento. Malgrado, dunque, tante cose sottaciute in quel terzo capoverso, restiamo tuttavia informati che quanto s’ordinava ai macellai era egualmente valevole per i pescivendoli. E gli altri venditori, quelli di frutta e verdura ad esempio, come dovevano comportarsi nei confronti della gente di rispetto? C’erano ordini tassativi pure per loro. All’articolo 14 leggesi: «ltem: che quelli che portarranno frutta de fo ra, accossi secchi come verdi, cauli et altri robbi de mangiare per vendere, siano lenuti salvare abastansa delli meglio per lo Capitano, Jurati, ludici et Baglio, sotto pena de onza una etc. ». A semplice titolo di curiosità ricordiamo ai Lettori che in antico il macello di Lipari pare si trovasse ubicato nei locali della vecchia pescheria di Marina San Giovanni, proprio a ridosso della rupe del Castello. In quanto al numero degli spacci di carne fresca possiamo a occhio e croce affermare che in tutta Lipari, Sopra e sotto, dovevano essercene non più di quattro o cinque. Uno, alla fine del ‘500, era situato all’ingresso della “Citate'” nei pressi dell’attuale carcere mandamnentale: apparteneva a loannella Carnelivare la quale, in vigore di testamento in data 31 gennaio 1593, lo dotava alla figlia «ltem: lassa a sua Catirnella De Mune… la bucciria iusta le porte della Città con li soi stigli».

Gli altri spacci erano dislocati qua e là nel dedalo delle anguste stradine (cosi tanto espressive oggi e cosi ammirate dai turisti serii !) che si intersecano tra San Pietro, il Montarozzo e il torrente di via Roma la quale allora, con un nome ch’era tutta una pennellata di colore, era detta via dei Bottàri. I magazzini fungevan solo da deposito, mentre la vendita- dal pomeriggio del sabato a tutta la mattinata della domenica s’effettuava all’esterno: un tavolaccio poggiante su due trespoli di legname, due montanti alle estremità e una robusta traversa in alto dalla quale penzolavano, insieme con la bilancia a sospensione, i vari tagli di vaccina, di castrato o di maiale. Più in là il ceppo di quercia dalla superficie sudicia e gibbosa. Sparsi ovunque “i stigli”, cioè i coltellacci e l’acciaolo, e tutt’intorno, ad arricchir la scena, un nugolo di fameli che quanto fastidiosissime mosche d’ogni colore e dimensione. Per la verità, a quei tempi i Liparoti tanta carne macellata non la mangia vano. La carne era un genere di lusso da far figurare sul desco solo nelle feste ricordanti. Ma è certo, come vedremo più avanti, che circa la metà dell’intero quantitativo di carne che si macellava – e della meglio” – era destinata al consumo di quelli che “potevano” -che erano i pochi- ; l’altra metà si lasciava da ripartirsi a quelli che “non potevano'” che erano i più. La popolazione di Lipari ammontava allora ad oltre cinquemila anime.

Banco di macellaio in un vico di Lipari Da LUIGI SALVATORE D’AUSTRIA (Die Liparischen Inseln)

 

Roba da medioevo, dunque.

Ora, stando a quel che sostengono taluni storici, il medioevo in Sicilia non fini, come altrove, nel 1492, l’anno cioè in cui Colombo scoprì l’America. Per i Siculi, dicono, il medioevo tramontò nell’anno di Grazia 1735, «l’anno della ascesa al trono siciliano di Carlo III di Borbone, perché sotto la guida di questo monarca intelligente e illuminato si iniziò quell’opera radicale di svecchiamento, che incominciò a troncare i legami che tenevano ancora la Sicilia avvinta al mondo medievale». Noi non vogliamo qui discutere in merito a quanto di vero e di non vero ci sia in codesta acuta affermazione. Ma, per tornare al nostro assunto dei «quarti di dietro», diciamo solo che i Liparoti, i quali erano stufi di mangiare la carne con I’osso, avevano a loro modo accelerato i tempi, e prima ancora del fatidico 1735, avevano puntato i piedi e fatto pervenire reiterate istanze a S.E. il Vicerè di Palermo perché – almeno nel settore della carne stroncasse gl’insulsi privilegi. E cosi nel 1734 dalla Capitale perentoriamente si ingiungeva ai Giurati di Lipari:

Spettabili Signori,

Comecchè si è sperimentato un grave inconveniente contro codesti poveri che nel macellarsi la carne, o sia di bove o di altro aninale, li quarti di dietro se li prendano codesti Gentilhuomini e quelli di avanti si vendono nelle plubiche chianche a’ soli poveri i quali con ciò soggiacciono a comprare la carne con la maggior parte dell’ossa, […] incarico a Lor Signori che non permettano di vendersi carne nel macello, ma nelle plubiche chianche, per cossi ogni uno, sí povero che ricco, indifferentemente comprar potesse la carne che gli piace, e non accadere il diritto inconveniente, e ciò sotto pena di onze venti alli mecelleri che le farò esigere irremissibilmente a prò del fisco patrimoniale al primo ricorso che mi sarà replicato per ditta causa, e mi confermo

Delle VV. SS. Spe.li

Aff.mo Giovan Tomaso Loredano

Palermo 2 Aprile 1734

 

In calce, per presa visione, seguono le firme dei Giurati del tempo, Carnovale, Amendola e Policastro. Più sotto ancora vi è steso il verbale di eseguita comunicazione ai macellai di ognuno dei quali si fa nome e cognome. Lo riportiamo cosi com’è in latino notarile tanto facile che chiunque potrebbe prendersi il diletto di comprenderlo e di gustarlo; «Presentate et exequute fuerunt presentes littere in officio Spettabilium luratorum istius Nobilis et Fidelissime Civitatis Lipari iuxta earum seriem continenziam et tenorem. Pro quarum exequtione fuit per Joseph de Bastiano de ordine et mandato eorundem Spettabilium Iuratorum ignuntum et ordinatum macellariis Dominico et Antonino Le Donni, Antonino Tortaro, Joseph Polito, Francisco et Benedicto Lorca quantenus sub pena in eis contenta observare et adimplere abeant et debeant, et quisquis eorum debeat id totum quidquid in eis continetur. Hodie, 17 Aprilis 1734. D.r D.n Nicolaus Franza Secretarius».

Per coloro che non hanno la pazienza di attardarsi per capire diamo noi la traduzione: «Sono state presentate ed hanno avuto esecuzione le presenti lettere nell’ufficio degli Spettabili Giurati di questa Nobile e Fedelissima Città di Lipari secondo il loro ordine, il loro contenuto e la loro importanza. In quanto all’esecuzione di esse, per ordine e mandato dei medesimi Spettabili Giurati, fu da Giuseppe De Bastiano ingiunto e ordinato ai macellai Domenico e Antonino Le Donni, Antonio Tortaro (=Totaro o Todaro), Giuseppe Polito, Francesco e Benedetto Lorca che, tenuta presente la pena in esse prevista, le devono osser vare e mnettere in atto, e che ciascuno di loro è tenuto ad eseguire ogni ordine che in esse è contenuto. Oggi, 17 Aprile 1734. Dottor Don Nicola Franza Segretario».

Ora si rilegga con maggiore attenzione la lettera del Loredano. Si rimane stupiti, non c’è che dire, della fermezza dei suoi propositi nonché della chiarezza del suo linguaggio. Con tutti i loro difetti, quelli del Seicento sapevano essere talvolta di una coerenza stupefacente. I poveri erano i «poveri» e i ricchi erano i «ricchi. Questo è parlar chiaro. Senza mezzi termini nè lambiccamenti di metsfora. Ai nostri giorni si resta invece perplessi a sentir le ambigue classificazioni di «ceto abbiente» o di «razza padrona» o di «vertici del potere» da una parte, e, dall’altra, si sente dire «ceti subalterni», «masse popolari», «popolo», «lavoratori».

Si aggiungano infine le sfumature di ripiego come «alta borghesia», «media borghesia» e «piccola borghesia», o che so io. Per cui un povero diavolo cosi così non sa più distinguere a quale «razza» egli stesso appartenga e colore sia il sangue suo. Dobbiamo confessare che, quando leggemmo quelle belle cose con tutto quelr l’apparato di autorevoli firme e di noterelle burocratiche, fummo cosi ingenul da credere che veramente la polemica dei «quarti di dietro» e dei «quarti di avanti per i Liparoti fosse chiusa e archiviata. Ma, a parte il fatto che, come risulta dal medesimo documento, i ricchi la carne senza l’osso se I’andavano abusivamente a prelevare dritto dritto al macello, abbiamo successivamente trovato un’altra carta del 1732 che ci ha fatto ricredere: ancora in pieno Settecento il comportamento dei Nobili isolani era da considerarsi tutt’altro che illecito; veniva anzi avallato da ulteriori precise- e fresche di zecca – disposizioni di legge che, a quanto ci pare, dovettero essere dure a morire, malgrado gli immediati ripensamenti e i demagogici contrordini. Vi si legge infatti che «per ogni sabato, della carne che si macella si suole conservare un bestiolo, e si riparte un quarto per servigio di codesto Vescovo e genti di sua Corte e Famiglia, altro per il Governatore e suoi Officiali, altro per li tre Giurati, e, dopo di essi, per il Giudice e Baglio et altri Nobili», E vi si ordina che «macellandosi infra la settimana, si macelli un solo bestiolo pratticandosi l’istessa costumanza. (…] Volendo Noiche in ogni conto si ovviassero le novità che sogliono per lo più partorire de pregiudicii in disservitio della publica quiete, v’ordiniamo che sovra ciò [..] debbiate pratticare quel tanto si sia per lo passato pratticato senza far lo contrario».

Formidabile l’appetito e la furbizia che avean codesti papaveri del patriziato liparitano: da un canto usufruivano di un «bestiolo» macellato a parte tutto per loro, dall’altro avevan l’impudenza di accaparrarsi le natiche delle altre bestie destinate al pubblico smercio. Chi può dire quanto durò questo sconcio che con termine assai garbato i nostri antichi chiamavano «costumanza»?

Certo è che codesta costumanza altro non era che uno dei tanti segni visibili di quella distorsione mentale chiamiamola pure «costumanza» – per cui si «costumava» di spaccare I’umanità in due nettissime fette, quella di chi era nato a gustare la ciccia tenera e quell’altra di coloro che eran destinati ad addentare «la carne con l’ossa».

Ben diceva il Manzoni che «cosi andava il mondo nel secolo decimosettimo». Noi ci permettiamo  modestamente di dissentire, e- carte alla mano – siamo in grado di aggiungere che il mondo continuò a tirare avanti cosi anche nel successivo secolo decimottavo.

E oggi, ai tempi nostri? Oggi ai «quarti di dietro» e ai «quarti di avanti» non si ci bada più. Ognuno, in macelleria, fa gli acquisti che più gli aggradano, e le donne vi si recano senza imbarazzo. Insomma le natiche ora sono accessibili a tutti, uguali per tutti, come la legge.

O non siete d’accordo?

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