L’esposizione alla radiazione ultravioletta è tra i fattori di rischio più documentati per i tumori della pelle. L’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC) classifica infatti la radiazione solare tra gli agenti cancerogeni certi per l’uomo. Il punto, però, non è il sole in sé, ma il modo in cui ci si espone e quante volte quel comportamento si ripete nel corso della vita.
Abbiamo chiesto alla Dott.ssa Elisa Benati, dermatologa che visita al Centro Life Care di Carpi e svolge attività assistenziale e di ricerca clinica presso lo Skin Cancer Center dell’Arcispedale Santa Maria Nuova IRCCS di Reggio Emilia, centro di III livello per la diagnosi precoce dei tumori cutanei, di chiarire quali segnali richiedono un controllo dermatologico.
Che differenza c’è tra una scottatura occasionale e il danno solare accumulato negli anni?
«La scottatura è un danno acuto e visibile: la pelle si arrossa, brucia, a volte si formano bolle. È la reazione a un’esposizione intensa e concentrata nel tempo, tipicamente la giornata al mare senza protezione dopo mesi passati al chiuso. Accanto a questo c’è quello che in dermatologia chiamiamo danno attinico cronico, che funziona in modo diverso e non si vede: è la somma di tutte le esposizioni ricevute nel corso degli anni, comprese quelle che non hanno mai provocato un arrossamento, dalle ore in bicicletta al lavoro all’aperto, dal tragitto quotidiano alla primavera in giardino. Entrambi contano, ma pesano su fronti diversi. Il danno attinico accumulato negli anni è legato soprattutto ai carcinomi cutanei, i tumori della pelle più frequenti, che infatti compaiono di preferenza su viso, orecchie, cuoio capelluto e dorso delle mani, cioè nelle zone esposte tutti i giorni. Gli episodi di ustione, soprattutto se frequenti e in età precoce, sono invece associati al rischio di melanoma. Per questo è importante proteggersi in ogni contesto e non soltanto in occasione della vacanza al mare».
Perché le ustioni solari in età pediatrica non vanno sottovalutate?
«La pelle dei bambini ha uno strato corneo più sottile e meccanismi di difesa non ancora maturi, quindi si scotta più facilmente e con esposizioni più brevi. Il problema è che una parte consistente della radiazione ultravioletta che una persona riceve in tutta la vita viene assorbita proprio nei primi anni, quando si passa più tempo all’aperto. Le ustioni solari nell’infanzia e nell’adolescenza sono considerate un fattore di rischio riconosciuto per il melanoma in età adulta, ed è un rischio che si costruisce molto prima che il paziente arrivi nel mio studio. La protezione, in questa fascia d’età, passa prima dai comportamenti e poi dal prodotto: evitare le ore centrali della giornata, cercare l’ombra e usare magliette, cappello e occhiali vale più di qualsiasi filtro applicato male. La crema serve, ma va messa in quantità adeguata e riapplicata dopo il bagno, mentre nei bambini molto piccoli l’esposizione diretta al sole andrebbe evitata del tutto».
Come ci si dovrebbe osservare la pelle a casa?
«Consiglio di osservare la pelle con regolarità, con una buona luce, seguendo sempre lo stesso ordine e di farsi aiutare da un familiare per le zone che non si vedono, come il dorso, la nuca, il cuoio capelluto e la parte posteriore delle gambe. Le lesioni pigmentate vanno guardate per come sono fatte e per come cambiano: la simmetria della forma, la regolarità dei bordi, l’uniformità del colore, le dimensioni, e soprattutto l’evoluzione nel tempo. Va detto con chiarezza che l’autoesame non è una diagnosi e non serve a formulare un sospetto clinico: serve a fare una cosa sola, che però è decisiva, cioè portare il paziente dal dermatologo al momento giusto invece che dopo mesi di attesa. La valutazione di una lesione richiede la dermoscopia, cioè l’osservazione con uno strumento ottico che mostra strutture non visibili a occhio nudo, e in alcuni casi approfondimenti ulteriori».
Quali cambiamenti di un neo dovrebbero spingere una persona a prenotare una visita dermatologica?
«Il criterio più importante è il cambiamento. Un neo che modifica forma, colore o dimensione in un arco di tempo relativamente breve va valutato, e lo stesso vale per una lesione che assume bordi irregolari o colori disomogenei, con aree più scure o zone che schiariscono, e per un neo che comincia a prudere, sanguina, si ulcera o non guarisce. Un altro segnale a cui presto attenzione è la lesione che si comporta diversamente da tutte le altre della stessa persona: se un paziente ha nei con caratteristiche simili tra loro e ne compare uno che si distingue, quello merita un controllo, anche se preso singolarmente non sembra allarmante. Chi si trova in una di queste situazioni non deve aspettare il controllo annuale. Come dermatologo a Carpi in provincia di Modena ricevo regolarmente persone preoccupate per un neo che è cambiato, e nella grande maggioranza dei casi il controllo si chiude con una rassicurazione: ma è proprio quel controllo, fatto in tempo, a fare la differenza».
Che ruolo hanno la mappatura dei nei e il monitoraggio nel tempo?
«La videomicroscopia, cioè la mappatura dei nei, consente di acquisire e archiviare le immagini delle lesioni pigmentate e di confrontarle nei controlli successivi. È questo il punto: molte lesioni non si giudicano da sole, si giudicano rispetto a come erano prima, e il monitoraggio nel tempo permette di cogliere modificazioni minime che il paziente non percepisce e che a occhio nudo non sarebbero rilevabili. Nei casi selezionati si può ricorrere alla microscopia laser confocale, che consente uno studio più approfondito della lesione senza asportarla. Sono metodiche che utilizzo quotidianamente nell’attività allo Skin Cancer Center e che applico anche in studio. La mappatura è particolarmente indicata per chi ha familiarità per melanoma, per chi ha un numero elevato di nei, per chi ha la pelle chiara e per chi riferisce ustioni solari ripetute in passato: per queste persone il controllo periodico non è un eccesso di prudenza, è la misura più ragionevole».











