Intervista esclusiva per Il Giornale di Lipari ad Andrea Tesoriero, presidente del Lipari Calcio
di Alessio Cioni
A Lipari il calcio non comincia quando l’arbitro fischia. Comincia molto prima, forse il lunedì mattina, quando qualcuno apre il cancello del campo, sistema una rete, controlla gli spogliatoi, lava le divise. Comincia sul mare, quando una squadra deve partire per una trasferta e il viaggio diventa parte della partita. Comincia nelle famiglie, nei bambini che inseguono un pallone e negli uomini che continuano a credere che una maglia possa ancora raccontare qualcosa di più importante di una classifica. Il Lipari Calcio è anche questo. Una società sportiva, certamente, ma dentro una comunità insulare lo sport finisce inevitabilmente per assumere un significato più largo: aggregazione, identità, educazione, responsabilità. E persino resistenza.
La stagione appena conclusa ha lasciato l’amarezza della retrocessione in Seconda Categoria, arrivata al termine di un campionato difficile. Ma il presidente Andrea Tesoriero, dopo aver inizialmente rassegnato le dimissioni, ha scelto di continuare il progetto rossoblù. Una decisione che racconta già molto dell’uomo prima ancora che del dirigente.
Perché fare calcio a Lipari significa affrontare problemi che una società della terraferma spesso non conosce: il mare, le trasferte, i collegamenti, i costi, la difficoltà di costruire una rosa e, soprattutto, la necessità di far crescere in casa i giocatori del futuro. È da qui che parte questa intervista esclusiva per Il Giornale di Lipari. Non dalla classifica, dunque, ma da una domanda più semplice e più difficile: che cosa significa davvero indossare la maglia rossoblù?

Presidente Tesoriero, se dovesse raccontare il Lipari Calcio a chi non è mai stato alle Eolie, da dove partirebbe?
«Credo che occorra partire dal concetto fondamentale che rappresenta il calcio, ovvero lo sport più popolare del nostro Paese. È una importante valvola di sfogo per tutti i ragazzi, soprattutto durante il lungo e duro periodo invernale. Rappresenta inclusione, aggregazione e condivisione. Rappresenta la possibilità, per le famiglie, di ritrovarsi la domenica al campo, trascorrere insieme novanta minuti e vivere una giornata di sport, tifo e, si spera, serenità. Il rossoblù rappresenta un calcio che appartiene alla nostra comunità. Rappresenta quei periodi in cui venire a giocare a Lipari non era sicuramente una passeggiata per nessuno. Chi arrivava sulla nostra isola sapeva di trovare un ambiente difficile, una squadra combattiva, un pubblico caloroso e una maglia che veniva indossata con orgoglio. È questo il valore che vogliamo preservare: una storia, un’identità e un senso di appartenenza».
A Lipari il mare è ovunque. Lo si vede, lo si sente, lo si attraversa. E anche nel calcio finisce per diventare parte della quotidianità. Una trasferta non è semplicemente una partita da raggiungere: è un viaggio, un’organizzazione, una scommessa sulle condizioni del tempo.
Fare calcio su un’isola significa affrontare difficoltà che altrove spesso non esistono. Quanto è difficile mantenere viva una società come il Lipari Calcio?
«Credo che il grande traino di tutto sia, prima di ogni altra cosa, una grande passione che si ha dentro. Come ha giustamente affermato Lei, a Lipari fare calcio rappresenta uno sforzo immane. Basta pensare alle trasferte: ogni quindici giorni, quando è necessario spostarci, dobbiamo attraversare il mare e, soprattutto nel periodo invernale, non è raro dover affrontare condizioni meteo difficili ed un mare particolarmente agitato. Ma il nostro pensiero non è rivolto soltanto alle nostre trasferte. Pensiamo anche alle società che devono venire a giocare a Lipari. Siamo nel mondo del calcio dilettantistico ed abbiamo comunque la responsabilità di garantire a tutte le squadre ospiti la possibilità di disputare la partita e di rientrare a casa al termine dell’incontro. Un altro tassello fondamentale è rappresentato dal parco giocatori. Portare calciatori provenienti da fuori a Lipari è tutt’altro che semplice. Questo significa che dobbiamo costruire i nostri giocatori, farli crescere, formarli ed accompagnarli nel loro percorso. E mi creda che è molto difficile».
È qui che il settore giovanile del Lipari Calcio assume un valore che va oltre il risultato sportivo. Per una società insulare, infatti, costruire giocatori significa anche costruire continuità. Significa offrire ai ragazzi un luogo nel quale crescere, stare insieme e imparare che una squadra è fatta di responsabilità condivise.
Il Lipari Calcio ha alle spalle una storia importante. Quanto sentite il peso e l’onore di custodire questa eredità?
«Il peso e la responsabilità di ciò che i grandi presidenti del passato hanno costruito assumono oggi un valore davvero importante. C’è un episodio, tra i tanti, che ricordo con particolare emozione. Eravamo a giocare a Torregrotta. Quel giorno io ero in tribuna ed osservavo i nostri ragazzi entrare sul terreno di gioco. Ad un certo punto sentii alcuni tifosi locali dire: “Ecco la gloriosa maglia rossoblù di Lipari”. Queste parole mi colpirono profondamente».
Una frase ascoltata lontano dall’isola può raccontare, qualche volta, più di una classifica. Perché una maglia diventa importante quando viene riconosciuta anche da chi la vede soltanto passare. Ed è proprio da questa consapevolezza che nasce il progetto degli “Ambasciatori RossoBlu”.
Come è nata questa iniziativa?
«È nata dal desiderio di far comprendere a tutti noi dirigenti di oggi, ai nostri giocatori e soprattutto alle nuove generazioni che cosa rappresenta realmente la maglia del Lipari Calcio. È una procedura complicatissima, perché raccontare una storia significa conoscerla, viverla e soprattutto riuscire a trasmettere le emozioni. Ed è proprio per questo che servono gli Ambasciatori RossoBlu: persone che quella storia l’hanno vissuta in prima persona e che possono diventare un ponte tra il passato, il presente ed il futuro del Lipari Calcio. E proprio approfittando di questa intervista voglio svelare il nome del primo Ambasciatore RossoBlu. Primo non per importanza, perché gli Ambasciatori saranno una squadra e tutti avranno lo stesso valore. Il primo è Massimo Di Franco».
Un nome che appartiene al patrimonio sportivo dell’isola e che, nelle intenzioni della società, può diventare un ponte tra generazioni diverse. Perché una squadra non vive soltanto attraverso chi oggi scende in campo: vive anche attraverso coloro che hanno contribuito a darle un volto, una dignità, un significato.
Dietro una società sportiva ci sono però anche persone che non finiscono sui giornali. Qual è il sacrificio che i tifosi vedono meno?
Tesoriero, a questo punto, non parla più soltanto di calcio.
«Oggi il calcio, anche quello dilettantistico e forse soprattutto quello dilettantistico, ha dei costi importanti. Trovare persone disposte a mettere mano al proprio portafoglio, a investire i propri soldi in un progetto senza avere nulla in cambio non è affatto semplice. Per questo sento il dovere di ringraziare tutti i miei soci. Ma c’è un altro aspetto che forse viene raccontato troppo poco: il tempo. Ci sono persone che, dal lunedì fino al giorno della partita, dedicano una parte importante della propria vita al Lipari Calcio. E allora mi viene da pensare a mio papà, un instancabile lavoratore che si prende cura del campo di calcio come fosse una bomboniera. Mi viene da pensare a mia mamma, che lava tutte le divise, che pulisce gli spogliatoi. E lo fa affrontando anche ogni genere di rumenta che può essere lasciata negli spogliatoi. E penso ad Alfonzino Gualdi, sempre presente con il suo furgone degli attrezzi, sempre pronto ad intervenire, a sistemare qualcosa, a fare lavori all’interno della struttura sportiva. Sono queste le persone che non finiscono sui giornali e non vengono applaudite dagli spalti».
È il lavoro invisibile dello sport dilettantistico. Quello che comincia quando gli altri non guardano e termina quando gli spalti sono già vuoti. Una divisa lavata. Una porta sistemata. Un campo preparato. Un viaggio organizzato. La partita dura novanta minuti. Il calcio, invece, dura tutta la settimana.
Quali valori volete trasmettere ai bambini e ai ragazzi che indossano per la prima volta la maglia rossoblù?
«Educazione, rispetto, sportività e lealtà. Valori che non lasciano spazio al proprio ego, alla ricerca del protagonismo personale o all’interesse del singolo. Perché il calcio prima ancora di essere competizione è squadra. Perché la vita è un percorso da affrontare da squadra».
È una risposta che porta il discorso fuori dal campo. Una società sportiva non può risolvere tutti i problemi di una comunità, ma può insegnare a un ragazzo una cosa che oggi appare tutt’altro che scontata: non si cresce da soli.
Può il Lipari Calcio diventare un luogo di amicizia, responsabilità e appartenenza?
«Rappresenta una fonte molto importante. Ma da soli non si può fare nulla, occorre un percorso comune con i genitori e con la scuola».
Poi Tesoriero racconta un episodio che forse più di qualsiasi dichiarazione spiega quale idea di calcio abbia in mente.
C’è un episodio che le ha fatto capire che il vostro impegno va oltre il risultato?
«Di episodi così ne esistono diversi, ma sono episodi che ho sempre custodito dentro di me, senza mai sentire il bisogno di fare proclami o pubblicità. Oggi ne voglio raccontare uno. Una volta un ragazzo smise di venire alla scuola calcio. Il mister mi chiamò e mi disse: “Non viene più perché non può permettersi di pagare la retta mensile. Portiamolo in prima squadra, in maniera che non paghi più nulla”. Dissi subito di sì».
È una risposta che non ha bisogno di molti commenti. Il pallone, qualche volta, serve anche a non lasciare indietro qualcuno.
Le Eolie sono conosciute nel mondo per la loro bellezza. Può il Lipari Calcio contribuire a raccontare un’altra immagine dell’isola?
«Da soli non si può fare nulla. Serve un percorso comune condiviso con le istituzioni e soprattutto con le amministrazioni che nel tempo si susseguono. Serve continuità. E devo essere sincero: tutto questo fino ad oggi non l’ho ancora visto pienamente realizzato. Quando si parla dei nostri ragazzi, dello sport e del futuro della nostra comunità bisogna essere capaci di andare oltre le persone e pensare al bene comune».
Il calcio diventa così una lente attraverso la quale osservare anche Lipari. Una comunità che ha bisogno di strutture, programmazione e continuità, ma soprattutto di una visione capace di guardare oltre la singola stagione e oltre il singolo mandato.
E i tifosi? Che rapporto avete con loro?
«Il rapporto con i tifosi si costruisce piano piano. Li impari a conoscere con il passare degli anni, a comprenderne le esigenze, le aspettative, i caratteri. E fortunatamente, vivendo in un’isola, abbiamo il piacere di incontrarci, parlarci e conoscerci sempre più. I nostri ultras sono molto esigenti e credo che sia giusto che sia così. Chi ama davvero il rossoblù vuole vedere la propria squadra lottare, sudare e dare tutto per quella maglia. E forse il gesto più bello che potessero farmi e farci è proprio quello di avere dimostrato la loro vicinanza nel momento più difficile. Siamo retrocessi in Seconda Categoria e non è certamente semplice accettarlo. Eppure loro ci sono. A differenza di tanti altri, non sono scappati nel momento della difficoltà e non si sono fatti comprare da nessuno».
È nelle sconfitte che il rapporto tra una squadra e il suo pubblico diventa più autentico. Quando la classifica non offre consolazioni, rimane soltanto la voglia di continuare a stare dalla stessa parte.
Che cosa è rimasto del calcio dilettantistico di un tempo?
La domanda provoca una risposta quasi brusca.
«Sincero? Oggi non ne vedo. E se la Nazionale italiana per tre Mondiali di fila non vi ha partecipato, beh… iniziamo dal calcio dilettantistico».
Una provocazione che contiene anche una riflessione più ampia sul calcio italiano e sulla necessità di tornare a investire nei settori di base, nei piccoli centri, nelle società che lavorano lontano dai riflettori.
Se potesse riportare idealmente allo stadio uno dei protagonisti della storia del calcio liparese, chi sceglierebbe?
«Schiererei in tribuna tutti quei dirigenti e presidenti che oggi purtroppo non ci sono più e che ci hanno lasciato. Per una questione di età e di esperienza personale, però, mi fermerei a parlare un po’ di più con uno in particolare: Tanino Taranto. Probabilmente mi sgriderebbe perché siamo finiti in Seconda Categoria, ma sono convinto che mi darebbe una bella pacca sulle spalle e mi direbbe: “Non ti preoccupare. Riprendiamoci ciò che abbiamo perduto”».
È una scena che sembra quasi di poter vedere: la tribuna, il campo, il mare sullo sfondo e un uomo del passato che non fa processi, non cerca alibi, non pretende spiegazioni. Dice soltanto di ricominciare.
Dove immagina il Lipari Calcio fra cinque o dieci anni?
«Gli obiettivi sono sempre gli stessi: lavorare sempre di più e sempre meglio. Continuare a insistere sui principi giusti, su un modo di fare calcio serio, organizzato e professionistico. Sono convinto che, prima o poi, il lavoro e la coerenza vengano riconosciuti e che i risultati arrivino. Quello che possiamo fare è guardare a quello che abbiamo davanti e affrontarlo con il massimo impegno. Un giorno alla volta. Una stagione alla volta. Un passo alla volta. Il futuro non si costruisce con le parole o distruggendo altri, ma lavorando ogni giorno con continuità. Ed è quello che continueremo a fare per il Lipari Calcio».
E a un giovane eoliano che oggi deve decidere se indossare questa maglia, che cosa direbbe?
«Dovrebbe capire l’importanza della maglia che va a indossare. Dovrebbe capire l’importanza di rappresentare tutti quei giovani e quei bambini che guardano a lui. Dovrebbe capire che quando scende in campo non rappresenta soltanto se stesso. Rappresenta Lipari. Rappresenta il Rossoblù. E tutto ciò non si compra con il materialismo o con i soldi».
Alla fine resta una domanda quasi impossibile: se il Lipari Calcio fosse una persona seduta davanti a noi, dopo anni di gioie, sconfitte, cadute e ripartenze, che cosa direbbe?
Tesoriero non cerca una risposta elegante.
«Io penso che un grazie almeno lui me lo direbbe. Prometto di dare tutto ciò che ho ed anche altro».
Forse è tutto qui il senso di una società come il Lipari Calcio. Non soltanto una squadra, non soltanto undici uomini in campo, non soltanto una domenica allo stadio. È una parte dell’identità sportiva di un’isola che ha imparato a convivere con il mare e con le distanze, con le partenze e con i ritorni. Il calcio a Lipari può perdere una partita. Può perdere una categoria. Può attraversare una stagione difficile. Ma finché ci sarà qualcuno disposto a lavare una maglia, a sistemare un campo, a prendere un traghetto, ad allenare un bambino che non può pagare la retta, a ricordare chi ha costruito prima di lui e a dire a un ragazzo “quando scendi in campo rappresenti Lipari”, quella maglia non sarà mai soltanto una maglia. Sarà un’appartenenza. E le appartenenze vere non hanno bisogno di vincere ogni domenica per continuare a esistere.









