L’album dei ricordi: Salina nel 1874

di Massimo Ristuccia

Le isole di Lipari – F. Salino . Torino, Candeletti, 1874, cm. 23, pp. 49, Estratto dal Bollettino del Club Alpino Italiano n. 22 vol. VIII, 1874.

Isola di Salina.

isole lipariE’ la più bella, la più grande e la più popolata dopo Lipari, dalla quale dista non più di 5 chilometri al nord-ovest da terra a terra, e 18 dal centro principale di Lipari al suo centro principale, denominato Santa Marina, all’est dell’isola. La sua superfice è di chilometri quadrati 27 e metri 354,119; dei quali più di 22 chilometri coltivati, con un tributo regio lire 41,687.

E’ formata di due belle montagne coniche, una chiamata Monte dei Porri a nord-ovest, alta metri 859, l’altra Monte Fossa delle Felci a sud-est elevata di metri 962 circa. Quest’ultima è la più alta di tutte le Eolie. I due monti sono uniti alla loro base ad un’altezza approssimativa di 300 metri formata dalla Valle di Chiesa.

La popolazione di 4,907 anime (non compresa l’assente la notte del 31 dicembre 1871 di 501 individui per traffici di mare) è suddivisa nelle seguenti otto borgate cioè: centro principale e sede del comune Santa Marina 1,481; Lingua, 545; Capo, 121; Gramignazzi, 72; Malfa, 1,234; Pollara 169; Val di Chiesa, quasi al centro dell’isola, 278; Leni, 843; e Rinella, 164.

Per far inoltre conoscere la topografia dell’abitato, giova notare le distanze stradali che dividono le dette borgate. (TAB.1)

 Dalle dette misure deducendo le distanze da Malfa a Pollara e Rinella si avrebbe il mezzo circolo dell’isola verso la sua base, e, tenuto conto della tortuosità e salite della strada, si avrebbe una periferia per l’intiera isola di 20 chilometri, che corrispondono appunto al giro in barca, pel quale s’impiegano 4 ore.

Santa Marina, Malfa e Rinella sono i centri commerciali dell’isola, ove sulle spiaggie si possono tirare a secco le navi di discreta portata possedute dagli abitanti, i quali non solo esportano i prodotti del suolo in vini e uve appassite, per riportare gli altri generi abbisognevoli, ma ben anco cercato noleggi per lontani ad esteri paesi.

Coloro che esercitano una professione od un’industria sono intorno a 100, dei quali un farmacista, 27 esercenti molini mossi dagli asinelli, 5 tenenti trapeli per l’olio, 2 costruttori di barche, muratori, falegnami, pizzicagnoli e bettolieri, e vi è pure un’osteria nel capoluogo, esercita da una vedova per conto del comune, che fa ogni possa per mettersi al paro di civiltà con gli altri comuni in Santa Marina ed in Leni; il municipio tiene alcune camere con letti pei forestieri che capitano nell’isola.

Facendo il giro di questa si veda che è tutta composta di materie vulcaniche, consistenti in lave e lapilli di varianti colori e qualità; la consistenza de’ suoi addimostra la sua stabilità, e le sperienze ne apprestano i dati, poiché all’infuori delle coste più delle coste più a perpendicolo flagellate dai marosi, le altre coste più appese e le varie rughe di quelle pareti sono tutte coltivate a vigneti sino all’apice delle più alte pendici, e non mostrano nessun indizio di franamento; non però la parte esposta al sud in prossimità della borgata Rinella, dal lato est a quella di lingua, ove si sono manifestati e si manifestano dei vasti e ripidi franamenti, e quella costa trovasi in tale condizione di dissolvimento che è impossibile il poter mai più frenarsi, tanto più che giace sotto la diretta influenza dei gagliardi flutti di ponente, i quali, stante la profondità del mare di quella costa, qualsiasi ammasso pietroso cadente dall’alto tosto ingoiano e spargono pel fondo, senza che mai pei detriti possa formarsi una spiaggia piana, come si formò dal lato est dell’isola, ove trovasi Santa Marina, ed ove in tempi antichi successe un immenso franamento del dosso del monte formante lo spigolo sud-est, che dette origine alla spiaggia di Lingua, sulla quale, oltre al villaggio, si trova un grande spazio di terreno piano coltivato, e sull’estremità di tal terreno si costruiscono le così dette saline per la fabbricazione del sale, servibile a preparati chimici.

L’estrema punta di quel terreno che si protende è mobile a guisa di lingua: ora si volge all’est, ora all’ovest, secondo che i due venti opposti trasportano la ghiaia di cui è composta; per cui quando spira il ponente, la punta della lingua, torcendosi al nord-est, forma un seno all’est, e quando spira il vento opposto i marosi, mossi dallo stesso, costringono la punta della lingua, come una banderuola, a volgersi all’ovest, e così ne nasce un seno a sud-ovest.

Dalle alte pendici delle due montagne tutto intorno dell’isola scendono i valloni denominati al nord Scafidi (burrone), Vallonazzo, Celso (burrone), Aviti, Barresi; all’ovest il vallone dei Porri; al sud Pirrera; all’est Zappini, Barone, ed i burroni Magna e Lo Re. Le quali permettono allo scienziato d’indagare la natura delle materie vulcaniche, non che i fenomeni eruttivi successi quando le emanazioni vulcaniche si trovavano in attività. Dirimpetto al capo nord- ovest, ove trovasi il villaggio detto Pollara, sorge in mare il grosso scoglio detto Faraglione.

Nell’occasione della mia visita, avendo manifestato al sindaco il desiderio di salire il monte più alto dal lato di Malfa e ritornare per Rinella, siccome spirava un forte maestrale, mise a mia disposizione una barca che mi condusse a Rinella, e così avrei avuto il vento in poppa. Munitomi di lettera commendatizia per l’assessore signor Pittorino Giuseppe, lo incontrai alla marina, occupato intorno alle sue navi, e siccome abita alla borgata superiore Leni, subito mi offrì ospitalità ed il suo asinello a dorso nudo per fare la salita all’ombra di olivi colossali; ma non avezzo a quel semplice cavalcare , non appena fui sopra, non avendo saputo combinare la posizione del mio centro di gravità coll’andatura dell’asinello, mi trovai rotolato a terra, però aggrappato con una mano all’orecchione del mansueto animale. Perciò preferii di far la salita a piedi. Giunti a Leni, fu messa a mia disposizione la casetta dei forestieri, composta di due camere con soffice letto, e di dove dal balcone apresi un panorama con vista a sinistra delle due isole di Lipari e Vulcano, che pare ne formino una sola, e di prospetto le coste della Sicilia coll’Etna. Il giorno dopo, di buon mattino, il mio ospite pose a mia disposizione un suo servo per condurmi alla Fossa delle Felci.

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Si cammina su di un piano poco inclinato fino all’antica chiesa di Val di Chiesa, ove incomincia una ripida salita per un sentieruolo piuttosto battuto, quasi sempre in mezzo alle vigne piantate in terreno formato di tufo e detriti di lave, sostenuto da muricciuoli a secco, fino cento metri dalla sommità o colle, ove il terreno è tutto coperto di arbusti spinosi e di felci, in mezzo ai quali il cane della guida prese un coniglio letteralmente coperto di animali parassiti conficcati nella sua pelle. Dopo due ore di viaggio si giunse alla sommità, ove trovasi il segnale trigonometrico, e superando le asperità rocciose, si giunse a scoprire un vasto piano rinchiuso tutto intorno da un orlo frastagliato e composto di grossi ammassi di lava. Proseguendo verso il lato est, prima di arrivare a delle grandi pareti rocciose, si trova un piano convenientemente acconciato per raccogliere l’acqua piovana in una piccola cisterna, nella quale però in quel tempo non ve n’era affatto. Al fianco delle pareti rocciose si trovano diverse case mezzo distrutte, ma la guida non seppe dirmi a che avessero servito, essendo la sommità del cono, per forse cento metri di altezza, di proprietà del comune. Io supposi che, stante la bellezza del panorama che tutto in torno si aggira e la freschezza dell’aria che si gode nell’estate, un qualche eccentrico avesse forse fatto costruire una villa campestre colassù in quella sublime solitudine. E davvero che sarebbe pure la gran bella cosa, potendosi in quell’ameno luogo benissimo costruire un bellissimo parco, stante la feracità del terreno di cui si compone il fondo della fossa, tanto vasta da non poter riconoscere chi fossero tre individui che stavano zappando all’estremità. In questo bacino le acque piovane non hanno uscita che per infiltrazione, e la neve rimanendovi per qualche mese, non può far a meno che dare origine a qualche sorgente. Difatti mi fu riferito che nelle vicinanze di Santa Marina trovasi una sorgente, ma il proprietario del fondo la tiene nascosta, facendo scomparir l’acqua per tema che gli venga tolta; ma il municipio pensava di renderla pubblica mediante un canale che conducesse l’acqua a Santa Marina (1).

(1) Quando scrissi queste linee non aveva ancora letto il Capo XXIV del viaggio di Spallanzani alle Due Sicilie, dal quale rilevasi che nella sua visita nell’anno 1788 la sorgente esisteva, e vigorosa, per cui non sarà di troppo ripetere qui le sue parole affinchè possano servire di norma agli attuali amministratori di quel comune per fare rimettere la sorgente allo scoperto per uso pubblico:

“A poca distanza dal mare, presso Santa Marina, sorge una fonte d’acqua dolce e perenne; esaminata col termometro si è dimostrata di gradi 2 e ½ meno calda della temperatura dell’aria. Uscendo ella per l’addietro rasante quasi il pelo dell’acqua del mare, di sovente ad essa si frammischiava e quindi rendevasi pressochè inutile per quei popolani. Ma da pochi anni in poi riesce vantaggiosissima, giacchè, per un taglio verticale fatto nel lido, sbocca ora da un sito sovrastante 15 piedi (metri 7) al livello del mare. E’ rigogliosissima, formando cinque getti d’acqua, ciascuno del diametro di un pollice (metri 0,025) circa, il che è strano in un’isola vulcanica, in quelle almeno di Lipari. Questa grossa polla, non v’ha dubbio, riceve il suo alimento dalle acque piovane, non ascoltandosi più ai nostri giorni l’opinione che voleva che le fonti ed i fiumi derivassero immediatamente dal mare. Le pioggie però d’onde essa si nutre, sembra non doversi cercarle da remoti paesi, ma si dalle cadenti annualmente sull’isola. Convengo però dire che correva il nono mese che piovuto non era colà, siccome mi testificarono quegl’isolani, da’ quali tuttavia intesi che in questo intervallo sofferto non aveva la più piccola diminuzione. Come dunque in questa sentenza spiegare simile fenomeno? Io non veggo assurdità alcuna, anzi trovo naturalissimo il supporre che dentro ad un’isola, lavorata dal fuoco quale si è questa, covino immense caverne, poste le quali, se si concepisca che per le pioggie cadenti si riempino d’acqua, e che in talune di quelle che soprastano all’escita della fontana mantengasi sempre dell’acqua alla medesima altezza, noi intendiamo facilmente come per lunga siccità la sua pienezza non si rallenti giammai.

Usando un’analoga ipotesi, che a me sembra niente forzata, si spiega la perennità della fonte di Stromboli.””

Il fondo della fossa è composto di detriti delle lave e contiene tufo polverizzato, come si osservò sul Monte Guardia di Lipari, e sui crateri di Alicuri e Filicuri. Benchè la sommità superi in altezza il monte dei porri di ben 82 metri, pure non potemmo scorgere la forma precisa del suo cratere, non comparendo dal nostro lato che la porzione dell’orlo più elevata. Però si presentava a noi tutta la sua conica parete orientale, composta di lave di diversi colori, di arene e massi erratici fin quasi alla sua base sopra Val di Chiesa , ove incomincia un manto di vigne e alberi fruttiferi verdeggianti. Per l’opposto il nostro monte non ha che la sommità di forma conica, poscia le sue falde si allargano verso Lingua per più di 2 chilometri e si allungano verso il capo per circa 5, conservando un’altezza che forse non differisce di 200 metri dall’orlo del cratere. E di qui noi scorgevamo i due lati di questa magnifica montagna tutta coperta, all’infuori del suo dorso superiore, di verdeggianti vigne e alberetti, co’ suoi villaggi di Lingua e Santa Marina al mare, e Malfa su di una altura sovrastante allo stesso, tutto spumeggiante e rumoroso, con Val di Chiesa, Leni e Rinella alla sua base. E, stante la sua elevazione sopra tutte le isole, permetteva di scorgere la curiosa topografia di Lipari e Vulcano, colle loro aperture dei crateri, formanti le stesse isole uno dei tre raggi di cui si compone l’intero gruppo, con Panaria, isole minori ed il fumante Stromboli a nord-est, e Filicuri ed Alicuri al sud-ovest, le quali due ultime isole da questo punto compariscono molto vicine l’una all’altra benchè effettivamente siano separate da una distanza di 18 o 20 chilometri.

Nel mentre si godeva di quello stupendo panorama, senza che la vista ne rimanesse sazia, il vino che si era deposto a terra, per la brezza che filava intorno alla bottiglia, si rinfrescò in tal modo da compensarci della mancanza dell’acqua, non ostante la sua alcoolica gagliardia.

Nella discesa non seguimmo più il sentiero, ma direttamente scendemmo attraverso le vigne, non senza disagio, poiché il terreno è molto friabile ed i muricciuoli sopra menzionati ci costringono a far salti od a percorrere delle diagonali per trovare la discesa.

Per motivo che il mare continuava ad essere grosso e che non avrebbe permesso di salpare dalla rada di Malfa, rinunciammo a dirigerci verso quel lato e pensammo di ritornare a Lenei e Rinella, ove il mare per essere riparato al ridosso del monte avrebbe permessa la partenza.

Giunti a Val di Chiesa, cercammo acqua in una casa che trovai dirimpetto alla chiesa, alla quale trovasi annesso un piccolo convento di monache che trovasi ancora abitato dalle stesse, e trovammo che la casa era l’abitazione del prete uffiziante la stessa chiesa. Ci offrì acqua e vino, ma non seppe rispondere a nessuna delle mie interrogazioni sulle vicende storiche e telluriche dell’isola, e ciò come gli altri preti interrogati i quali tutti dimostrarono di essere sforniti dalla più volgare cultura su ciò che riguarda il piccolo guscio che li vede nascere.

Poco lungi di là, verso Leni, visto, passando, che altra casina campestre era abitata da un prete lungo ed anziano, pensai di arrestarmi per muovergli alcune interrogazioni; cortesemente mi fece entrare e mi offrì del vino secondo l’usanza; e questo sacerdote dimostrò di avere cognizioni superiori agli altri suoi colleghi. Ecco che mi riferì:

La prima chiesa fabbricata nell’isola, che sarebbe la terza in anzianità fra tutte le isole, è quella di Val di Chiesa sotto il titolo di Maria Santissima del terzito, che risale a sorgere del secolo decimosesto. In quel tempo l’isola non era abitata, poiché non coltivata, ed era tutta coperta di boschi, e solo pochi liparotti venivano a tagliar legna. Dopo dissodato alquanto il miglior terreno della valle dagli stessi, alcune famiglie di coloni vi si stabilirono, e sorse quindi la seconda chiesa di San Lorenzo intorno alla quale si formò la borgata Malfa. Terza fu quella di Santa Marina , quarta quella di Lingua, quinta quella di Rinella, settima quella di Pollara dedicata a Sant’Onofrio, ed ultima quella di Leni fabbricata da pochi anni.

Lo stesso prete continuò a farmi sapere che il 6 febbraio 1870 vu fu un terremoto nell’isola, che si fece sentire con più intensità in Val di Chiesa, il quale fece screpolare le mura della chiesa e di tante altre abitazioni.

Il 5 marzo 1814 successe un terremoto spaventoso che fu inteso in Lipari e nelle altre isole, il quale cagionò molti danni, per cui ancora al giorno d’oggi al 5 marzo di ogni anno si fanno ringraziamenti religiosi affinchè non si rinnovi un tanto spaventevole cataclisma.

Nel territorio dell’isola non si conoscono più fenomeni vulcanici di sorta, né di emanazioni di vapori, né di acque termali, ma però in mare, al sud , dirimpetto la borgata di Rinella, alla distanza da terra 6 o 700 metri, trovasi un vulcano con cratere sottomarino, il quale parecchie volte all’anno fa delle singolari eruzioni, manifestate da detonazioni fortissime con ribollimento del mare per una grande quantità di vapori sulfurei che n’escono e spandano i loro soffocanti odori a grande distanza. Per quelle parziali eruzioni tutto il fondo del mare si rimuove, e grandi massi di erica e di alghe marine colle loro radici compariscono galleggianti alla superficie, non che una gran quantità di fango puzzolente che intorbida il mare tutto all’intorno per un grande spazio.

Lo stesso vulcano sottomarino di continuo emette gas acidi e sulfurei, i quali si manifestano non solo coll’odore ma pur anche con bolle gassose, che di continuo ascendono dal mare e scompariscono rompendosi sul pelo dell’acqua.

La profondità della superficie dell’acqua è di 40 passi di corda, equivalente a metri 60. Su quel fondo fangoso si pescano grandi quantità di triglie, motivo per cui un pescatore mi raccontò che trovandosi colà pescando fu sorpreso da una delle descritte eruzioni, e la quantità di alghe ed ammassi di radici, che subito comparvero alla superficie del mare, fu tale che la sua barca ne fu assediata, e, se volle uscirne, dovette discendere dalla barca e salire sulle alghe, che lo reggevano, per renderla più leggiera, e per potersi liberare e rimanere asfissiato dai vapori che ne uscivano.