
Riconoscimento di Merito del Premio Letterario Internazionale «Poesia Narrativa Saggistica Sarzanae» (già «Città di Sarzana») per Giuseppe (Pino) La Greca. Lo scrittore liparese ha partecipato all’ VIII edizione del Premio con il volume ” Il corpo sotto processo”.
Questa la recensione di Susanna Musetti :
C’è nei libri di Giuseppe una coerenza rara: quella di chi guarda alla storia non come a un archivio di carte, ma come a un organismo vivo, attraversato da tensioni, fragilità, scandali e, soprattutto, umanità.
Il corpo come reato. Cronaca giudiziaria di indecente moralità è, in questo senso, una vera indagine antropologica travestita da cronaca. L’autore non si limita a restituire l’aneddoto curioso o la sentenza bizzarra: egli ricostruisce con rigore documentario e passione civile la storia culturale del pudore in Italia, mettendo sotto osservazione il modo in cui il corpo, e in particolare il corpo femminile, è stato giudicato, censurato, colpevolizzato.
Dalla “signora in due pezzi” del 1949 fino al topless degli anni Settanta, il volume segue come un filo rosso la progressiva emancipazione dello sguardo e del diritto, mostrando il ridicolo e al tempo stesso la ferocia con cui l’istituzione giudiziaria tentava di imbrigliare la modernità. Ogni capitolo è un piccolo dossier storico-giuridico, eppure la scrittura di Giuseppe non ha nulla dell’arido linguaggio tecnico: al contrario, si percepisce in ogni pagina la curiosità del cronista, la finezza del moralista laico, e la malinconia dello storico che sa quanto la libertà sia una conquista sempre fragile.
Il libro si apre con una Premessa firmata da Lidia Ravera, che funge da preambolo di straordinaria lucidità: la scrittrice rivendica la necessità di difendere la libertà espressiva in un tempo in cui la censura non è più ideologica, ma economica e commerciale. Ed è in questo contesto che Giuseppe si inserisce con un saggio che si potrebbe definire contro la dimenticanza: un archivio della memoria morale italiana, una cronaca di “reati” che oggi ci appaiono surreali ma che, in fondo, rivelano quanto la libertà dei corpi sia ancora terreno di conflitto.
La parte più interessante del volume non è solo l’elencazione delle vicende giudiziarie il bikini vietato, la minigonna incriminata, i processi al nudo ma la sottile analisi del linguaggio giuridico, che svela il fondamento culturale del pregiudizio. Giuseppe mostra, con ironia trattenuta e rigore quasi filologico, come espressioni quali “comune sentimento del pudore” abbiano costruito un intero edificio di ipocrisie sociali.
Dietro l’apparente oggettività della legge si celava egli dimostra un’idea di società “educabile”, plasmata dalla morale dominante e dal paternalismo cattolico di Stato.
C’è nel testo anche una componente quasi narrativa: ogni processo, ogni caso, diventa un racconto a sé, una piccola parabola in cui il diritto inciampa nel costume e il costume sfida la legge.
Così il libro procede come un mosaico di storie, a tratti comiche, a tratti indignate, ma sempre animate da una profonda pietà civile. L’autore guarda ai protagonisti con empatia, non con sarcasmo, e restituisce una coralità di voci pretori, giornalisti, donne coraggiose, moralisti e libertari che danno spessore al quadro storico.
Sul piano metodologico, Il corpo come reato è un esempio di storiografia “ibrida”: unisce la precisione dell’archivista alla passione del narratore e alla visione etica del saggista. Il risultato è un testo di alta leggibilità e insieme di grande spessore documentario, capace di parlare non solo agli studiosi ma a ogni lettore che voglia comprendere come il corpo soprattutto quello femminile sia stato usato come campo di battaglia ideologica.
Eppure, dietro la denuncia, si avverte anche l’affetto dell’autore per l’Italia che racconta: un Paese contraddittorio, capace di indignarsi per una minigonna e di tollerare, allo stesso tempo, ingiustizie ben più gravi.










