Ti candidi a Sindaco ? Ma chi te lo fa fare con comuni sempre più in default

Su Repubblica di ieri un interessante reportage sullo stato dei comuni siciliani e sui “miracoli” (quando riescono) dei sindaci

Un siciliano su tre vive in un comune che non riesce a garantirgli servizi essenziali come manutenzione delle strade, assistenza ai disabili o riscaldamenti a scuola. E l’onda dei default degli enti locali adesso è diventata una marea incontenibile: alla spicciolata, uno dopo l’altro, in dissesto o in pre-dissesto sono finiti 85 Comuni su 391, inclusi i tre centri maggiori, Palermo (il Consiglio comunale ha appena dato mandato agli uffici e alla giunta di presentare il piano
di riequilibrio entro il 1° novembre), Catania (in default dal 2018) e Messina (in pre-dissesto almeno fino all’anno prossimo), adesso secondo l’Anci serve un’iniezione-monstre di liquidità da mezzo miliardo l’anno.

Senza tasse né contributi
Il problema, secondo l’Anci, deriva soprattutto dal crollo dei trasferimenti da Stato e Regione. «In passato — sbuffa il segretario generale dell’Anci in Sicilia, Mario Emanuele Alvano —quando si facevano le giunte si verificava la disponibilità di risorse per destinarle fra le varie deleghe. Ora invece si fa l’operazione opposta: si cerca cosa tagliare per compensare il buco». Ne sa qualcosa il sindaco di Catania Salvo Pogliese, di Fratelli d’Italia, alla guida della più
grande città d’Italia in default: «Usando un modo di dire che qualche anno fa era in voga nella parte opposta alla mia — sorride — vige la regola della “fantasia al potere”. L’unico modo per risolvere la crisi quotidiana è usare l’inventiva per trovare soluzioni: una sponsorizzazione per la manutenzione di una rotatoria, un risparmio di qua,
un’iniziativa creativa di là». C’è però anche un grande problema di riscossioni, con i Comuni siciliani che si confrontano con un’evasione quasi al 50 per cento. «Nel mio comune — osserva Pippo Midili, neo-sindaco di un altro centro in dissesto, Milazzo — la percentuale di riscossione ordinaria si aggira intorno al 30 per cento. Poi c’era la riscossione coatta: ma quando mi sono insediato era ferma al 3-4 per cento. Abbiamo avviato una rateizzazione e il dato si è impennato». In assenza di soluzioni di questo tipo, però, i Comuni precipitano verso il dissesto: al momento l’Isola conta 44 fra Comuni ed ex Province in default e 43 alle prese con un piano di riequilibrio, ma il conto è destinato
inesorabilmente a crescere.
«Nei centri piccoli e grandi — spiegano dall’Anci — c’è chi non riesce a garantire il riscaldamento nelle scuole, chi non può pagare la manutenzione ordinaria, chi come diversi centri della Sicilia occidentale fa fatica persino su servizi essenziali come l’assistenza ai disabili o la raccolta dell’immondizia».

Vita da sindaco
Il risultato è di fatto una fuga dai Comuni e in generale dal mestiere di sindaco, testimoniato anche dalle prossime — non affollatissime in termini di candidati — amministrative. Dovuta allo stipendio bassissimo — quello dei Comuni più piccoli supera di poco i mille euro — ma anche alla frequenza di avvisi di garanzia: «Molto spesso — prosegue Alvano — un sindaco finisce sotto inchiesta per il fatto sindaco. Ci sono troppe ipotesi di responsabilità oggettiva e durante il mandato o più spesso dopo il mandato molti di loro si caricano di procedimenti». Alla popolarità del sindaco, poi, non
contribuisce l’obbligo per i Comuni in default di portare tutte le aliquote al massimo almeno per cinque anni: «Noi — osserva da Monreale, uno dei centri in dissesto, il primo cittadino Alberto Arcidiacono — dobbiamo tenere le tasse al massimo, e ovviamente la gente se la prende con noi. Ci salviamo con i finanziamenti europei, ma il problema è che in default non possiamo assumere e con quota 100 i tecnici se ne vanno: fra 18 mesi non potremo neanche fare i progetti per ottenere fondi».

Il caso Palermo
Il capoluogo che nel maggio 2022 si accomiaterà dal sempiterno sindaco Orlando è alla canna del gas. Nessuno ripara
le strade, le manutenzioni ordinarie nelle scuole sono un rebus che si risolve solo raschiando il fondo degli accordi quadro. Le fermate dei bus sono affollate, mentre i sindacati dell’Amat scrivono al prefetto e minacciano di fermare i mezzi: non hanno ricevuto gli stipendi di settembre, mentre il Comune preme perché l’ex municipalizzata cali sui bilanci l’ulteriore taglio da 13 milioni sul corrispettivo. La strada tracciata era quella del dissesto. Ma il Comune, che non è riuscito ancora a chiudere il bilancio di previsione 2021 e ora spera in una nuova proroga fino al 30 novembre,
sta tentando un’ultima carta: far approvare dal Consiglio comunale il piano di riequilibrio. E i numeri sono da capogiro.

L’ombra sul voto
Il prossimo sindaco dovrà accollarsi l’impegno a ripianare in dieci anni un debito da 651 milioni, 81 solo nel 2021. Ma come? È questa la missione impossibile alla quale sono chiamati gli uffici che a novembre devono presentare al Consiglio comunale una proposta di tagli. Proposta che deve essere approvata entro il 26 dicembre, pena, appunto, la dichiarazione di dissesto. Il debito scenderebbe a 66 milioni nel 2022 per poi assestarsi a 63 milioni per otto anni. Ma come può il Comune che non riesce a chiudere il bilancio corrente tagliare ancora? Per prima cosa dovrà portare al massimo le tariffe dei servizi “a domanda individuale”: significa che le rette di mense e asili schizzeranno alle stelle. E poi dovrà ritoccare al rialzo tutte le tasse, a eccezione della Tari che per volontà del Consiglio comunale non aumenterà per il solo 2021. Il 2022, l’anno in cui i palermitani dovranno cominciare a pagare il primo debito alla Rap da 20 milioni di euro, sarà stangata. Ma non basterà, in un’amministrazione che in un anno ha visto quasi raddoppiare le uscite per
gli interessi da pagare alla banca che ogni giorno le presta soldi per coprire le spese ordinarie: da 1,2 milioni del 2019 a 2,3 del 2020. Mancano banalmente i soldi in cassa. E adesso, con un’ultima direttiva appena arrivata agli eletti, per due mesi l’aula dovrà smettere di approvare debiti fuori bilancio perché prima dovrà fare «una ricognizione»: significa che chi attende soldi dal Comune dopo una sentenza, ha ottenuto giustizia sulla carta e dovrà aspettare ancora. «Un disastro legato all’incapacità di governare le partecipate», dice l’ex grillino Ugo Forello, che da consigliere dell’opposizione ha scritto l’emendamento che obbliga gli uffici e la giunta a portare in aula il 1° novembre il piano che deve essere approvato entro Santo Stefano. «Ma è evidente — attacca Forello — che si tratta di un
bluff: il Comune non è in grado di far fronte a 80 milioni di tagli». Una delle strade percorribili è la vendita delle spa comunali. Ma Orlando ha sempre detto che i servizi devono restare in mano pubblica. E i suoi possibili successori? Come la pensano? Al momento l’unica società appetibile è la Gesap: la quota del Comune vale 22 milioni. Le
altre, a partire da Rap e Amat, sono colabrodo.

Sos allo Stato
L’unica strada è un aiuto dal governo. Lo chiedono tutti, dal sindaco uscente ai potenziali candidati del campo opposto, come l’ex rettore Roberto Lagalla. Le sue ultime carte per Palermo, il primo cittadino le gioca da presidente dell’Anci. «C’è qualcosa di profondamente distorto se su 390 Comuni solo una cinquantina possono chiudere i bilanci», dice Orlando, che attacca la Regione perché ha costretto le amministrazioni a rinunciare ai fondi perequativi. «I Comuni sono vittime della speciale autonomia siciliana, con la Regione che aveva assicurato che ci avrebbe pensato da
sè e invece li ha lasciati a secco». Senza un aiuto dello Stato gli enti locali non ce la fanno:
«La dimostrazione ce la dà il 2020: siamo riusciti a chiudere il bilancio grazie ai fondi Covid». Ma nel 2021 i nodi sono venuti al pettine. E adesso? L’unica speranza è l’Agenzia delle Entrate che ha sostituito la decotta Riscossione Sicilia contro la quale Orlando ha presentato un esposto alla Corte dei conti e uno alla procura. Nessuno paga le tasse, ma dei 62 milioni che Palazzo delle Aquile deve recuperare ne sono arrivati solo 8. Un problema diffuso: Anci ha denunciato proprio alla vigilia del passaggio che la Sicilia è stata messa in ginocchio da Riscossione. Basterà l’arrivo dell’Agenzia delle Entrate a rialzarla?