Alla Tenuta di Castellaro, giovedì 10 settembre, Luca Galeano porta alle Eolie un percorso artistico che attraversa rock, pop, jazz, fusion e medicine music. Una conversazione sulla musica come ascolto, ricerca interiore e memoria mediterranea. Ultimo appuntamento della rassegna Sunset Live Music
di Alessio Cioni
La musica, per Luca Galeano, può cominciare prima ancora che venga suonata una nota. Può nascere dal vento, dal mare, dalla luce, dal silenzio. Può dipendere dal luogo e dal pubblico, perché tra chi suona, chi ascolta e l’ambiente si crea, secondo il chitarrista, un vero e proprio campo di energie.
Ricorda una volta in cui suonava mentre tramontava il sole: con il mutare della luce cambiava anche il suo modo di percepire il ritmo. È una delle immagini che meglio raccontano la sua idea della musica. Il paesaggio non fa da sfondo: entra nel suono. È una premessa che sembra fatta apposta per Lipari, dove Galeano sarà protagonista domani sera alla Tenuta di Castellaro, nell’ambito degli appuntamenti musicali al tramonto.
Il suo percorso, del resto, è stato un viaggio senza confini. Dalla chitarra elettrica e dal rock alla classica, dall’underground catanese al progressive e all’hard rock, dagli studi a Roma alla fusion e al jazz, fino all’esperienza con Sugarfree, al lavoro nel pop a Milano e alle collaborazioni con artisti come Mario Venuti. Poi ancora la musica strumentale e gli “endorsement”, come testimonial di alcuni marchi di strumenti musicali. Una carriera difficile da rinchiudere in una definizione. Galeano si definisce “camminatore della musica” e spiega: «Non ho mai sposato una tipologia musicale, ho cercato di sposare me stesso».
È forse la chiave per comprendere anche la sua evoluzione più recente.
Quando la tecnica impara a farsi da parte
Il pop gli ha insegnato una parola che oggi considera fondamentale: servizio. Il musicista deve servire l’artista, la canzone, l’ascoltatore e, in definitiva, la musica stessa.
Con Sugarfree ha imparato che una chitarra può essere fisica ed energica senza trasformarsi in una dimostrazione tecnica. Con Mario Venuti ha scoperto che talvolta un semplice arpeggio di due note può essere più efficace di una frase complessa. Anche un episodio raccontato da Galeano durante il suo percorso nella medicine music è diventato una piccola lezione di vita musicale. Kike Pinto gli fece notare che togliere la settima da un Am7 poteva cambiare completamente la sensazione dell’accordo: Am7 «porta in cielo», Am «ti tiene a terra».
Poi arrivò l’incontro con una signora brasiliana, una “abuela”, che gli chiese di suonare. Galeano eseguì fingerstyle, blues, bassi alternati e materiale virtuosistico. Lei ascoltò e poi gli disse: «Fino adesso hai suonato per il bello, adesso è venuto il momento che tu suoni per l’utile». Quella frase cambiò la prospettiva.
La domanda diventò: come può un musicista essere utile attraverso il proprio strumento? Da lì nacquero esperienze legate alla meditazione, al breathwork e al lavoro interiore. All’inizio Galeano costruiva quasi una “playlist in tempo reale”, creando tappeti armonici capaci di accompagnare la concentrazione. Poi arrivarono sequenze, pattern e una ricerca sempre più personale.
Nacque così Rezo Flow. Ma insieme al progetto nacque qualcosa di ancora più importante: la consapevolezza di avere trovato una propria voce. Dal chitarrista chiamato per un progetto, una tournée o una registrazione all’artista che può dire: «Questa è la mia musica».
La nota giusta è quella che contiene un’intenzione
Per Galeano la tecnica resta indispensabile. Ma non è il fine. «La tecnica è il linguaggio», dice. Serve, per esempio, a ottenere quella che definisce una “dinamica a scomparsa”, nella quale il suono nasce, si manifesta e poi quasi scompare. Per ottenere una simile naturalezza sono necessari controllo, precisione e disciplina.
Ma la nota giusta non è soltanto quella esatta. È quella che possiede un’intenzione. Prima c’è una dimensione interiore, poi la mente, quindi il gesto e infine il suono. Anche l’intenzione, sostiene Galeano, può arrivare a essere percepita in una registrazione. La paragona al profumo spruzzato su una lettera: la lettera può viaggiare dall’altra parte del mondo, ma quando viene aperta qualcosa di quel profumo sarà ancora presente.
Persino un sorriso può lasciare una traccia. «Una nota non è mai soltanto una nota», dice. Da qui deriva anche il suo interesse per un autentico “verismo musicale”: registrazioni reali, anche realizzate con un telefono, senza correggere ogni imperfezione. La perfezione costruita in studio può essere impeccabile, ma non necessariamente vera.
Il silenzio non è un vuoto
Fra gli incontri che hanno segnato il suo percorso c’è quello con Adrian Freedman, maestro di shakuhachi. Da lui ha ricevuto una lezione destinata a diventare centrale: la musica vive anche nella morte della nota, nello spazio fra una nota che muore e quella successiva che nasce.
Il silenzio, dunque, non è qualcosa da riempire. È parte della musica. In Rezo Flow questa consapevolezza diventa sostanza. «Togliere non significa fare meno: significa ascoltare di più». Per un musicista abituato alla tecnica e al controllo, imparare a sottrarre è forse più difficile che aggiungere.
A volte Galeano racconta di avere la sensazione non di suonare, ma quasi di essere suonato. Il musicista smette di governare tutto. Il suono rallenta il respiro, il corpo si calma, l’ascolto si approfondisce.
La responsabilità di insegnare
La stessa filosofia entra nell’insegnamento. La parola che Galeano usa è responsabilità.
La chitarra è uno strumento dalla complessità enorme, quasi «sei pianoforti sovrapposti e disposti verticalmente». Per questo il percorso comincia dalla struttura: forme, movimenti, tecnica, controllo del suono, disciplina. Perfino un esercizio ritmico deve diventare esperienza del corpo. Un sestuplo non deve essere soltanto eseguito: deve essere sentito, pronunciato mentalmente, assimilato.
Poi arriva la libertà: improvvisazione, ricerca, identità. Il pericolo contemporaneo è diventare copie di ciò che si vede su YouTube. Galeano vuole invece musicisti unici, capaci di trovare una voce che non appartenga a nessun altro. E anche gli studenti insegnano a lui. Jazz, rock, fingerstyle, chitarra elettrica: ogni allievo porta qualcosa. «Mentre insegno, continuo a imparare».
La soddisfazione più grande arriva quando un ex allievo diventa insegnante e trasmette a sua volta ciò che ha ricevuto. È quella che Galeano chiama una “filiera virtuosa”.
La Sicilia dentro il suono
Le radici, intanto, rimangono.
La Sicilia non è per Galeano un’etichetta, ma una grammatica musicale. In Rezo Flow compare una struttura ritmica binaria con una forte suddivisione ternaria, vicina alla tradizione della tarantella e della pizzica. Il suo suono nasce da una terra precisa: lava, Etna, mare, sole, vulcano e Mediterraneo.
Si può dialogare con il mondo, contaminarsi, ascoltare altre culture. Ma il punto di partenza resta quello che si è. Ed è proprio il Mediterraneo, con la sua stratificazione di popoli, lingue, strumenti e memorie, a diventare una delle grandi fonti della sua ricerca. Il mare non è soltanto una frontiera: è stato una strada.
Lipari, prima della musica
Il rapporto con le Eolie nasce da lontano. Da bambino Galeano era affascinato da Vulcano, dalla sua forza primordiale. A Salina ha dedicato un brano, “Salina”, inserito nel suo primo album di fusion strumentale. Le isole, racconta, hanno spesso coinciso con momenti di introspezione, di cambiamento e di trasformazione. Ora arriva Lipari, un incontro atteso.
E qui torna il principio da cui tutto era cominciato. Prima della musica vengono il vento, il mare, la roccia, il vulcano, i silenzi.
Poi, eventualmente, arriva la musica. La chitarra, per Galeano, è anche yoga, preghiera, respirazione, ascolto. Un tempo la prendeva per suonare qualcosa. Oggi spesso la prende per stare dentro qualcosa.
Alla fine non chiede al pubblico di ricordare necessariamente un brano o una frase. Vorrebbe soltanto che, tornando a casa, qualcuno si accorgesse di essere stato bene. È un desiderio semplice. E forse proprio per questo è il più difficile.
Perché la musica, quando davvero riesce a raggiungere qualcuno, non ha sempre bisogno di lasciare una melodia nella memoria. A volte basta lasciare una persona un po’ più vicina a se stessa.
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