La nascita della sezione ANPI delle Isole Eolie riporta al centro una delle pagine più significative della storia italiana. Il Dott. Alessio Pracanica riflette sul valore del confino politico, della Costituzione e della partecipazione civile, ricordando come Lipari possa ancora essere un luogo capace di insegnare il significato più autentico della libertà
di Alessio Cioni
Lipari è un’isola che il mare ha reso celebre e la storia ha reso unica. Ogni estate migliaia di persone arrivano alle Isole Eolie attratte dai paesaggi, dai tramonti e dal fascino di un arcipelago patrimonio dell’umanità. Eppure esiste un’altra Lipari, meno conosciuta ma altrettanto preziosa: quella che il fascismo scelse come luogo di confino politico e che, quasi per un paradosso della storia, divenne uno dei laboratori della futura democrazia italiana.
Tra queste strade camminarono uomini come Carlo Rosselli, Emilio Lussu e Francesco Fausto Nitti. Erano stati mandati sull’isola per essere isolati dal resto del Paese. Invece continuarono a confrontarsi, a progettare, a credere che la libertà sarebbe tornata. Da quella esperienza nacquero idee e relazioni che avrebbero contribuito alla rinascita democratica dell’Italia.
La nascita della sezione ANPI delle Isole Eolie, intitolata ai fratelli partigiani Antonino e Fulvio Ferlazzo, restituisce oggi voce a quella storia. Non per celebrare il passato, ma per comprendere il presente e costruire il futuro. In un tempo segnato da disinformazione, polarizzazione e crescente disaffezione alla vita pubblica, il valore della memoria assume un significato nuovo. Per il Giornale di Lipari, il Dott. Alessio Pracanica, presidente della nuova sezione, racconta perché la libertà non sia una conquista definitiva, ma una responsabilità che appartiene a ogni generazione.
Dott. Pracanica, la nascita della sezione ANPI delle Isole Eolie rappresenta un momento storico per l’arcipelago. Che cosa ha significato per lei vedere concretizzarsi un progetto che lega Lipari, luogo simbolo del confino politico, a un presidio attivo della memoria democratica?
È un fatto molto più simbolico di quel che potrebbe sembrare.
Il fascismo trasformò le piccole isole in una sorta di prigione senza sbarre, dove relegare ogni pensiero critico. Ma la storia ha una sua ironia spietata: cercando di isolare il dissenso, la dittatura ha involontariamente trasformato quelle isole in laboratori a cielo aperto della futura Repubblica.
Concretizzare la nascita di una sezione ANPI proprio qui non è un semplice tributo nostalgico. La memoria passiva rischia di essere come le ceneri di una cremazione. Bisogna ricordare che le isole smettono di essere un perimetro di detenzione, diventando presidio e radiofaro di libertà.
Non abbiamo aperto una semplice sede associativa: rivendichiamo che Lipari non è il luogo in cui la libertà è stata sospesa, ma la roccia su cui ha imparato a non piegarsi.
Le Eolie vengono spesso raccontate soprattutto attraverso il turismo, il mare e la loro straordinaria bellezza paesaggistica. Lei, invece, richiama l’attenzione su un’altra identità dell’arcipelago: quella legata alla storia, al confino politico e alle battaglie per la libertà. Perché oggi è importante recuperare questa memoria?
Ogni bellezza, senza memoria, rischia di diventare un’anestesia. Soprattutto in un’epoca che tende a consumare i luoghi invece di capirli.
Ridurre le Eolie a spiagge, scorci mozzafiato e movida significa compiere un’inconscia opera di sbiancamento storico: trasformare il perimetro di una violenza di regime in uno sfondo decorativo.
Un luogo senza storia è solo superficie piatta. Se chi arriva sa che qui Rosselli, Lussu o Nitti misuravano a passi lenti la propria prigionia sognando la democrazia, il mare smette di essere solo uno sfondo da cartolina e diventa testimone del tempo.
Il turismo moderno tende a consumare un territorio senza lasciarvi consapevolezza. Insegnare che le Eolie sono state una prigione a cielo aperto trasforma i turisti in viaggiatori, temporanei custodi della Storia.
Anche il più maleducato dei villeggianti avrebbe qualche scrupolo a lasciare una lattina vuota dentro il Partenone o nel Colosseo. Perché la Storia intimidisce, incute rispetto. E non è male chiedere a chi arriva di rispettare questi luoghi.
In definitiva, recuperare questa memoria non significa rovinare la cartolina delle Eolie, ma arricchirla di nuove prospettive.
La sezione ANPI delle Isole Eolie è stata intitolata ai fratelli Antonino e Fulvio Ferlazzo. Quale valore assume questa scelta e quale messaggio possono trasmettere queste figure, forse ancora poco conosciute, alle nuove generazioni?
I Ferlazzo dimostrano che la democrazia non è stata costruita solo da personaggi straordinari in momenti eccezionali, ma da persone normali che hanno rifiutato di girarsi dall’altra parte.
Agli occhi di un ragazzo di oggi, questo abbatte l’alibi dell’impotenza: non serve essere un gigante della storia per fare la cosa giusta, basta non essere indifferenti nel proprio quotidiano.
Inoltre, spesso, l’antifascismo al Sud viene ignorantemente percepito come un racconto narrato altrove, legato solo alle montagne o ai grandi centri urbani del Nord. Intitolare la sezione Eolie dell’ANPI ai fratelli Ferlazzo significa dimostrare che la spinta morale della Liberazione è un valore universale, nato anche tra le pietre e il mare di queste isole.
Se i Padri Costituenti ci insegnano l’altezza della democrazia, i fratelli Ferlazzo possono insegnarci la sua vicinanza. Che la libertà non abita nei libri di storia, quanto piuttosto nelle scelte che ciascuno compie a casa propria.
Lipari custodisce pagine importanti della storia italiana del Novecento, spesso ancora da approfondire. Quali percorsi di ricerca e valorizzazione storica intende promuovere la nuova sezione ANPI sul territorio eoliano?
Non credo che basti fare della semplice archeologia accademica. Se la ricerca si limita a rispolverare documenti e a sommare date, si consegna a una splendida inutilità.
Il responsabile scientifico della nostra sezione è Pino La Greca, lo storico per eccellenza delle Eolie. In questi anni ha compiuto un lavoro incredibile nel recuperare pezzi di memoria misconosciuti o creduti dispersi. Dare giusto rilievo alle sue fatiche mi sembra uno scopo più che degno, facendo conoscere, per esempio, tutti gli eoliani che hanno contribuito alla lotta partigiana.
Poi, mi piace sperare che ci si possa muovere anche in altre direzioni. Ricostruendo il rapporto tra isolani e confinati, quella rete di solidarietà clandestina che sappiamo esserci stata.
Il confino politico ha lasciato un segno profondo nella storia di Lipari: qui sono passati uomini e donne che hanno contribuito alla costruzione della democrazia italiana. Ritiene che questa eredità sia ancora pienamente conosciuta dagli abitanti e dai visitatori dell’isola?
Purtroppo no e spesso non per semplice ignoranza. Bisogna operare una doverosa distinzione tra informazione e consapevolezza.
Parecchi sanno che a Lipari c’è stato il confino; forse non tutti comprendono cosa significa davvero.
Il turismo contemporaneo cerca l’evasione della movida, la sospensione dal tempo e dalla storia; il paesaggio che consola, non la memoria che interroga. Un aumento della vista, accompagnato da miopia della memoria.
Inoltre, bisogna combattere la diffusa narrazione che descrive il confino quasi come una specie di villeggiatura. Dimenticando quanto fossero diverse le isole minori negli anni ’30 e ’40 rispetto a oggi. L’eredità del confino è come un quadro di inestimabile valore appeso nel corridoio di una casa affollata. Tutti sanno che c’è, ci passano davanti ogni giorno, ma nessuno si ferma a guardarlo. La scommessa non è aggiungere altre targhe commemorative, ma trasformare quella storia da reperto del passato a lente per interpretare la libertà di oggi.
Oggi la parola “antifascismo” è spesso al centro del dibattito pubblico e politico. Quale significato dovrebbe avere questo termine nel presente, al di là delle contrapposizioni ideologiche?
L’errore del dibattito contemporaneo è ridurre l’antifascismo a ideologia o appartenenza politica tra le tante. Non lo è. L’antifascismo è la condizione necessaria per la realizzazione della democrazia. Per usare un paragone, le varie culture politiche (liberalismo, socialismo, conservatorismo più o meno illuminato) sono i software con cui si sceglie di governare una società. L’antifascismo è l’hardware che permette loro di girare insieme. Se elimini l’antifascismo, non ottieni una posizione diversa, ma soltanto la distruzione dello spazio in cui la politica stessa può esistere.
Il fascismo è un metodo, non solo un’epoca. Se leghiamo la parola soltanto al Ventennio, alle camicie nere o ai saluti romani, lo confiniamo nei libri di storia. Ma il fascismo, nella sua essenza profonda, è una tentazione permanente dell’animo umano e del potere: la semplificazione violenta della realtà, il disprezzo per la fragilità, il dissenso perseguito come tradimento, la sostituzione della forza al diritto.
Essere antifascisti non significa solo indignarsi per i fantasmi del passato, ma esercitare un rigore etico quotidiano: difendere l’indipendenza dell’informazione, la separazione dei poteri, la dignità dei lavoratori, la tutela delle minoranze e la complessità del pensiero contro gli slogan anestetizzanti.
L’antifascismo non è un confine che divide i cittadini, ma il suolo comune sul quale ci si ritrova, per garantire a tutti il diritto di pensiero ed espressione.
Chi oggi ripete lo slogan del “fascismo che non esiste più”, in realtà cerca solo di diffondere e realizzare proprio quella logica. E quando viene contrastato, si appella a quelle stesse regole che vorrebbe distruggere, bollando gli oppositori come antidemocratici. D’altronde, diceva Shakespeare: il diavolo, per i suoi scopi, sa ben citare le Sacre Scritture.
Qual è oggi la visione dell’ANPI per il futuro? In un tempo segnato da guerre, disuguaglianze e crisi della fiducia nelle istituzioni, quali sono le battaglie culturali e civili che un’associazione nata dalla memoria della Resistenza deve portare avanti?
Se l’ANPI accettasse di essere confinata al ruolo di guardia del museo, avrebbe perso in partenza.
La memoria non è un monumento sul quale portare corone di alloro una volta all’anno. La principale ragione d’essere di un’associazione nata dalla Resistenza è essere un laboratorio di cittadinanza. Bisogna pensare la Costituzione come un cantiere aperto, non come un testo sacro da contemplare. Occorre far capire alle nuove generazioni che diritti sociali, lavoro dignitoso, sanità pubblica e diritto allo studio non sono concessioni dall’alto.
Senza giustizia sociale, la democrazia è un guscio vuoto. Occorre riaffermare l’Articolo 11 della Costituzione: “L’Italia ripudia la guerra”. La Resistenza nacque per mettere fine alla tragedia della guerra fascista. Difendere la pace non significa cedere a un pacifismo ingenuo, ma rifiutare la logica del riarmo e della forza bellica come destino inevitabile dell’umanità.
Bisogna sbugiardare, una volta per tutte, la bufala della “guerra come prosecuzione della politica con altri mezzi”. Se fosse vero, non ci sarebbero guerre, perché almeno a parole non c’è leader politico che non voglia la pace.
La guerra è la continuazione dell’economia, con cui condivide spesso la totale assenza di scrupoli. E una nuova guerra diventa possibile quando scompaiono le generazioni che l’hanno vissuta sulla propria pelle. In questo il ruolo della memoria, e quindi anche dell’ANPI, è essenziale.
Occorre ricostruire il tessuto sociale dal basso: creare spazi comunitari e insegnare che la partecipazione è l’unico vero antidoto all’impotenza.
La Resistenza non è stato un evento storico concluso nel 1945; è un metodo. L’ANPI del futuro non deve chiedere ai giovani di ricordare ciò che hanno fatto i loro nonni, ma deve dare loro gli strumenti per fare esattamente la stessa cosa oggi: rifiutare l’indifferenza, contestare l’ingiustizia e prendersi la responsabilità del mondo.
Uno degli aspetti più importanti del vostro impegno riguarda il rapporto con i giovani. Come si può raccontare la Resistenza e la Costituzione alle nuove generazioni affinché non siano soltanto argomenti scolastici, ma valori realmente vissuti?
Si commette un errore dicendo ai ragazzi: “Guardate quanti sacrifici sono stati fatti per voi, dovete essere riconoscenti”.
Così non si genera passione civile, ma rigetto o indifferenza.
I giovani devono scoprire che la Costituzione è il loro strumento di autotutela più potente. Quando un ragazzo incontra la disoccupazione, lo sfruttamento del precariato, la devastazione ambientale, bisogna ricordargli che gli articoli costituzionali non sono formule astratte, ma strumenti per difendere la sua vita.
I Partigiani non erano venerabili rimbambiti da commemorare, ma ragazzi di vent’anni che hanno avuto il coraggio di dire no quando tutto il resto del Paese diceva sì.
Occorre raccontare che la Resistenza è stata una gigantesca scelta di disobbedienza contro l’autoritarismo e il conformismo.
Se i ragazzi capiscono che la Resistenza è il rifiuto di accettare il mondo così com’è, si riconosceranno in essa.
Bisogna spostare il tempo verbale: dal passato remoto al futuro. La Costituzione non è il riassunto di ciò che siamo stati, ma il progetto di ciò che dobbiamo diventare.
Le Eolie sono un territorio particolare: un luogo periferico dal punto di vista geografico, ma centrale nella storia nazionale. Quanto può essere importante costruire una rete tra ANPI, scuole, istituzioni, associazioni culturali e realtà locali per trasformare la memoria in partecipazione ?
In una realtà insulare il rischio non è l’isolamento geografico, ma la solitudine culturale.
Se l’ANPI agisse come una cattedrale nel deserto o un circolo chiuso di addetti ai lavori, finirebbe per replicare proprio la logica del confino, diventando un’isola dentro l’isola.
Anche a prescindere dall’ANPI, dobbiamo smettere di considerare le isole come gli angoli dimenticati della nazione, dove si tagliano i servizi e ci si ricorda di loro solo quando il turismo contribuisce al Pil.
Un arcipelago è, per definizione, un insieme di terre separate dal mare. Una rete di partecipazione è ciò che le trasforma in una comunità.
E solo una comunità può difendersi dai tagli e dalla sottrazione delle tutele.
Viviamo in un’epoca caratterizzata dalla rapidità della comunicazione e dalla diffusione di informazioni spesso non verificate. Quali sono, secondo lei, i rischi maggiori per la memoria storica e quale ruolo può avere la cultura nel contrastare l’indifferenza ?
Il vero rischio oggi non è la menzogna palese, rozza e facile da smascherare, ma l’eccesso di rumore.
Quando la comunicazione diventa istantanea e compulsiva, subisce una trasformazione devastante: viene ridotta a intrattenimento o a merce da consumare in 24 ore prima del post successivo.
Viviamo schiacciati in un eterno presente privo di profondità. Se tutto accade adesso, per essere spazzato via domani, si perde il nesso tra cause ed effetti.
La memoria ha bisogno di tempo, sedimentazione e silenzio, mentre internet esige reazioni immediate. In questo corto circuito la complessità della storia viene sacrificata sull’altare dello slogan. Nel caos informativo non verificato si fa strada una forma di relativismo tossico: l’idea che l’ignoranza sia un punto di vista. Che un’opinione qualsiasi su un social network abbia la stessa dignità di anni di studio o ricerca. La cultura non deve essere intesa come semplice accumulo di dati, ma come un mezzo di autodifesa.
In un mondo che accelera, la cultura è l’unico autovelox capace di insegnarci a fermarci, verificare le fonti, smontare la propaganda e le bugie. Ci restituisce il controllo del nostro pensiero e ci ricorda che l’indifferenza è solo la pigrizia di chi crede che la storia non lo riguardi.
Lei è anche autore del romanzo Contati sulle dita. Una fiaba elettorale. Quanto la scrittura e la riflessione attraverso la narrativa possono aiutare a comprendere temi come democrazia, partecipazione e responsabilità individuale ?
Quando parliamo di partecipazione o responsabilità, usiamo parole talmente abusate da aver perso ogni potere. Scegliere di raccontare la campagna elettorale di un piccolo paesino siciliano aiuta a spogliare la politica dal suo gergo burocratico e a restituirla alla sua dimensione reale. Un romanzo non si accontenta di modelli ideali o di eroi senza macchia. Tende a costruire personaggi pieni di dubbi, di paure, esposti alla tentazione di piccoli e grandi cedimenti morali. Ho cercato di raccontare la crisi della politica non come un evento astratto, ma come il risultato di tante stanchezze e compromessi individuali.
Da presidente ANPI e da uomo di cultura, quale pensa sia oggi il ruolo degli intellettuali e degli operatori culturali nel difendere il valore del dialogo e della conoscenza storica?
Difendere la conoscenza storica non significa impartire lezioni nozionistiche. Significa prendere la complessità del passato, smontare i meccanismi della propaganda e tradurre la storia in un linguaggio accessibile.
Intellettuale non è chi sa tutto, ma chi sa fornirci la chiave per interpretare da soli ciò che accade.Viviamo in un’epoca che esige schieramenti immediati, tifo da stadio e giudizi in bianco o nero. In questo scenario, il ruolo di ogni persona di cultura sembra quasi sovversivo: ricordare che la realtà non è mai piatta e che la semplificazione non è il percorso più breve, ma la strada migliore per smarrirsi.Non si deve spiegare alle persone cosa devono pensare, ma fornire gli strumenti per poterlo fare.
In questo senso, la cultura è la migliore tecnica di legittima difesa.
La Costituzione italiana nasce dalla Resistenza, ma spesso viene citata più che realmente conosciuta. Quale articolo o principio costituzionale sente oggi particolarmente urgente e importante per la società contemporanea ?
Ce ne sono tantissimi, ovviamente. Ma se dovessi indicarne uno, direi il secondo comma dell’Articolo 3. Il primo comma lo conoscono tutti: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge”. Ma è nel secondo comma che si compie il passaggio essenziale, dall’uguaglianza formale a quella sostanziale.Mentre la maggior parte delle Costituzioni del mondo recita la rassicurante favola secondo cui gli uomini nascono uguali, i nostri Padri e Madri Costituenti fecero un atto di spietata onestà intellettuale. Guardarono un’Italia distrutta e dissero una verità difficile: non è vero che siamo uguali. La realtà è ingiusta, la linea di partenza non è la stessa per tutti.Lo Stato non può essere uno spettatore delle disuguaglianze. Scrivere che “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale” significa rifiutare l’idea di una politica che si limiti ad arbitrare le regole del gioco. La Costituzione prefigura uno Stato che interviene, che prende per mano chi parte indietro. Oggi si parla molto di merito, ma se non si rimuovono gli ostacoli di partenza, la meritocrazia rischia di trasformarsi nella legittimazione del privilegio. Questo articolo stabilisce che la povertà, il precariato, la mancanza di istruzione, i problemi di salute o l’isolamento geografico di territori come le nostre isole non sono semplici sfortune personali o colpe di chi le subisce, ma inadempimenti della Repubblica. L’Articolo 3, comma 2, non è una clausola poetica. Ci dice che ogni volta che un giovane è costretto a emigrare per lavorare o un malato rinuncia alle cure perché non può permettersele, non siamo davanti a una fatalità, ma alla violazione di un patto sancito tra cittadini e Stato. Un patto che i cittadini rispettano quotidianamente e che lo Stato non può dimenticare.
Il rischio dell’indifferenza è spesso indicato come una delle grandi fragilità del nostro tempo. Come si può coinvolgere anche chi sente questi temi lontani dalla propria vita quotidiana ?
Chi si dice indifferente non è necessariamente cattivo o cinico.
Spesso è sfiduciato o semplicemente cade nell’errore di credere che le cose accadano altrove, in un’arena da cui ci si può chiamare fuori. Chi dice “a me la politica non interessa” è convinto di aver preso una posizione neutrale. Ma la neutralità non esiste. Se non scegliamo, lasciamo agli altri il diritto di scegliere per noi. L’indifferenza non è un’astensione, ma una delega in bianco data a chi ha tutto l’interesse a decidere sulla nostra pelle.
Dobbiamo tornare a raccontare la partecipazione come un atto di autotutela e di forza. Non dobbiamo occuparci del bene comune perché siamo semplicemente “bravi cittadini”, ma perché è l’unico modo per evitare che altri decidano la durata della nostra giornata lavorativa, la qualità della sanità o quante buche possono avere le nostre strade.
Non si coinvolge chi è distante parlando soltanto di principi astratti. Bisogna mostrare che l’indebolimento della democrazia porta alla perdita dei diritti sul posto di lavoro, al degrado dei servizi pubblici, alla solitudine sociale e alla precarietà. L’indifferenza è la forma più ingenua di analfabetismo politico. Come il passeggero di una nave che affonda e si consola perché l’acqua sta entrando da prua mentre lui si trova a poppa.
Attraversando le strade di Lipari, quali sono i luoghi o le storie che secondo lei meriterebbero maggiore attenzione per raccontare il legame tra l’isola e la storia della libertà italiana ?
Se dovessi tracciare un itinerario della memoria etica per chi attraversa l’isola, indicherei innanzitutto il mare in cui si è consumata una delle evasioni più clamorose della storia del fascismo.
Carlo Rosselli, Emilio Lussu e Francesco Fausto Nitti che scivolano nell’ombra, eludono la motovedetta della Regia Marina e salgono sul motoscafo Iside guidato da Italo Oxilia. Per il regime quel mare doveva essere il muro di una prigione senza sbarre; per quei tre uomini è diventato una strada verso la libertà.
È la prova che l’ingegno e il coraggio possono sbriciolare anche il sistema di sicurezza più repressivo. Raccontare quel punto di costa significa spiegare che nessuna isola è abbastanza lontana per chi decide di rimanere libero.
Poi ci sono le botteghe e le case senza nome. Esistono luoghi a Lipari che non hanno una targa: le vecchie botteghe degli artigiani, i punti d’approdo dei pescatori, i casolari dove si incrociavano le vite dei residenti e degli esuli politici. Figure che non erano fantasmi. Compravano il pane, parlavano con la gente, scambiavano opinioni.
Camminare per Lipari con gli occhi della memoria significa capire che quest’isola non è stata soltanto una roccia di punizione.
Ogni pietra qui ha fatto da cassa di risonanza all’idea più pericolosa per qualsiasi dittatura: si può imprigionare il corpo di un uomo, ma non si può mettere sotto chiave la sua intelligenza.
Guardando ai prossimi anni, come immagina la sezione ANPI delle Isole Eolie? Quale risultato le farebbe pensare che questo progetto sia riuscito a lasciare un segno autentico nella comunità ?
Forse la sezione ANPI delle Eolie avrà lasciato un segno autentico quando, di fronte alla sanità isolana mortificata, al taglio dei servizi o allo sfruttamento del lavoro, i cittadini si ricorderanno della Costituzione come strumento di lotta e di riscatto.
Forse quando non saremo più noi a spiegare ai ragazzi cos’era il confino, ma saranno gli studenti di Lipari a guidare i coetanei di tutta Italia tra i vicoli del Castello, raccontando quella storia con l’orgoglio e la passione di chi parla della propria identità e del proprio futuro. Quando la memoria smetterà di essere un debito verso il passato e diventerà un investimento sui propri diritti.
Il risultato più grande sarà aver debellato per sempre l’inconscio complesso di inferiorità della periferia. Aver fatto sì che ogni eoliano, guardando il proprio mare, non veda più la barriera d’acqua che lo separa dal continente, ma il basamento sul quale è stata fondata la libertà di tutti gli italiani.
O quando un ragazzo di Lipari, di fronte alla tentazione della rassegnazione o alla scorciatoia dell’indifferenza, dirà: “Questa è la mia isola e io non me ne vado e soprattutto non mi piego”.
In quel preciso istante, la memoria avrà smesso di essere un monumento al passato e sarà diventata il motore del futuro.
Se tra cinquant’anni uno storico dovesse raccontare la nascita della sezione ANPI delle Isole Eolie, quale spera sia la frase dedicata a questa esperienza e al lavoro portato avanti in questi anni ?
“Hanno fatto il loro dovere di cittadini. Non potevano sperare di più, né desiderare di meno”.
Una memoria che diventa futuro
Le parole di Alessio Pracanica consegnano l’immagine di una sezione ANPI che non vuole limitarsi a custodire il passato, ma trasformarlo in uno strumento per leggere il presente.
A Lipari, luogo che il fascismo aveva scelto come spazio di isolamento, nasce così un progetto che prova a ribaltare definitivamente quel significato: dall’esclusione alla partecipazione, dal confino alla libertà, dalla memoria come celebrazione alla memoria come responsabilità.
Perché la storia, come ricorda Pracanica, non è soltanto ciò che è accaduto. È anche ciò che scegliamo di fare oggi affinché certi valori continuino a vivere. Il successo della nuova sezione ANPI delle Isole Eolie sarà proprio questo: fare in modo che il mare di Lipari non venga più percepito come un confine, ma come l’orizzonte da cui una comunità può continuare a costruire il proprio futuro.











