La piantina inedita di Gioacchino Dolci e la testimonianza di Caterina Ferrarini Buttà, letta dalla nipote Federica Montanari, protagoniste della commemorazione della fuga di Nitti, Lussu e Rosselli svoltasi giovedì 30 luglio al Centro Studi e Ricerche di Storia e Problemi Eoliani
di Alessio Cioni
La storia conserva i grandi eventi, ma è la memoria a restituirne il respiro umano. È stato questo il filo conduttore della commemorazione organizzata giovedì 30 luglio presso il Centro Studi e Ricerche di Storia e Problemi Eoliani, dedicata alla fuga da Lipari di Francesco Fausto Nitti, Emilio Lussu e Carlo Rosselli, avvenuta nella notte tra il 27 e il 28 luglio 1929.
Un incontro che non si è limitato a ricordare uno degli episodi più celebri dell’antifascismo italiano, ma che ha riportato alla luce due documenti straordinari, capaci di aggiungere nuovi elementi a una vicenda che, quasi un secolo dopo, continua a interrogare la coscienza civile del Paese.
Due testimonianze diverse e complementari: da una parte una piantina inedita attribuita a Gioacchino Dolci, capace di ricostruire i momenti decisivi dell’evasione; dall’altra il racconto di Caterina Ferrarini Buttà, che restituisce il volto quotidiano del confino politico a Lipari attraverso gli occhi di una bambina
Il saluto del sindaco Riccardo Gullo e la cittadinanza onoraria ai protagonisti della fuga
Ad aprire la serata è stato il sindaco Riccardo Gullo, che ha ricordato una delle scelte più significative compiute dall’Amministrazione comunale: il conferimento della cittadinanza onoraria post mortem a Francesco Fausto Nitti, Emilio Lussu e Carlo Rosselli, deliberato nel 2025.
Un riconoscimento che non rappresenta soltanto un atto simbolico, ma sancisce il legame profondo tra Lipari e tre uomini che proprio sull’isola, scelta dal regime fascista come luogo di confino politico, seppero trasformare una condizione di isolamento in una straordinaria esperienza di resistenza morale e civile.
Nel ricordare quella decisione, Gullo ha sottolineato come la memoria non possa essere affidata soltanto alle ricorrenze, ma debba tradursi in scelte concrete delle istituzioni, affinché le nuove generazioni comprendano il significato di quei sacrifici e il valore della libertà conquistata
La memoria di Caterina Ferrarini Buttà rivive attraverso la voce della nipote
Il primo momento di grande partecipazione della serata è coinciso con la lettura dell’articolo di Caterina Ferrarini Buttà, affidata alla nipote Federica Montanari.
La scelta di far rivivere quella testimonianza attraverso la voce di una discendente dell’autrice ha assunto il significato di un ideale passaggio di testimone tra generazioni: la memoria familiare è diventata patrimonio collettivo.
Il testo di Caterina Ferrarini Buttà colpisce ancora oggi per la sua capacità di raccontare il confino senza retorica. I suoi ricordi sono quelli di una bambina che osserva il mondo con curiosità e spontaneità, prima ancora che attraverso categorie politiche.
Nelle sue pagine i confinati non sono soltanto protagonisti della storia dell’antifascismo, ma uomini e donne che abitano le stesse strade degli isolani, che intrecciano rapporti umani, condividono difficoltà, ricevono aiuti e partecipano, per quanto possibile, alla vita della comunità.
Riemergono così le figure di Emilio Lussu e della moglie Joyce, le conversazioni tra famiglie, le visite reciproche, i bambini che giocano insieme senza sapere di essere spettatori inconsapevoli della storia.
Caterina ricorda come il padre le spiegasse chi fossero quei “signori” arrivati dal continente, ma nella memoria della bambina prevale il ricordo delle persone prima ancora dei protagonisti politici.
Affiorano le ristrettezze economiche dei confinati, il modesto sussidio statale spesso insufficiente, la solidarietà discreta di alcuni abitanti di Lipari, la banda musicale, i concerti in piazza, le serenate e quei piccoli gesti quotidiani che rendevano più sopportabile una condizione imposta dalla dittatura.
È proprio questo il valore della testimonianza: mostrare come, dietro le grandi vicende dell’antifascismo, esistesse una comunità capace di riconoscere prima di tutto l’umanità delle persone.
La Lipari raccontata da Caterina Ferrarini Buttà è un’isola che, pur vivendo sotto il controllo del regime fascista, seppe costruire rapporti di rispetto e solidarietà con molti confinati politici, restituendo una dimensione profondamente umana a una pagina spesso narrata soltanto attraverso gli eventi politici.

La piantina di Gioacchino Dolci: il documento che ricostruisce la fuga da Lipari
Dalla memoria personale si è poi passati al documento storico. Giuseppe La Greca ha illustrato una straordinaria piantina attribuita a Gioacchino Dolci, uno dei protagonisti dell’organizzazione della fuga e autore del celebre logo di Giustizia e Libertà.
Il documento, secondo la ricostruzione illustrata durante la serata, sarebbe stato realizzato nelle ore immediatamente successive all’evasione e rappresenterebbe una testimonianza diretta della complessa organizzazione dell’impresa.
La carta è stata ritrovata da Antonella Dolci tra le carte lasciate dal fratello Mariano Dolci, figlio di Gioacchino Dolci e di Luigia Nitti, ed è giunta a Giuseppe La Greca grazie allo storico Sandro Casano, componente della Rete Isole di Confino.
È proprio la provenienza del documento a renderlo eccezionale. Non una ricostruzione elaborata molti anni dopo, ma una testimonianza nata dalla vicinanza agli eventi, capace di restituire la tensione e la complessità di una fuga che avrebbe potuto fallire fino all’ultimo istante.
La Greca ha accompagnato il pubblico nella lettura della piantina, mostrando i luoghi ancora oggi riconoscibili della fuga: la zona della costa sottostante la chiesa di San Giuseppe, i vicoli del centro storico, il percorso verso le abitazioni dei confinati e il punto da cui avvenne il recupero in mare.
Il documento permette di seguire i movimenti dei protagonisti e restituisce il delicato equilibrio tra tempi, percorsi, correnti marine e necessità di non attirare l’attenzione delle autorità fasciste.
La piantina non racconta soltanto un itinerario geografico, ma la tensione di quei minuti decisivi: l’organizzazione, il rischio, l’attesa e la determinazione di uomini che avevano scelto di sfidare un regime dittatoriale
La lezione della memoria: l’intervento di Aldo Berlinguer
L’intervento di Giuseppe La Greca ha dimostrato ancora una volta come la ricerca storica sia un lavoro paziente e mai concluso. Dopo quasi cent’anni continuano infatti ad emergere documenti capaci non soltanto di aggiungere informazioni, ma di modificare il modo stesso in cui guardiamo agli eventi.
Dietro ogni carta ritrovata c’è il lavoro silenzioso di studiosi, archivisti e famiglie che scelgono di condividere il proprio patrimonio documentario affinché diventi patrimonio della comunità.
A concludere l’incontro è stato il professor Aldo Berlinguer, del Centro Studi Emilio Lussu di Cagliari, il cui intervento ha ampliato lo sguardo oltre la ricostruzione storica della fuga.
Richiamando il pensiero e l’eredità morale di Emilio Lussu, Berlinguer ha ricordato come la memoria non sia un esercizio celebrativo né un semplice dovere verso il passato, ma uno strumento indispensabile per comprendere il presente.
Le vicende di Francesco Fausto Nitti, Emilio Lussu e Carlo Rosselli continuano a interrogare la coscienza civile del Paese perché parlano di libertà, democrazia, partecipazione e responsabilità individuale.
Valori che non possono essere considerati acquisiti una volta per tutte, ma che ogni generazione è chiamata a custodire e rinnovare.
Lipari, una memoria che continua a parlare al futuro
La commemorazione organizzata giovedì 30 luglio a Lipari presso il Centro Studi e Ricerche di Storia e Problemi Eoliani ha lasciato così un messaggio che va oltre il semplice ricordo.
Da una parte una piantina che ricostruisce i minuti decisivi di una fuga destinata a entrare nella storia dell’antifascismo italiano; dall’altra il ricordo di una bambina, restituito oggi dalla voce della nipote Federica Montanari, che racconta il volto quotidiano del confino.
Due documenti diversi, ma complementari: uno parla attraverso il rigore della ricerca storica, l’altro attraverso la forza della memoria.
Insieme ricordano che le dittature hanno sempre cercato di cancellare le tracce del dissenso, mentre la storia, con pazienza, continua a ritrovarle.
E quando un documento riemerge da un archivio familiare o una testimonianza torna a vivere attraverso una nuova generazione, il passato smette di essere soltanto un ricordo e torna a diventare una lezione per il futuro.











