di Lina Paola Costa

Spenti i microfoni e calato il sole di questo sabato 14 maggio, viene fuori lo spazio per due righe di condivisone con chi ha piacere di leggerle.
Da semplice cittadina sono rimasta a casa, benché la cerimonia di inaugurazione si svolgesse a trecento metri dal mio balcone… ho seguito tramite i media locali i momenti salienti e le interviste: anche i giornalisti di Lipari sono impeccabili in queste circostanze, come tutto ciò che ha riguardato l’evento. È inutile negare che mi commuovo, tanto più se vedo una madre abbracciare una lapide o se una fanfara suona bene l’inno Fratelli d’Italia.
Ma scrivo ora per dire che trovo appropriata l’intitolazione della nuova caserma di Lipari ad un martire di Nassirya, trovo che sia anche un gesto di affetto da parte del nostro piccolo paese verso una nazione italiana spesso martoriata dalle polemiche, dal dileggio facinoroso contro i martiri di Nassirya, dalla gratitudine appannata e immemore verso il sacrificio di questi militari che bruciarono vivi allora… fu il primo attacco plateale ad un contingente militare tricolore e l’Italia si fermò impietrita e incredula.
Chi non ricorda le esequie di Stato trasmesse con dolore incontenibile, con le bare che sfilavano per i viali di Roma?
Chi non ricorda quel bambino piccolo che indossava la divisa del papà davanti alla sua bara, martire di Nassirya… Sembrava di rivedere il piccolo Kennedy che nel 1963 faceva il saluto militare alla bara di papà John dopo Dallas… lo stesso sgomento globale, cosmico, ci stava avvolgendo.
Nassirya 12 novembre 2003: immagini, fatti, eventi periodizzanti direbbe lo storico di professione, cambiano la nostra percezione del mondo, cambiano la scadenze da ricordare, e il modo di far scorrere il fiume dei nostri ricordi. Circostanze emblematiche di un tempo vissuto collettivamente, suggellanti i passaggi di civiltà o di inciviltà a cui crudamente la cronaca e la Storia sottopongono noi, popolo dalla routine quotidiana.
Nassirya periodizza ormai la nostra storia nazionale, scandisce l’amor di patria e la capacità di provare un dolore collettivo, mutuo e profondo, che non fa dimenticare altri dolori. Né quelli privati né quelli per le bombe che colpiscono popolazioni ignare, ancora oggi, bambini iracheni, curdi, siriani… Piccoli innocenti, piccoli alunni dallo sguardo provato che insieme ad altri affollano le scuole della grandi città.
Nassirya è la sintesi della nostra capacità di commuoverci e compatire, ovvero patire insieme a chi allora se ne è andato violentemente.
Quando insegnavo a Milano avevo un alunno il cui papà era lì in Iraq e sentendo dell’attentato nella pausa di quel primo pomeriggio mi spaventai moltissimo… Faceva un freddo becco, c’era nebbia, alle 16.30 cercai notizie avvicinandomi alla moglie che veniva a prendere i figli a scuola, e seppi che questo papà militare era indenne, ma da lì partì una serie di circostanze che condivido con queste righe.










