L’album dei ricordi: Le isole del vento e del fuoco ( 1966)

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di Massimo Ristuccia

LE ISOLE DEL VENTO E DEL FUOCO – TURISMO ALLE EOLIE

dal nostro inviato Piero Studiati Berni

LE VIE D’ITALIA N. 3 MARZO 1966

(l’autore nell’articolo, riporta anche le dichiarazioni che gli rilasciò il dottor Colajanni, direttore dell’Ente provinciale per il turismo di Messina).

Gli italiani hanno a portata di mano per tutto l’anno uno degli ultimi paradisi terrestri. Vulcano, Lipari, Salina, Panarea, Stromboli, Alicudi e Filicudi sono isole meravigliose. Ma il turismo è ancora ai primi passi, lo spirito insulare, la tradizione, l’abitudine non hanno fino a oggi trovato e forse non vogliono trovare il modo per una decisa mutazione ai tempi e alle nuove esigenze.

Appena mollati gli ormeggi, l’aliscafo si scostò dalla banchina e lentamente fece manovra per uscire dal porto. Poi i motori ebbero un ringhio e lo scafo prese velocità sollevandosi sull’acqua e poggiando sui “coltelli” come un trampoliere. Dagli oblò si vedevano sfilare, prima distintamente, le strutture portuali di Messina poi, in maniera sempre più confusa, la terra di Sicilia che, alla distanza, tendeva all’azzurro e al violetto mentre l’arsura estiva, dopo averla scolorita del verde, l’aveva dipinta di giallo spento.

Quando l’aliscafo rallentò la sua corsa sul pelo dell’acqua davanti all’isola di Vulcano, risentimmo il mare scorrere lungo le fiancate dello scafo con un fruscio troppo modesto per quell’abisso di azzurro che ci circondava. Gli oblò inquadrarono le rocce nere e bruciate dell’isola.

L’aliscafo non s’era ancora fermato che già si era staccato da riva un barcone a remi dipinto di rosso e di blu, e puntava verso di noi scivolando più che sull’acqua sul barbaglio di luce sfaccettata che il sole faceva cangiante come scaglie di pesce. C’era un odore profondo e denso di alghe e di mare e la spiaggia sullo sfondo, nera, tagliata tra le rocce, pareva l’orlo di un piatto di ceramica campana, anch’essa nera e anch’essa con un sottofondo rosso di brace come se vi covasse ancora una combustione che non vuole spegnersi.

Ci fu un complicato trasbordo di passeggeri dal barcone all’aliscafo e dall’aliscafo al barcone, poi i motori ripresero a rullare e dietro di noi si riformò una scia lunga e schiumosa mentre il barcone si perdeva senza fretta negli infiniti riflessi cangianti del mare portando verso le sabbie nere nuovi turisti con vecchi desideri.

isole vento 2Vulcano, la prima delle Eolie che si incontra venendo dalla Sicilia, insieme con Lipari e Salina, forma come il corpo di un immaginario scorpione le cui tenaglie sono rappresentate da Filicudi e Alicudi da un lato, a sinistra, e da Panarea, Basiluzzo e Stromboli dall’altro. Le rocce di Vulcano sono nere e a contatto con l’acqua pare che debbano ancora torcersi e cigolare per una secolare incandescenza; c’è l’alito di un fuoco che cova sotto tutte queste isole accovacciate nel mare Tirreno, non lontano dalle coste della Sicilia.

E il fuoco fa bollire l’acqua a Vulcano e lo zolfo affiora con i suoi fiori neri rivestendo le pietre di una patina viscida e verdastra che con avidità i villeggianti salutisti si spalmano sul corpo e sul viso fidando in benefici epidermici straordinari. Tra le rocce vulcaniche, colorate da preistoriche incandescenze, grandi pozze di acqua solforosa ribollono fumigando e tra i vapori si muovono nel fango giallastro, come ippopotami, grassi signori che combattono la sciatica e la pinguedine. Anche il mare in certi punti vicino alla costa è opaco per la presenza dei soffioni e dello zolfo, ma più a largo, dai fondali, riaggalla un colore cupo che non vela la trasparenza dell’acqua.

L’albergo “Les sables noirs”, basso e bianco sulla riva di ponente, ha una fama maggiore dei suoi meriti, ma l’atmosfera è piacevole e accogliente e la notte è trapuntata dalla luce delle candele: sull’isola infatti manca l’elettricità come in quasi tutte le Eolie, esclusione fatta per Lipari che è divisa da Vulcano soltanto per uno stretto braccio di mare.

Lipari è la più grande delle Eolie: 38 chilometri quadrati e il paese di Lipari è il centro principale dell’isola e di tutto l’arcipelago. Sotto il Castello il paese si estende tra le due insenature di Marina Lunga e di marina Corta, su un bastione naturale di lava liparitica che contrasta violentemente con le bianche montagne di pomice che scendono in mare più a nord-est: otto chilometri quadrati di candore che trasformano una parte dell’isola in un curioso paesaggio di alta montagna che va a specchiarsi non in un lago gelato, ma in un mare caldo e pescoso. Lipari è bella, ma chiassosa, disordinata: ha la pretesa di una città, ma il carattere di un paese.

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A Lipari ci sono i negozi, le strade, le automobili, si può comprare la carne e andare al cinema e tutto questo, nella mentalità degli isolani, è più che sufficiente a rendere funzionale l’isola e a trasformarla in un vero centro residenziale e turistico: non importa se mancano le fogne, se manca l’acqua e se lo sviluppo urbanistico procede con regole empiriche. A Lipari sembra che tutte le isole debbano una sorta di rispetto perché Lipari si sente capitale: storia leggenda e natura l’aiutano a mantenere questo privilegio; persino i suoi dodici vulcani, oggi quieti come vecchie cucine, sono stati generosi dando a Lipari la pomice e l’ossidiana che nel passato raggiungesse tutti i mercati del Mediterraneo orientale. Ancora storia e leggenda nel suo bellissimo museo e negli scritti di Omero, di Diodoro Siculo, di Virgilio, di Plinio, di Platone, di Callimaco, di Carducci e l’otre pieno di venti che Eolo donò in un tempo remoto a Ulisse sembrava che volesse aprirsi una seconda volta mentre eravamo ormeggiati alla banchina del porto: sui monti bianchi della pomice le nuvole si gonfiarono e il mare si frangiò di schiume sottili, ma soltanto per poco, perché la burrasca trascorse rapida trascinandosi dietro le grida roche dei gabbiani.

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Riprendemmo il largo e Panarea col suo Pizzo del Corvo alto sul mare e Basiluzzo, Lisca Bianca, Dattilo e le Formiche ci vennero incontro. All’orizzonte fumava Stromboli. Intorno al molo facevano ressa le barche dei pescatori ormeggiate, le altre erano state tirate in secco sulla riva ghiaiosa. Più che un mondo pareva un piano inclinato per varo di pescherecci: mi dissero che era franato prima ancora di essere finito perché era stato costruito male e lì, appena sceso a terra, il sole schiacciò la mia ombra facendola penetrare nei buchi e nelle crepe del cemento rovente. La luce rimbalzava tra il bianco dei muri a calce e, mentre l’aliscafo si allontanava continuando il suo rapido giro delle isole, quell’abitudine oramai antica e quella consuetudine quotidiana che per poco si erano interrotte intorno all’evento sempre nuovo di un battello che approda portando persone e cose, si richiuse lasciando soltanto una alternativa: accettare la realtà forse scomoda e poco accogliente, ma autentica e piena di una sconcertante e aspra poesia e poter essere qui, felici, seguendo una misura già stabilita dalla natura, o pretendere di imporre un proprio standard di organizzazione e abitudini e restare degli estranei, illudendosi di non averla determinata con la propria, personale civiltà ed educazione.

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Appena sbarcati si va in giro, per cercare una camera, qualche piccolo albergo ci sarebbe, qualche locanda, ma è sempre tutto esaurito, e poi in queste isole si vuol vivere una verità e una originalità locale si deve andare nelle case dei pescatori che affittano le stanze anzi affittano i letti. Ottocento lire a letto per ogni notte: è la tariffa. Una viuzza in salita, scalette, muri bianchi e fichidindia. Il sole rotea come una girandola; il mare più in basso è bellissimo, liscio come una tavola e d’un azzurro cupo che fa intuire la freschezza dell’acqua e poi, a tratti, una ventata carica di salmastro e di profumo: odore di pesce e di terra bruciata. “Da questa parte”. La donna vestita di nero che mi precedeva scostò una tenda nel vano di una porta in cima a una scala esterna: dentro era buio. Guardai alla soglia e la stanza mi parve piccola e ingombra di mobili: appoggiata a una vecchia cucina economica c’era una brandina con un materasso. “Questa è la camera” mi disse la padrona in fretta. “Ottocento al giorno e una settimana anticipata, perché lunedi arriva la nave da Napoli e ci sarà molta gente che cerca posto”. “E… il bagno?. “Quale bagno?”. “Il bagno: dove ci si lava. E la toilette…” “Ah , volete dire il gabinetto? Si, dietro la casa, vicino al pollaio. E per l’acqua, se volete lavarvi c’è secchio. Il pozzo sta proprio sotto la scala”.

Trovai un’altra casa, ma per un caso fortunato: una camera imbiancata di fresco con una grande terrazza che dava sul mare. Davanti vedevo l’isolotto di Basiluzzo e più lontano Stromboli incappucciato di fumo bianco. Di notte vedevo gli spruzzi di lava incandescente aprirsi a ventaglio sul cratere sempre vivo. Rigagnoli di lava scivolano lungo la “sciara del fuoco” e finiscono in mare.

isolve vento 6Quando i rumori della giornata si smorzano, oltre il fruscìo della risacca, si sente come un tuono lontano, si sente come un tuono lontano, un temporale all’orizzonte: è il ventre di Stromboli che brontola e fa tremare l’isola; piccola porzione emergente di un cono vulcanico alto più di duemila metri dal fondo del mare. Nelle casette bianche, appollaiate come gabbiani sulle piccole spiagge nere e a ridosso della montagna scoscesa anch’essa nera e bruciata, la gente riposa tranquilla, mentre un cresta luminose un fascio di strani bengala arrossa il cielo e la scarpata occidentale dell’isola, aspra e tetra; mentre sul versante orientale cresce l’olivo, cresce il glicine, e la ginestra. A Stromboli prosperano vigne che hanno le radici vicino al fuoco e a Stromboli vivono cicale che ogni giorno pare impazziscono d’amore sotto il sole. Il lido di Scari, arabo nell’impronta per le sue palme, e la spiaggia di Ficogrande dove approdavano i velieri e i 700 metri della “sciara del fuoco” con le colate di lava infuocata e i blocchi incandescenti che rotolano sulla cenere rimbalzano finchè spariscono in mare con un tonfo sordo e con uno sbuffo di vapore. Le barche non si accostano troppo alla riva: lassù c’è, tra le nuvole bianche del vapore e i bagliori sinistri, un gigante che scaglia pietre enormi e Strombolicchio, lo scoglio che affiora come un castello medioevale irto di guglie e traforato di grotte, sembra il più grosso dei macigni che il ciclope ha buttato in mare. I gabbiani tagliano l’aria con gemiti rochi e la loro ombra passa veloce sull’acqua in cerca di una preda e poi ancora su, tra le rocce, nelle spaccature dove entra soltanto il vento.

L’alba è piena di voci e di rumore: è l’ora dei pescatori. Di notte scesi sulla spiaggia con le lampade a petrolio. I bambiniisole vento 6 hanno nei movimenti una serietà adulta: vanno anche loro a pescare e portano le ceste per il pesce. Guardano con una curiosità superficiale e non sorridono perché sono già lontani e la notte e il mare hanno per loro un sapore che li divezza presto. Torneranno con poco pesce. Ma non cambiano né le reti, né le abitudini perché non sanno e non possono farlo. Vedranno i pescatori subacquei tornare a riva con canotti piene di cernie: 15, 20, anche 40 chilogrammi. Guardano con rassegnazione quel loro mare violato da estranei che vengono da lontano, soltanto per poco: pescano, si divertono, vendono il pesce e se ne vanno via di nuovo. Per loro c’è un inverno lungo e povero, senza risorse, la speranza di trovare lavoro nel continente o in Sicilia; ma c’è sempre un filo, che li tiene legati alla loro isola che non amano, che non capiscono, ma tutto sommato che considerano indispensabile per una necessità crudele. Qualche volta il filo si strappa e allora, liberati come da un dovere, non tornano più. Poi viene la primavera dolce e solitaria, piena di profumi e di una voglia di vivere che non trova riscontro nella ispida rosa delle abitudini isolane.

E poi l’estate, con la possibilità di un buon guadagno concentrato in poco tempo; un’idea confusa dell’economia e l’importanza di quelle che sono le necessità primarie di un turismo anche poco esigente; una mancanza assoluta di ambizioni e di programmi lungimiranti; soltanto l’urgenza e quella molto chiara, di guadagnare il più possibile perché il tempo delle “vacche grasse” dura soltanto un paio di mesi.

Il sole poi rintana gli isolani, come piccoli animali che diffidano della luce che scopre la loro vita. L’animazione dell’alba finisce, le donne vestite di nero tornano alle loro faccende, gli uomini vanno a lavorare sulla montagna la poca terra che hanno. Qualcuno traffica intorno alle barche o aspetta il cliente da portare in mare. Le botteghe cominciano la vendita dei generi alimentari e di consumo di prima necessità e si vuotano presto. Burro, pasta, formaggio, frutta, verdura sono esauriti. Bisogna aspettare i rifornimenti: arriverà la nave l’”Eolo”, porterà tutto e i prezzi intanto aumentano con una legge economica invariabile: le scorte sono limitate e persino l’acqua potabile diventa più cara del vino. La giornata sale insieme al caldo, eguale in tutto l’arcipelago; è il mare che segna il ritmo e determina la vita in queste isole. Il mare domina tutto, anche i pensieri, e ci si tuffa in questo diluvio di azzurro con una serietà che somiglia a un impegno di lavoro. Da un’isola all’altra il paesaggio cambia: più aspro, più drammatico, infernale: Alicudi, l’isola delle eriche e Filicudi, l’isola delle felci, solitarie e inquietanti. E poi di nuovo un paesaggio verde e riposante, con le agavi e i fichi selvatici; cortine d’ombra sotto gli scogli più alti e dove finisce il taglio dell’ombra di nuovo il barbaglio del sole sull’acqua che si copre dome di scaglie di pesce, cangianti. E con la barca, lentamente, si trascorre sotto il sole finchè tramonta e quando si tira in secco la barca è già buio. Ci si ritrova da “Verbinshac” sotto la tettoia di stuoie in faccia al mare dove si mangia al lume di candela e alla luce delle lampade a petrolio perché l’elettricità non c’è sull’isola, Pesce in tutti i modi, ogni tanto una bistecca e spaghetti col pomodoro fresco, l’olio crudo e il prezzemolo. Il conto? Si pagherà domani con una cernia di quelle che ancora pascolano qui nei fondali freddi sui banchi di alghe. E il padrone, che ha il tratto e i modi da signore, l’unico che per ora abbia costruito a Panarea con gusto e intelligenza un bar-ristorante simpatico e accogliente, scrive su un libro dei nomi e dei numeri che spesso rimangono tali. Torneremo domani sera per mangiare e guardare ancora il mare con il solito “Plantes punch” davanti, una maglietta scolorita, i calzoni con le toppe e una fame pari soltanto alla stanchezza, una stanchezza che regalerà un sonno facile. Sulle altre isole, a Lipari e a Vulcano specialmente, la sera si balla e ci sono alberghi con l’acqua corrente e la prima colazione in camera. Le “Rocce azzurre” con la darsena gremita di motoscafi e le tende di cretonne a fiori, “Les sables noirs” con la clientela raffinata e con l’orchestra inglese; ma la camera con grande terrazza sul mare davanti a Stromboli affittata da un pescatore a ottocento lire per ogni letto, senza bagno, senz’acqua, con la “toilette” fuori di casa dietro a un “cactus” e la candela accesa su una scatola che fa da comodino, fa sentire molto meno estranei in un’isola dove questa è la normalità. La mattina poi verrà Maria, la ragazza a ore, per pompare un po’ d’acqua dal pozzo e lavare qualcosa. Ha gli occhi neri e vivi con le ciglia folte e diritte come due siepine di stipa: guarda senza alzare il viso, sorride appena e arrossisce per nulla .

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Prima di partire per le Eolie, ero andato a trovare il dottor Colajanni, direttore dell’Ente provinciale per il turismo di Messina. Volevo chiedergli del turismo nelle isole, del carattere degli isolani, delle risorse di questo arcipelago così vicino alla Sicilia eppure piuttosto sconosciuto e circondato di leggende. “E’ uno strano destino quello delle isole in Italia, lei lo sa” mi disse “ sono gli stranieri a scoprirle e gli italiani a ignorarle, compreso lo Stato che non fa quasi niente per valorizzarle, eppure oramai tutti hanno capito che il turismo porta in Italia fior di quattrini. In certe isole c’è ancora un turismo da pionieri: manca l’acqua, i trasporti non hanno orario alcuno, non ci sono coincidenze, non ci sono i porti e i battelli, le navi, gli aliscafi buttano l’ancora e aspettano che un “bragozzo” a remi si accosti sotto bordo per fare le operazioni di imbarco e sbarco. A Salina, quando devono imbarcare degli animali, li fanno nuotare in mare fino alla nave e poi li tirano su per le corna. Lipari è la sola isola, infatti, che ha un porto e un molo efficienti per il solo motivo che c’erano i confinati politici e quindi certi lavori parevano necessari….”. Ma i moli?. “I moli sono le opere marittime a costruirli e non si capisce perché ma finiscono sempre per sprofondare. E poi la tragedia estiva è l’acqua, l’acqua dolce. E’ portata nelle isole con le navi-cisterna ed è insufficiente persino durante l’inverno, si immagini d’estate. In risposta ai drammatici appelli rivolti alle autorità per mancanza d’acqua durante una estate particolarmente torrida, giunse un telegramma dal ministero “Ridurre i consumi”. Lei può capire perché le cose qui vadano male. Il turismo non è più un fenomeno naturale o emotivo. Il turismo va costruito come un’industria vera e propria. Su queste isole, che sono fra le più belle del mondo, vi sono attrezzature ricettive addirittura primordiali, caro signore; roba da pionieri, e ci si meraviglia che il flusso turistico negli ultimi due anni sia dimezzato: nel 1962 tra esercizi alberghieri, ostelli e villeggi turistici si sono registrate 74.404 presenze, nel 1964 le presenze sono calate a 33.840. A Lipari, per esempio, nel 1962 furono registrate 37.161 presenze, e già nel 1963 erano scese a 15.391 e sempre meno fino a quest’anno, e ciò grazie alla situazione particolare di quest’arcipelago: sistema di comunicazioni, per esempio, che al massimo, ha un carattere ordinario destinato esclusivamente a soddisfare le esigenze della popolazione locale, che supera i 17.000 abitanti. La popolazione va diminuendo a causa delle condizioni di vita sempre più precarie, col conseguente esodo dei giovani e quindi della mano d’opera verso zone di lavoro più produttive. Ne deriva che la maggior parte dei proprietari di terreni di queste isole è in America o in Australia.

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“E qui nasce l’altro problema della frammentarietà della proprietà privata e della testardaggine insulare: è difficile poter comprare terreni abbastanza grandi per l’impianto di alberghi e attrezzature ricettive veramente valide. La ridotta iniziativa privata locale si esaurisce in opere molto modeste che riescono forse a far quadrare meglio un bilancio familiare ma non di certo un piano di incremento turistico. A Vulcano e a Lipari, poi, dove questo fenomeno è meno sensibile, industriali del nord, ma anche siciliani che disponevano di capitali, sono riusciti a comprare intere zone utilizzabili e non ai fini turistici immediati, col risultato di bloccare le piccole e medie iniziative di pronto impiego e facendo alzare incredibilmente i prezzi degli altri terreni eventualmente disponibili. A Lipari e Vulcano, tuttavia, una discreta attrezzatura ricettiva è stata impiantata grazie a alcuni privati che da anni operano con una clientela quasi fissa. C’è poi da aggiungere la mancanza di piani regolatori: anche semplici piani di fabbricazione e perfino di norme circa i limiti e i criteri di costruibilità, che viene a impedire qualsiasi modesto investimento poiché ogni progetto deve essere sottoposto all’esame e al parere non solo della Commissione edilizia (che è unica per tutte le isole e risiede a Lipari), ma q quello della Soprintendenza ai monumenti per il vincolo panoramico. Tutto questo naturalmente influenza e determina i prezzi, che sono l’effetto di una tale situazione: per prima cosa perché quasi tutti quelli che si occupano di turismo e di mercato nelle isole sono persone inesperte, e poi perché si cerca di mantenere immutato uno stato di fatto che giova a quelli che io chiamerei i fossili delle isole Eolie. Personaggi che per tradizione fanno il buono cattivo tempo e cercano di conservare una posizione che li avvantaggia personalmente ma che nuoce allo sviluppo del paese.

“Conclusione: se le cose continueranno così, fra non molto le Eolie saranno disertate e resteranno la residenza estiva di pochi avventurosi e di quei fortunati che vi possiedono una villa o una casa che amano questo arcipelago per la sua solitudine , per il suo carattere aspro, per la sua straordinaria e inquietante bellezza, per la sua voce primitiva e mitologica, per i suoi difetti che, se presi in piccole dosi e per poco tempo possono essere considerati straordinarie qualità. Ci vada e se ne renderà conto da solo. Ma allora non si potrà parlare né di economia, né di turismo, né di un cambiamento delle condizioni di vita locali, che rimarranno primitive da un lato e pioneristiche dall’altro. Lei mi chiede se io credo che ci sarebbero invece delle possibilità per l’avvenire? Certo e molte. Le grandi possibilità di sfruttamento sono infatti ancora intatte e si tratta di rivedere oggi la loro utilizzazione in una dimensione nuova, e cioè nazionale. I problemi relativi alle comunicazioni, alle attrezzature portuali, alle infrastrutture in genere non possono essere risolti in chiave locale. L’iniziativa privata deve essere sollecitata a nuove e più idonee attrezzature ricettive, sbloccando certi immobilismi, anche panoramici, con opportuni e ben piani regolatori che tolgano incertezza e rischio nell’investimento del capitale.

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“Ci vuole la luce elettrica su tutte le isole e non soltanto a Lipari; le lampade a petrolio saranno romantiche, ma poco funzionali. Ci vogliono alberghi, strade, porti acqua, e comunicazioni bene organizzate, non locande, camere in affitto, viottoli, bottiglie d’acqua minerale che arrivano a costare qualche volta anche mille lire l’una e mezzi di trasporto che non si sa quando partono né quando arrivano”.

Il dottor Colajanni è un esperto di turismo, conosce bene il suo mestiere e il paese dove vive; la sua è una visione moderna ed è la giusta realizzazione a una situazione di immobilismo che dura da sempre in molte zone della Sicilia e soprattutto nelle isole che soffrono anche di una particolare dimenticanza dello Stato. E quella che può sembrare una deformazione professionale, altro non è che l’esasperazione di tutti coloro che vorrebbero veder migliorare certe situazioni tradizionalmente disagevoli e improduttive, vorrebbero sanate le piaghe sociali, rinvigorita un’industria turistica che langue, ma si trovano di fronte il muro della tradizione dell’incomprensione, della testardaggine e del tornaconto di pochi.

Il dottor Colajanni mi elencava le attrezzature e gli alberghi esistenti nelle Eolie: duecentosessanta letti tra alberghi (soltanto due di seconda categoria), pensioni e locande; ed è facile capire perché le camere in affitto e le case private rappresentino la voce più importante per la ricezione turistica e possano essere considerate la forma più autentica di un soggiorno in queste isole che così esprimono la loro originalità. Non è ancora avvenuta infatti quella fusione e quella intesa tra l’indigeno e il forestiero che permette il mutamento di certe situazioni: sono due mondi ancora lontanissimi. Lo spirito insulare, la tradizione, l’abitudine non hanno ancora trovato e forse non vogliono trovare il modo per una mutazione consona ai tempi e alle nuove esigenze. Chi arriva da fuori o accetta e penetra la realtà senza opporsi, e trova così la misura di una libertà e di una felicità diversa da quella abituale, o rimane un estraneo che cerca di piegare alla propria volontà e alle proprie abitudini una realtà che ha un altro metro di vita e un’altra misura per la felicità e per il tempo. E in queste isole effettivamente non servono gli stessi mezzi che diventano quasi indispensabili in altre spiagge, in altre isole oramai trasformate, diverse dalla loro originaria natura, come Capri e Ischia, che appartengono oggi più ai turisti che a loro stesse e che quindi offrono e impongono un tenore e un ritmo di vita appositamente ideato e creato per lo svago, per la comodità, per riempire le ore vuote e per vincere la solitudine che non abbiamo più l’animo di affrontare. Nelle Eolie tutto questo è ancora lontano e la caratteristica dell’arcipelago è proprio quella di avere riservato a se stesso la parte maggiore di sé, utilizzando tutto ciò che viene dal di fuori come un bene provvisorio da sfruttare. Gli uomini e la terra sono rimasti fedeli a una loro storia che è vecchia come gli dei dell’antica Grecia, come i miti e le leggende.

PIERO STUDIATI BERNI