L’album dei ricordi: le Eolie raccontate dai grandi giornalisti (1957)

6 stromboli e strombolicchio

di Massimo Ristuccia

Una breve premessa:

Continuando questo lavoro di ricerca di testi ed articoli sulle Eolie da privati o biblioteche varie, trovo molto interessanti questi articoli, dai primi del 900 fino agli anni 70. Da primi giornalisti- scrittori- ricercatori a veri e propri giornalisti dello spessore, ad esempio, di Mauro De Mauro.

Dalle prime inchieste o racconti per conto del T.C.I. o specifici articoli per riviste come EPOCA”, “TEMPO”, “L’ILLUSTRAZIONE ITALIANA”, ecc. scrittori e/o giornalisti come Bertarelli, Bonardi, Falzone, Studiati Berni, Di Blasi, Patini, Fortuna, De Mauro, ma anche articoli che riguardano più l’aspetto vulcanologico che non mancano di esporre anche l’aspetto sociale, paesaggistico, di autori diversi come ad es. Eredia, Sicardi” ecc.

Con l’occhio critico e distaccato non mancano di descrivere la realtà e le criticità di queste isole ma anche le qualità della gente e le bellezze di queste isole.

(L’illustrazione italiana Garzanti, aprile 1957 – 1° parte)

EOLIE

Vulcano: visto dal lato di ponente il cono del vulcano ha un aspetto lunare. Sull'altro lato ha inizio una valle verdissima.
Vulcano

Il Mediterraneo, intorno la Sicilia e fra la Sicilia e la costa calabra è davvero il mare delle avventure e degli incanti: non ci si può muovere senza che quasi inavvertitamente il viaggiatore entri in una leggenda, trovi nomi e luoghi legati a una storia, a un periplo favoloso. Intanto non sono molto lontani Scilla e Cariddi, con i loro azzurri cani marini, come dice Virgilio ( Scyllam et caeruleis canibus resonantia saxa: sebbene adesso ci si passi addirittura in aliscafo, lo stretto di Messina non ha perduto tutto il colore mitico): di qui Enea fu ammonito a tenersi distante; in queste acque dense e azzurre, agitate sotto da impetuose correnti tutte segrete, dalle quali lame di roccia spunta fuori improvvise, come il torrione di Strombolicchio, spinse la sua nave Ulisse. E se la sede del Ciclope non doveva essere molto lontana, e proprio alle Eolie, a quella manciata di isole e isolette ad ovest del Capo di Milazzo, che Ulisse approdò per un periodo di riposo nel viaggio verso Itaca: sulla fede di Omero, sappiamo che toccò Lipari un’”isola natante-cui tutto un muro d’infrangibil rame e una liscia circonda eccelsa rupe”. Gli endecasillabi di Pindemonte possono sembrare un poco ginnasiali, ma l’isola non ha perso per nulla il suo prestigio: era la sede di Eolo, padrone dei venti. Oggi chi arriva a Lipari non vede il mitico muro di rame, appena la polvere leggera e porosa della pomice che è la maggior ricchezza dell’isola, una polvere che imbianca persino le acque intorno alle coste e infarina le testuggini marine. Subito sotto Lipari, Vulcano, dove il dio aveva la sua officina (almeno ci piace crederlo ancora). Più lontano il rombo intermittente di Stromboli, quindi Panarea, Filicudi, Alicudi. Le memorie classiche non sono appena un’ostentazione di dubbia eleganza, una preparazione letteraria del paesaggio per chi arrivi alle Eolie: se mai vi fu paese che non avesse bisogno di affidarsi alla retorica, è proprio questo.

Vulcano visto dal lato di ponente il cono del vulcano ha un aspetto lunare. Sull'altro lato ha inizio una valle verdissima.
Vulcano visto dal lato di ponente il cono del vulcano ha un aspetto lunare. Sull’altro lato ha inizio una valle verdissima.

Il viaggiatore che si imbarca a Napoli o a Messina o a Milazzo per visitare per la prima volta le isole Eolie è in qualche modo un uomo fortunato, inizia un’avventura difficilmente dimenticabile, non meno miracolosa di quella di Alice dietro lo specchio, ma quanto più reale e umana. Fin dall’inizio lo prende l’incanto di un mondo favolosamente salvato dai secoli, l’eccitazione dei primi peripli mediterranei: la bellezza di queste isole è tutta scarna, semplice, ma insieme forte e serena: come Vulcano, come lo scoscendimento della “Sciara del Fuoco”, tutto bruno, lungo il quale scendono in mare pietre roventi, lava, cenere dello Stromboli. Anche se alle Eolie la terra sfruttabile si misura a palmi, se la vita è tanto difficile che chi può emigra, non è una facile retorica parlare di bellezza. Al viaggiatore, ogni isola si rivela con il suo colore: Vulcano e Stromboli hanno una spiaggia di lava nera, che al tramonto riverbera con toni incantevoli (ma Vulcano è gialla anche di ginestre, che fioriscono in aprile); Lipari è bianca di pomice, ma poi scopre le sue vigne di malvasia e di uva bianca; Panare e Salina, si contendono la qualifica di “verde”: ma, dicono, vince Panarea, che è forse l’isola dove i conigli selvatici che la gente caccia con i furetti, sono più numerosi. Ma dove è possibile, dove pomice o lava non rodono il terreno, mandorli, albicocchi, limoni, aranci, pioppi bianchi, oleandri, tamerici e qua e là qualche eucaliptus. Nella memoria di chi le ha visitate, le Eolie vivranno poi legando a ogni nome, Lipari, Vulcano, Panarea, eccetera, un colore insieme fisico e ideale, allo stesso modo che nel nome di Combray o di Balbec Proust vedeva condensata, con una operazione spontanea della fantasia, tutta l’architettura di una cattedrale o un blocco accecante di mare e di luce. Abbiamo detto che in questo mare tutto può accadere: le suggestioni pagane s’affiancano a quelle Sacre senza disagio: alla spiaggia di Lipari, dice una pia leggenda, giunse dall’Armenia la bara di San Bartolomeo, che è il protettore delle Eolie. Era allora abate delle isole (III secolo) Sant’Agatone che ebbe la visione notturna del grande evento: si corse sulla riva, si tentò, di trarre a terra la bara, ma la forza dei pescatori non bastava: solo quando alle funi dettero mano i ragazzi, insomma gli innocenti, la bara venne in secco. In ognuna delle Eolie si può trovare una chiesa dedicata a San Bartolomeo; ma a Lipari, nel quartiere abitato da gente venuta da Acireale, il viaggiatore curioso potrà scoprire un Vico Minotauro, un Vico Cerere, un Vico Giunone, e così via.

Lipari e nello sfondo Vulcano: dalle acque intensamente azzurre che la circondano spuntano, come denti, i "faraglioni".
Lipari e nello sfondo Vulcano: dalle acque intensamente azzurre che la circondano spuntano, come denti, i “faraglioni”.

Sappiamo tutti che moltissimi sono i luoghi incantevoli d’Italia: ma senza voler far torto a nessuno d’essi, converrà ammettere che una visita, alle Eolie costituisce qualcosa di singolare: diremmo, se non temessimo di essere intesi in senso retorico, che riempie una lacuna della cultura, se per cultura vogliamo dire accrescimento della sensibilità, contatto sempre più profondo e cordiale con la vita. Non per nulla le Eolie sono diventate meta di un turismo non superficialmente mondano: furono i francesi a scoprire per primi queste isole, sbarcando a Vulcano, poco dopo la fine della guerra; ai francesi cominciano a tener dietro svizzeri e tedeschi. E’ giusto che anche gli italiani imparino a conoscerle.

Queste pagine non si propongono naturalmente di essere una guida completa alla Eolie, ma certo un invito: ognuno poi caverà da tale esperienza quanto è più prezioso per la sua natura. Immaginando dunque di stendere un amabile programma per un amico che voglia godere di questa avventura mediterranea (avventura, s’intenda bene, solo spirituale: perché, come diremmo, le attrezzature delle Eolie sono nel complesso buone), fisseremo intanto a grandi linee una specie di itinerario. Per chi venga dal Nord, il porto d’imbarco più adatto è naturalmente Napoli: il “Lipari”, durante la stagione, quattro volte la settimana tocca le varie isole, vale a dire Stromboli, Panarea, Salina, Filicudi, Alicudi, Lipari, Vulcano, e approda poi a Milazzo e a Messina. Partendo da Milazzo, v’è un servizio quotidiano per tutte le isole, ad eccezione di Stromboli e Panarea (a Panarea, però, una volta la settimana il battello fa sosta). Sempre durante la stagione (la stagione va, pressappoco, da maggio a settembre) lo “Strombolicchio” fa servizio quotidiano fra le isole. Da maggio poi entrerà in servizio l’aliscafo, che congiungerà Messina con l’arcipelago in un’ora invece delle cinque-dieci che normalmente occorrono (ma il viaggio non è disagevole). L’affluenza nelle Eolie è naturalmente più intensa durante l’estate; per conto nostro, se dovessimo consigliare un ideale amico, gli diremmo di partire verso maggio o settembre.

Panarea baia di Calajunco. Vicino gli scavi hanno scoperto un villaggio neolitico.
Panarea baia di Calajunco. Vicino gli scavi hanno scoperto un villaggio neolitico.

Per un soggiorno prolungato, le isole più attrezzate sono certamente Panarea e Vulcano, ma quasi ovunque il turista può trovare sistemazione e soprattutto un mondo umano estremamente civile, che se le difficoltà economiche incidono duramente sulla vita della popolazione e le Eolie sembrano ormai abitate solo da donne, vecchi e bambini: gli uomini capaci preferiscono emigrare. Questa sensazione di trovarsi a contatto di una società povera ma non sciatta, non moralmente abbandonata , è una delle attrattive del viaggio. Gli appassionati di pesca subacquea potranno trovare buona preda ovunque ma il loro vero paradiso sono Filicudi e Alicudi: del resto la pesca è di casa alle Eolie: il parroco di Panarea, è addirittura un campione, tocca i venti metri di profondità senza pinne. La pesca, lo sfruttamento delle cave di pomice e la produzione della malvasia costituiscono la povera ricchezza degli abitanti delle Eolie

VITA DIFFICILE

 Beati e insieme infelici abitanti. Qui non si conoscono aratri, la “humus” è così poca che non servirebbero a nulla. A Lipari ci sono più o meno mille negozi, che vendono un poco di tutto, compreso televisori da 21 pollici, e il cinema fa i suoi adepti. Ma la scarsità di terra fertile, in queste isole che paiono spuntate dal mare per un gioco o per un ripicco degli dei , spesso piene di soffioni, di crateri, di polle di acqua bollente dove si può anche far cuocere un uovo, è determinante. Quel male ha i suoi vantaggi: lungo la Spiaggia di Levante, a Vulcano le bagnature possono essere terapeuticamente ottime, per effetto delle fumarole che rendono le acque radioattive; a Lipari addirittura c’è un attrezzatissimo stabilimento termale, un edificio rettangolare a due piani su un declivio di verde: si sfruttano le acque di San Calogero, che ebbero già, fin dal 50 avanti Cristo, l’onore di una citazione di Diodoro Siculo.

Ma si diceva della vita difficile delle Eolie: eppure dal periodo neolitico, quando con i depositi di ossidiana, materia, materia vetrosa eruttata dai vulcani, che staccandosi in laminette nere, sottili e taglienti valeva meglio da strumento e da arma delle scaglie di silice, le Eolie diventarono per così dire l’arsenale del mondo mediterraneo, le isole conobbero periodi di prosperità: grandi colate di ossidiana sono state eruttate dal monte Pelato e dalla Forgia Vecchia, i due vulcani che occupano la parte nord-est di Lipari; la più appariscente è tuttora quella di Rocche Rosse. (Del resto la scaglietta vitrea e nera, il viaggiatore se la vedrà sotto i piedi anche in quelle isole dove l’ossidiana non si trova in natura, come una sorta di simbolo, di segno distintivo). Ceramiche venute alla luce negli scavi ( di ciò diremo a suo luogo) parlano di felici scambi con la civiltà minoica. Le Eolie servivano di base alla navigazione: ed erano, anche, base delle scorrerie dei pirati saraceni: a un certo punto, perfino, Ariademo Barbarossa, ammiraglio di Solimano II, deportò quasi tutto e le isole furono poi ripopolate da Carlo V con portoghesi e spagnoli. Forse questo potrà render conto di una civiltà locale tanto complessa e umanamente ricca, e spiegare, per dirne una, qualche cupola tonda e candida, di gusto tutt’affatto mauro, vicino a una chiesa di stile barocco. Il periodo di floridezza, bene o male, durò nell’età moderna, fino al principio del secolo: gli eoliani avevano un’attiva flotta a vela che trasportava merci e soprattutto la malvasia prodotta in loco. Il primo duro colpo venne con la peronospera, che falciò vigneti dappertutto; poi l’avvento della navigazione a vapore. Senza industria, senza agricoltura e bestiame ( le poche bestie a Panarea vengono condotte a pascolare, se il tempo è bello, nella vicina isoletta di Basiluzzo, un pugno di pietre in mezzo al mare, con solo una casetta), ben poco restava agli abitanti delle Eolie: diciamo poco per non dir nulla. Faticare per strappare un pesce al mare, un poco di vino avaro alla terra oppure emigrare. E’ questo il partito preso generalmente. Sbarcando a Lipari, a Stromboli, a Panarea, a Vulcano, il viaggiatore è colpito dal fatto di muoversi tra una folla di vecchi, donne, bambini come Gulliver non trovava che nani al suo arrivo a Lilliput. Chi può, lascia le isole e chiama a sé i parenti rimasti, se appena riesca a racimolare il denaro del viaggio. Un tempo andavano specialmente verso l’America, oggi ci si orienta verso l’Australia e la nuova Zelanda; un tempo l’emigrato che aveva fatto una piccola fortuna, tornava alla sua isola, comperava la casa, la vigna, la barca; oggi non torna quasi più nessuno, tranne che per una breve visita.

ossidiana

 E’ una visita di pietà e di affetto, giacchè poi la lontananza non spegne l’attaccamento, il rimpianto e diciamo pure l’orgoglio; Stromboli forse è più a Nuova York e a Sydney, che su questa isoletta del mediterraneo che la collera del vulcano scuote metodicamente. Negli Stati Uniti, generalmente, gli isolani sono negozianti di verdura, imprenditori di lavori murari; in Australia quasi tutti negozianti. Da Lipari, da Stromboli, da Salina, partono lettere e cartoline indirizzate a “Broccolino”, che non è altro che Brooklyn, nella amabile, irresponsabile deformazione di chi ha creato in effetti, con una civiltà mista, una lingua o un gergo nuovi. Ma partono anche quelli che, si penserebbe, non dovrebbero partire, gente di età ormai stanca: hanno lasciato Panarea, tanto per fare un esempio, Giuseppe Tesoriero, che ha 93 anni, e le sue sorelle, Francesca e Maria, di 87 e 84, tutti per Sydney.