L’Album dei ricordi: Le Eolie di Bertarelli nel 1909

perciato

di Massimo Restuccia

ESCURSIONE ALLE ISOLE EOLIE 1909

L.V. BERTARELLI (“ON MILANES IN MAR”) 1909

A Lipari vi sono del resto numerose case di ricchi negozianti, di industriali in vino ed in pomice e di agricoltori che nulla lasciano a desiderare, ma sono case private alle quali naturalmente non può accedere chi vuole.

Io ebbi nella mia recente visita una fortuna che mi mancò la prima volta: quella che il Touring ha pensato ad un console, il signor Filippo De Pasquale, uomo che tra i vasti suoi affari trovò il tempo di viaggiare mezza Europa e che dall’animo vivace, colto e pieno di spirito moderno trae un senso di ospitalità gentile, di cui colla sua egregia Famiglia mi fece particolarmente segno e di cui gli rendo qui grazie riconoscenti.

In una sua bella lancia cortesemente posta a mia disposizione con due barcaioli, feci l’escursione indimenticabile di Vulcano. Rasente la costa di Lipari arrivai alle Bocche di Vulcano. Mi avvicinai quanto me lo permise il mare mosso a quella meravigliosa Pietralunga, che si slancia come una colonna dall’acqua a 400 metri dalla riva di Lipari ed a 1600 da quella di Vulcanello.

faraglioneLa punta meridionale dell’isola di Lipari è tutto ciò che di più straordinario possa immaginare la mente di un artista amante delle più selvagge scene. Il mare ha demolito le grandi cascate basaltiche staccandone delle guglie arditissime, dei campanili che paiono ritti solo per miracolo di equilibrio, ma saldi invece da millenni contro gli attacchi dei marosi furibondi. La punta Crepazza, le Formiche, il Perciato, la Pietra Menalda, ed altre rocce che hanno nomi che non conosco, si presentano l’una dopo l’altra tremende e imponenti, sospese sul capo di chi costeggia questa scenografia magnifica.

Ma più di tutte grandiosa è la Pietralunga, pinnacolo arditissimo isolato dalle onde, eretto da chissà quali profondi abissi a 60 metri fuori di esse (fig. 13).

Nera, imponente, inaccessibile, la Pietralunga è di una bellezza inesprimibile. Io tentai di avvicinarmi senza poter giungere però del tutto al suo piede, perché il mare agitato me lo impediva. Volate di gabbiani stridenti si aggiravano sul mio capo quasi beffandomi dei miei sforzi, pur veramente eroici perché la fotografia che presento di Pietralunga è stata fatta tra i crampi e i ruggiti di un mal di mare che ricorderò.

Questa grande colonna oppone tale brusca resistenza alla distesa dei marosi di ponente, che questi si infrangono contro di essa, salendo a grandi altezze. Io ebbi la fortuna, quando dieci anni sono passai le bocche di Vulcano durante un fortunale rimasto memorabile, di vedere un caso raro: le ondate salire dietro la Pietralunga fin sopra la sua cima e scavalcarla con una nube di spruzzaglie bianche che si alzavano certo almeno una trentina di metri al di sopra del suo cocuzzolo.

Straordinario anche il Perciato (fig. 4) galleria naturale dentro i basalti, abbastanza vasta perché quando il mare non vi si precipita con violenza si possa attraversarla in barca. La fotografia che ne do mostra quanto pittoresco sia quest’angolo dell’isola. E se lo spazio non me vietasse potrei presentarne un’altra: quella del Capo Perciato dell’isola Panaria, di cui la finestra è ben più vasta (circa una quarantina di metri di altezza per una trentina di larghezza).

La mia lancia, che io voleva dirigere al porto di ponente (nell’isola di Vulcano) per vedervi altre rocce che certo debbono essere meravigliose quali quelle del Capo Grosso, dovette invece far rotta sul Porto di Levante, ove sbarcai abbastanza male in gamba sulla benedetta terraferma, che ha soltanto un difetto: quello di essere terra di un’isola senza ponti per congiungerla col continente.

Una grande roccia accanto al Porto di Ponente (porto per modo di dire, poiché non si tratta che di una spiaggia) è sforacchiata da una rete di gallerie, da cui un inglese ricavò fino al 1887 allume e acido borico, mentre Vulcano attiguo traeva dello solfo. L’eruzione dell’87 troncò ogni lavorazione.

La salita ala Fossavecchia o Gran Cratere dura circa un’ora o poco più sui lapilli, e l’altezza si conquista faticosamente a zig-zag mentre poi la discesa si compie in un istante in linea retta. La mia fotografia (fig. 7) mostra le due diverse tracce. Il cratere si presenta rotondo , del diametro di tre o quattrocento metri ed è profondo un centinaio di metri. La prima volta che lo vidi fumigava tutto nella sua parte più vasta. Adesso era perfettamente tranquillo e vi potei scendere senza alcun disturbo. Assai più vive invece che allora erano le fumarole esterne, acri di vapore di solfo sublimato e di acido cloridrico.

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Dall’orlo del cratere, meraviglioso è il panorama sull’arcipelago. Vulcanello apre sotto i suoi tre crateri, separato da Vulcano da una lingua bassa di terra larga 500 metri, che talora il mare da potente sovrappassa colle sue lunghe ondate.

Più in là si distende Lipari ed alla sua sinistra Salina ed alcune isolette minori, e nella lontananza Alicudi e Filicudi.

A oriente invece Panaria, Basiluzzo col suo corteo scogli minori e nel fondo Stromboli.

Nella parte opposta tutta la costa di Sicilia e quella prossima della Calabria fino al Capo vaticano.

Sarei rimasto ben a lungo lassù se non mi avesse tentato anche l’ascensione di Vulcanello. Ridiscesi quindi rapido sui lapilli , traversai la lingua di terra ed intrapresi la breve salita di questo cono, sulla cui cima si aprono tre bocche di cui una perfettamente tonda con pareti assai ripide e con un fondo ormai riempito e livellato di materiale eruttivo che la mia fotografia ritrae chiaramente (fig. 5).

A motivo del mare alquanto minaccioso dovetti più presto di quanto mi sarebbe piaciuto abbandonare quest’isola curiosissima e tornarmene a Lipari ove avevo intenzione di compiere la giornata con una visita al Castello ove stanno i coatti.