L’album dei ricordi: le Eolie da ” Illustrazione italiana ” Garzanti (1957)

di Massimo Ristuccia

ILLUSTRAZIONE ITALIANA (GARZANTI) Aprile 1957 (2 parte)

ISOLE BEATE

Lipari, la spiaggetta di Portinenti
Lipari, la spiaggetta di Portinenti

Queste splendide isole, queste Isole Beate, se abbiamo occhio solo ai loro incanti naturali, rischiano di rimanere spopolate come un atollo del Pacifico; è una crisi alla cui urgenza non si può sottrarre. Certo a contribuire a una rinascita delle Eolie può molto il turismo. Buoni alberghi (eppure il problema dell’acqua è uno dei problemi vitali: ora è in via di risoluzione con i nuovi serbatoi costruiti per contenere l’acqua portata dalle navi cisterna, e con l’acquedotto di Lipari) sorgono un poco dappertutto. Solo Salina e Lipari hanno luce elettrica ma non crediamo che spiacerà allo scopritore (o alla scopritrice) delle Eolie andare a letto a Panarea portando in mano un lume a petrolio ancien règime o leggere nella sala convegno di un albergo sotto la fiamma a gas, immortalata da Mallarmè: sono anche queste curiosità del viaggio.

La Regione Siciliana s’è data assai da fare per favorire il turismo, destinando 9 milioni e mezzo a Stromboli, 20 a Vulcano, 1 milione a Lipari per miglioramento delle attrezzature; inoltre per l’anno appena finito sono stati stanziati fondi in questa proporzione: Santa marina Salina 4 milioni e mezzo: Lipari 7 e novecento, Vulcano 9, Panarea 3 e duecento, Stromboli 2 e ottocento. Nel 1955 fu bandito un concorso con 5 milioni di premio per il rammodernamento degli impianti igienico-sanitari; inoltre l’Ente Provinciale per il Turismo ha già approntato progetti per la costruzione di Alberghi-Posti di ristoro con una quarantina di letti a Stromboli e Panarea. Non c’è dubbio che in questo senso s’è lavorato. Ma del resto, in ogni caso non mancherebbe all’ospite un’accoglienza sobria eppure affettuosa in una delle nitide costruzioni a cubo che formano la caratteristica delle Eolie, e che forniscono agli esperti le più forti ragioni per una difesa dell’architettura spontanea: le culere o colonne in muratura, raccordate con travi, fanno un amabile berceau; qua e là le case hanno fastigi ingenuamente merlati, pipitoni o mierle, quasi un rudimentale blasone.

In uno scorcio dall’alto, sotto il sole i tetti-terrazze, di calce bianca accecano, quando non siano coperti di frutta da seccare. A una finestra una ragazzina gioca con un pupazzetto di stoffa in forma di vecchia che fila, unito a un limone che reca infisse sette penne a ventaglio, le sette domeniche di quaresima: è infatti “a za Coraesima”: madre del Carnevale; ogni domenica i ragazzi sfilano una penna.

Ma eccoci avventurati nel mare delle Eolie, così compatto e azzurro che volentieri rammenterebbe anche ai non letterati l’immagine famosa di un poeta, dal “tetto tranquillo su cui zampettano colombe”. Eppure il mare intorno a Stromboli, e fra Stromboli e Panarea lo definiscono “secco”, cioè pieno di correnti create da numerosi scogli (gli eoliani dicono “fra Stromboli e Panarea””, come noi diciamo “ fra Scilla e cariddi”); nel tratto che va da Panarea a Lipari, invece è “bianco”, o di corrente. Ma solo lungo le coste di Panarea vi capiterà di vedere un’acqua tanto verde, e trasparente, da far venir voglia di tuffarvicisi.

Stromboli, la sciara del fuoco
Stromboli, la sciara del fuoco

LA SCIARA DEL FUOCO

Stromboli, la prima delle Eolie che incontriamo venendo da Napoli, dà, se vogliamo, quel piccolo brivido, quella punta di “orrido” senza la quale non esisterebbe nessuna bellezza. A Stromboli, un paese vero e proprio non esiste: vi sono, sul vesante nord-occidentale, contrade (San Vincenzo, San Bartolo, Piscità), che tutte insieme formano Stromboli; sul versante opposto è Ginostra arrampicata sulla costa del vulcano come una testuggine, a cui si arriva solo via mare.

Stromboli, una vigna di malvasia. Sullo sfondo case abbandonate
Stromboli, una vigna di malvasia. Sullo sfondo case abbandonate

Ma il vero signore dell’isola è il vulcano, in qualche modo il nume dell’arcipelago; esplode in media ogni sette minuti e almeno una volta all’anno dà lo spettacolo di una eruzione grandiosa. Non ci si abitua alla voce dello Stromboli, anche abitando alle sue falde per tutta una vita: lo assicurano i poco più che millecinquecento che stanno a Stromboli. Il vulcano, che è più alto e attivo di Europa, è un dio permaloso: il viaggiatore potrà trovarlo incappucciato di una spessa cortina di vapori miasmatici e il tentativo di avvicinarsi al suo cratere, per sé difficoltoso, diventerà impossibile; ma già la “Sciara del Fuoco”, lo strapiombo donde decadono lava e sassi roventi in mare, è un cupo, bruno, eppure eccitante spettacolo. Per salire al cratere occorrono mani e piedi e una buona volontà: in capo a tre ore si scopre una valle lunare di cenere bianca e azzurra, punteggiata di rocce gialle, rosse, nere; i due forni del vulcano hanno un diametro di una trentina di metri l’uno, di otto o dieci l’altro.

Panarea, un giardino incantato
Panarea, un giardino incantato

Panarea, che diremo la nostra seconda tappa (ma non intendiamo imporre itinerari obbligati: uno degli incanti di questo viaggio sarà la piena libertà), vanta il primato di essere la più bella dell’arcipelago. Su quest’isola vorremmo, se fosse possibile, soffermarci un poco, giacchè lo sbarco a Panarea offre una delle immagini-simbolo delle Eolie. L’isoletta è tutto intorno chiusa, a ferro di cavallo, da bastino di roccia: dove s’apre il baluardo è un vero giardino, fiorito con soave meraviglia in mezzo al Mediterraneo, che vi viene sott’occhio. Fichi d’india , olivi, mandorli danno ombra a un paesaggio singolarmente dolce; il delicato dell’erba è solcato solo da vialetti di cemento, proprio come in un giardino; niente auto, niente traffico, naturalmente. Una pace ingenua, un senso di speranza, di vita che inizia: qui avrebbero potuto essere i Feaci, da un cespuglio schizzar fuori la palla di cuoio e sughero con cui giocava Nausica. Gli abitanti non sono più di trecento. Un po’ di agricoltura, pesca, qualche capretta che vien poi condotta a pascolare a Basiluzzo. Sul fondo del tratto di mare che separa Basiluzzo da Panarea, quando il tempo è chiaro, potrete vedere tracce di antiche costruzioni, che sembrano provare che isola e isolotto furono un tempo cosa sola (e naturalmente a Panarea non bisognerà perdere l’occasione di visitare il villaggio preistorico detto “del Mlazzese”). Gli antichi chiamavano Panarea “Euonymos”.

Salina, interno della casa di Concetta Giuffrè
Salina, interno della casa di Concetta Giuffrè

Salina è un’altra “isola verde” delle Eolie ed è quella per cui si può parlare, con qualche ragione, di agricoltura: malvasia e capperi sono i due nomi magici per in non più che tremila abitanti di Salina. Qui i capperi, i migliori di tutte le Eolie, dove pure non mancano, sono di due tipi, tondi e piatti: eccellente il cappero tondo o cappero “nociddo”, che deve il nome alla forma di nocciola, duro; l’altra varietà è quella del cappero “spinuzzo”. I capperi di Salina, i capperi delle Eolie sono viaggiatori importanti, arrivano fino alle Indie e in America, stivati in barilotti. Ne vanno alla ricerca, prima che il bocciolo si chiuda in un fiorellino bianco (che fa capolino anche nelle pagine dell’Odissea) donne e ragazzi: sono forse le piante che meglio esprimono il carattere di queste isole, la necessità di strappare la vita dove si può: nascono nella crepa di un muro, fra due costole di roccia, dovunque sia un pugno di terra e sembrano all’occhio non esperto un mozzicone di arbusto bruciato.

La malvasia, sebbene quella di Salina sia famosa, ha ceduto un poco il passo ai capperi. Oggi produrre malvasia costa assai caro, giacchè non si può ricorrere alla meccanizzazione tranne che per la pigiatura. I grappoli lunghi, radi e dorati, raccolti di agosto, vanno distesi su “cannizzi” di canne intrecciate, e rivoltati ogni poco, per un periodo di una ventina di giorni. Eppoi occorrono graticci per difendere i grappoli da polvere ed acqua; e c’è in agguato il pericolo della peronospera e della “malattia dello zolfo”. Salina produce in tutto circa trecento ettolitri di malvasia e un annata buona rende al massimo 27 mila lire per ettolitro: purtroppo capita assai di rado, specie dopo l’”anno nero” della peronospera, il 1890, che devastò addirittura i vigneti di Salina e delle altre isole. Tuttavia le belle pergole quadrate restano ancora la corona di Salina.

PARADISO DEI PESCATORI SUBACQUEI

Salina, già s’è detto, è l’unica delle isole Eolie, insieme con Lipari ad avere energia elettrica, fornita da un gruppo elettrogeno, donato trent’anni fa da un emigrato a New York. Tra i vari comuni(Santa Marina Salina, Malfa, Leni) dall’aprile-maggio in poi v’è servizio d’autobus. Una bellissima strada rotabile , bella sia per il fondo che per le vedute che offre, va da Santa Marina Salina a Rinella, seguendo in molti punti la costa, in una specie di periplo dell’isola; per questa strada sono stati spesi dalla cassa del Mezzogiorno circa 245 milioni. A Valdichiesa è un santuario dedicato alla Madonna del Terzito, dove un eremita si rifugiò per scampare al mondo e ai saraceni e dove l’immagine divina apparve tre secoli fa, dicono le cronache, annunziata da tre tintinnii di campanello.

Di Alicudi e Filicudi s’è forse già detto abbastanza definendole il paradiso dei pescatori subacquei , dato il bizzarro disegno ad anfrattuosità delle coste. A Filicudi è la Grotta del Bue Marino, un’amplissima cavità rocciosa, con una piccola spiaggia all’interno; nel vuoto, il movimento del mare provoca un morbido mormorio, quasi un muggito. Quanto ad Alicudi, che è la estrema propaggine occidentale dell’arcipelago, la si potrebbe chiamare come gli antichi, l’isola dell’erica.

Lipari è la più grande delle Eolie (oltre 37 chilometri quadrati): i suoi primi abitanti si fermarono sulla piattaforma rocciosa che domina le insenature, Marina Lunga, dov’è il pontile dell’attracco per le navi da carico e per i postali, e Marina Corta, con la penisoletta del Purgatorio. E’ su questa penisoletta che sorge la fabbrica candida della Chiesa delle Anime del Purgatorio. L’aspetto dei luoghi non potrebbe rispondere meglio al nome: una eleganza mansueta di linee, una gravità dolce e confortante; non una bellezza che eccita e scuote, ma in cui l’occhio e lo spirito riposano quietamente.

Salvatore Di Mauro, il miglior pescatore
Salvatore Di Mauro, il miglior pescatore

Giorgio Silvestri, nove anni, suonatore di contrabbasso
Giorgio Silvestri, nove anni, suonatore di contrabbasso

Lipari è un esempio del “dissanguamento” delle Eolie: il Comune è sceso rapidamente da 14 mila abitanti, ai 12 mila di oggi. Eppure Lipari è una delle isole in cui sono stati fatti i maggiori sforzi per adeguarsi ai tempi. Ha luce elettrica; avrà un acquedotto sul Monte Sant’Angelo, sfruttando, come serbatoio, il cratere spento del vulcano, che distribuirà l’acqua a tutto il centro abitato: l’opera costa 400 milioni, anche questi erogati dalla Cassa del Mezzogiorno; ha scuole elementari, una media e una scuola tecnica commerciale, dotata di un impianto di radiofonia e di magnetofoni, per ovviare alle eventuali assenze degli insegnanti. Il guaio è che tutto costa caro a Lipari, giacchè tutto, o quasi, deve venire dal continente; chi non se la cava lavorando nelle cave di pomice o con la pesca, preferisce il miraggio dell’emigrazione. A Lipari come del resto in tutte le Eolie, la cronaca nera ha ben poco da fare: al massimo qualche furto di alimenti, di cui si può ben intendere la disperazione e la fatalità. Questo è segno di quella particolare civiltà, di cui si diceva, che fa delle Eolie un paese particolare, anche dal punto di vista umano. Eppure proprio a Lipari è toccato il tristo previlegio d’esser prima (1890-1914) sede del domicilio coatto, e poi di ospitare i confinati politici mandativi dal fascismo.

LE CAVE DI POMICE

L’economia dell’isola è basata principalmente sulle cave di pomice: ce ne sono a Canneto, a Campo Bianco, a Porticello, ad Acquacalda. Si entra in un mondo acre di candida polvere impalpabile e rodente. Fra gli uomini lavorano anche le donne tutte vestite di nero, quando tira vento entrano ed escono dalle nuvole di pomice, a piedi nudi. La pomice alla rinfusa, per costruzione, vien spinta con carrelli su pontili di ferro che si protendono sul mare; quella in sacchi vien portata a spalla alle barche che la recano ai bastimenti. Tra lo spolverio candido, dall’alto della cava, il mare compare in una profondità favolosa. Fino al 1945 il gettito delle imposte sulla vendita della pomice era sufficiente a coprire tutte le spese del Comune, sicchè gli abitanti di Lipari non conoscevano tasse comunali. L’amico (o l’amica) cui diamo i nostri consigli potrà alternare visite al Museo Archeologico, che è davvero assai interessante, alla cattedrale normanna, alle cave di pomice, con pesca subacquea e gite sul mare. Un suggerimento: non dimentichi di spingersi fino a “Quattrocchi”, dove lo sguardo si apre su roccia, scogli, mare e sulla sagoma di sfondo di Vulcano.

lavoratori della pomice
lavoratori della pomice

Vulcano è l’ultima tappa del periplo e offre l’immagine simbolo: quella di un attraente orrore. Appartenne al marchese Nunziante, un calabrese che la vendette a un inglese, un tal, che Stevenson, che pensava di sfruttarne i giacimenti di allume e fiore di zolfo. L’eruzione del 1888 (ora il vulcano che dà il nome all’isola è in stato di quiescenza) convinse gli eredi a rivenderla alla famiglia Favaloro e ai fratelli Conti che, unitamente a un signor Giuffrè, sono ora i padroni dell’isola. A Vulcano, tenendo sempre un poco l’orecchio che l’officina del dio non si desti, si vive di pastorizia, come ai tempi omerici: ci sono settecento capre, qualche decine di mucche, eppoi un poco di vino, di grano di segala selvaggia, detta “irmano”; ma non tanto poca, che il pane viene da Lipari. Abbiamo già detto che una delle curiosità di Vulcano sono le fumarole sottomarine: in certe zone il mare bolle letteralmente; dove è possibile bagnarsi, le acque hanno un efficacia radioattiva. Forse per questo suo aspetto di mondo ancora agli inizi, appena solidificato, piace tanto ai turisti. Ecco le grotte, lungo le cui pareti affiorano minerali di colori più singolari; ecco zone aride, dominate da torrioni di roccia che paiono prese di peso da un film di indiani nell’Arizona. Al progresso dell’isola contribuirà certo la strada che risale tutto il costone di ponente della valle, di fronte al cratere del vulcano, fino al piano e che costerà 60 milioni.

Il nostro viaggio attraverso le Eolie, a questo punto, è finito: o almeno è concluso quello schizzo che abbiamo voluto fare delle sorprese e delle attrattive di tale viaggio. Niente più che uno schizzo, un abbozzo, ripetiamo: neppure per chi c’è stato parecchie volte è facile definire la suggestione di questo arcipelago: la luce netta e pulita, l’ombra magra e pura di un mandorlo, di un olivo sulla roccia, le scaglie di ossidiana sotto il piede; eppoi l’impressione di entrare di entrare in un mondo remoto e insieme concreto, la antichissima civiltà dei luoghi e delle persone; di tutto questo e di altro è fatto il fascino delle Eolie.

La grotta del cavallo a Vulcano
La grotta del cavallo a Vulcano

Chi è capitato è spesso preso dal “mal du pays”, dalla nostalgia di rivederle; ma forse più fortunati sono coloro che ancora non le conoscono e davanti ai quali si apre ancora intatta questa avventura.