L’album dei ricordi: Civiltà del lavoro sul mare

civilta lavoro sul mare

di Massimo Ristuccia

CIVILTA’ DEL LAVORO SUL MARE

Testi di Giovanni Maria De Rossi – Gino Galuppini – Memmo Caporilli – Andrea Turchi

Presentazione di ALVISE ZORZI

EDITALIA 1984

……….E’ periodo di trapasso tra Paleolitico e Neolitico che si sviluppano embrionali forme di economia che trovano nel rapporto uomo-mare una molla ideale di sviluppo. Oltre allo scambio dei prodotti dell’agricoltura e dell’allevamento, ci si dedica ora sempre più allo smercio delle risorse naturali legate alle ricchezze del sottosuolo. Nei due casi risulta di grande importanza la divulgazione della navigazione, anche se ancora su basi rudimentali.

Il mare quindi comincia a non essere guardato più come elemento limite delle aree di frequentazione umana ma come mezzo di comunicazione fra zone non più limitrofe ma anche notevolmente distanti tra di loro. Significativo è l’esempio della produzione e commercio dell’ossidiana, il vetro vulcanico di colore nero facile da lavorare ed efficacissimo per la preparazione di affilatissime lame.

stromboli ristuccia

Giacimenti di ossidiana sono stati localizzati ad esempio nelle isole di Pantelleria, di Lipari, di Palmanova nonché in Sardegna. Orbene, la materia prima estratta da queste località veniva poi smerciata in luoghi legati da vere e proprie rotte preferenziali di commercio. Così ad esempio è stato appurato che l’ossidiana di Pantelleria veniva portata a Malta mentre quella delle Lipari, lavorata in grandissima quantità su di un vasto pianoro dell’isola (corrispondente all’attuale contrada Diana) veniva smerciata in moltissime zone dell’Italia, e ciò presupponeva una vera e propria organizzazione di punti di approdo e di scalo (ossidiana lavorata di Lipari, insieme a ceramiche caratteristiche dell’isola, è stata trovata nel Lazio, in Umbria e in Abruzzo: qui soprattutto a Ripoli, in provincia di Teramo)……….

anfore risticcia

………….La difficoltà dell’impresa era d’altronde accentuata dalla singolarità della giacitura del relitto, nella secca di Capistello, presso la costa orientale dell’isola di Lipari. La secca, che si trova a circa 300 metri dalla costa, è caratterizzata da un fondale con forte inclinazione che va, con rapida progressione, dai 50 ai 90 metri: la nave pertanto, nella dinamica dell’affondamento incappò in questo micidiale piano inclinato che ne causò il ripetuto ribaltamento con conseguente smembramento dello scafo; deleterie furono ovviamente anche le conseguenze sul carico che venne sparso per una vastissima area, superiore ai 1000 metri quadri.

castello ristuccia

Per questo motivo pochissimo fu recuperato dello scafo se si eccettuano alcuni brandelli di fasciame. Diverso era invece lo stato di conservazione del carico. Se la meccanica dell’insabbiamento causò la dispersione della parte superiore del carico, il fondale melmoso facilitò di contro la conservazione, nella giacitura originaria (cosa questa interessante per l’esame archeologico) degli strati inferiori della merce trasportata. Quest’ultima consisteva in una serie di anfore da vino del cosiddetto tipo greco-italico, (caratterizzato dall’allungamento e restringimento del corpo) di cui si recuperarono oltre cento esemplari: molte anfore erano ancora perfettamente sigillate con il tappo di sughero saldato da pece, mentre dai frammenti di
quelle spezzate si potè vedere come l’interno era foderato da un manto di resina o pece. Era presente anche del vasellame di vernice nera: il tipo di anfora e la ceramica hanno consentito di collocare il naufragio intorno al 300 a.C. La presenza di numerosi bolli sulle anfore ha permesso di constatare l’analogia con anfore diffuse in area siciliana (Erice, Gela, Selinunte) e Magna Grecia (Taranto, Ischia): è in questo ambito territoriale che si doveva probabilmente svolgere il traffico commerciale della nave inabissatasi nella secca di Capistello………………