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Home Lipari News Sicilia News

La Sicilia raffina la ricchezza, ma quanto le resta davvero?

GdL by GdL
13 Settembre 2026
in Sicilia News
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La "rivoluzione verde" arrivi anche a Milazzo: appello al governo per la "decarbonizzazione" della Raffineria
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Petrolio, accise e Statuto: una partita che l’Isola continua a giocare senza averne mai incassato fino in fondo i vantaggi. La denuncia di Nicola Candido apre una domanda che ormai non riguarda soltanto la sinistra

La Sicilia raffina una parte enorme del petrolio destinato all’Italia e ai mercati internazionali. Ma quanto di questa ricchezza rimane realmente nell’Isola?

È la domanda rilanciata da Nicola Candido, della Direzione nazionale del Partito della Rifondazione Comunista-Sinistra Europea, che torna sulla mancata piena attuazione delle norme finanziarie dello Statuto siciliano e, in particolare, sulla questione delle entrate generate dalle grandi attività industriali ed energetiche presenti nell’Isola.

Il tema non è nuovo. Ma oggi assume un peso particolare.

Nel 2023 le raffinerie siciliane hanno rappresentato una quota straordinariamente rilevante della capacità di raffinazione nazionale. Eppure la Sicilia continua a confrontarsi con i costi ambientali, sanitari e infrastrutturali legati alla presenza dei grandi poli industriali di Priolo, Augusta, Milazzo e Gela, mentre una parte decisiva del gettito fiscale prodotto dalla filiera resta nella disponibilità dello Stato.

La questione delle accise, tuttavia, va precisata: non esiste oggi un automatismo statutario che trasferisca alla Regione il gettito delle accise sui carburanti. La Corte costituzionale ha infatti stabilito che le accise riconducibili alle imposte di produzione sono riservate allo Stato.

Ed è proprio qui che si apre la vera partita politica.

L’accordo finanziario tra Stato e Regione del 2021 definiva ancora «irrisolta» la questione delle accise e fissava un percorso per arrivare alla revisione delle norme finanziarie di attuazione dello Statuto. Quel percorso, però, non ha prodotto finora la svolta che molti siciliani attendevano.

E il problema non riguarda soltanto Rifondazione Comunista.

Nel 2025 anche la Cisl Sicilia ha sollecitato la piena attuazione dell’articolo 37 dello Statuto, chiedendo che le imprese con sede legale fuori dall’Isola ma con attività e stabilimenti in Sicilia contribuiscano fiscalmente in rapporto alla ricchezza prodotta sul territorio.

Ancora più significativo è ciò che è accaduto nel 2026 all’Assemblea regionale siciliana: una proposta ha chiesto di aprire un confronto con lo Stato per ottenere una quota delle accise sui prodotti petroliferi raffinati nell’Isola, anche come forma di ristoro per i costi ambientali e sanitari sopportati dai territori industriali.

Insomma, la domanda sta diventando trasversale: può la Sicilia continuare a sostenere i costi di una grande piattaforma energetica senza riuscire a trasformare una parte significativa della ricchezza prodotta in servizi, infrastrutture, occupazione e risanamento ambientale?

Il paradosso appare ancora più evidente guardando ai prezzi alla pompa. Il 10 settembre 2026 il MIMIT rilevava in Sicilia una media di 2,206 euro al litro per il gasolio e 2,089 per la benzina, valori superiori alla media nazionale.

Una Sicilia che raffina, dunque, non è necessariamente una Sicilia che risparmia.

Ed è questo forse il punto sul quale dovrebbe aprirsi una discussione meno ideologica e più concreta.

Non si tratta soltanto di chiedere a Roma di lasciare più soldi in Sicilia. Si tratta di capire come trasformare la ricchezza prodotta nell’Isola in un ritorno misurabile per chi vive e lavora qui.

Bonifiche, infrastrutture, transizione energetica, ricerca, formazione, nuova occupazione. Ma anche una fiscalità capace di compensare almeno in parte i costi sostenuti dai territori che per decenni hanno ospitato raffinerie, depositi, impianti petrolchimici e grandi infrastrutture energetiche.

La vera occasione mancata potrebbe essere proprio questa: aver avuto per decenni una delle più importanti concentrazioni energetiche del Paese senza essere riusciti a trasformarla in una leva strutturale di sviluppo siciliano.

E allora la domanda non è soltanto quante accise spettino alla Sicilia.

La domanda, molto più grande, è un’altra:

quanto vale la ricchezza prodotta in Sicilia e quanto di quel valore torna realmente ai siciliani?

È una partita che, destra e sinistra, autonomia e centralismo, prima o poi dovranno affrontare.

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