La professoressa Isabella Marsilio è stata accoltellata da un alunno a Roma. A fermare l’aggressore è stato un compagno di origine congolese. La docente aveva inoltre espresso sui social posizioni destinate a far discutere: una riflessione sul ruolo educativo della scuola che riguarda anche le realtà scolastiche delle Isole Eolie
di Alessio Cioni
Una professoressa ferita nella propria aula, un ragazzo di tredici anni che impugna un coltello e un compagno che interviene per fermarlo. È una vicenda che arriva da una scuola di Roma, ma che porta con sé una domanda più ampia della cronaca: quanto pesa un’opinione quando a esprimerla pubblicamente è una persona chiamata ogni giorno a educare?
La docente, Isabella Marsilio, insegnante di italiano, storia e geografia alla scuola media Giovanni Verga di Roma, aveva espresso sui propri profili social posizioni favorevoli alla cosiddetta remigrazione, insieme ad altre considerazioni sull’immigrazione e sulla società multiculturale. Ad aiutarla è stato un compagno di classe di origine congolese, ma la docente ha successivamente chiarito che questo episodio non ha modificato le sue convinzioni.
Il punto, tuttavia, non è stabilire se un gesto debba necessariamente cambiare le idee di chi lo riceve. La questione riguarda il ruolo di chi quelle idee le esprime.
Un insegnante, naturalmente, non è una persona senza opinioni. La libertà di pensiero appartiene a ogni cittadino e il pluralismo è parte della democrazia. Ma chi insegna esercita anche una funzione pubblica e si trova davanti a ragazzi che stanno costruendo la propria identità e il proprio modo di guardare la società.
Per questo le parole di un educatore non hanno lo stesso peso di quelle pronunciate da un cittadino qualsiasi. Un docente non trasmette soltanto conoscenze: attraverso il linguaggio e il modo di rappresentare la realtà contribuisce alla formazione degli studenti.
La Costituzione italiana, all’articolo 3, afferma il principio della pari dignità sociale e dell’uguaglianza. L’articolo 34 aggiunge: «La scuola è aperta a tutti». Sono principi particolarmente significativi quando nelle classi convivono ragazzi con origini, culture e storie familiari differenti.
È qui che le esternazioni sulla remigrazione assumono una particolare delicatezza. Nel dibattito pubblico possono certamente essere sostenute posizioni diverse sull’immigrazione. Ma quando una simile visione viene associata pubblicamente alla figura di un’educatrice, diventa legittimo interrogarsi sulla distanza tra la libertà personale e la responsabilità che deriva dall’esercizio di una funzione educativa.
Non si tratta di chiedere agli insegnanti di rinunciare alle proprie convinzioni, né di trasformare la scuola in uno spazio privo di conflitto culturale. Al contrario, una scuola democratica deve insegnare a confrontarsi anche con idee lontane dalle proprie. Ma proprio per questo dovrebbe essere particolarmente attenta al linguaggio con cui si descrivono le persone e le comunità.
La questione riguarda anche una realtà come quella delle Isole Eolie, dove la scuola rappresenta da sempre un luogo di incontro tra persone, famiglie e percorsi differenti. A Lipari, così come nelle altre comunità dell’arcipelago, la dimensione scolastica riflette inevitabilmente una società nella quale convivono esperienze, origini e storie diverse. L’obiettivo educativo non può essere cancellare queste differenze, ma impedire che diventino criteri attraverso i quali stabilire chi appartiene pienamente alla comunità e chi no.
Il ragazzo che ha aiutato la docente non dimostra la validità o l’errore di una teoria sull’immigrazione. La sua origine non può essere trasformata in un argomento politico. Il suo gesto ricorda però una cosa semplice: dietro ogni categoria ci sono persone concrete, impossibili da esaurire in un’etichetta.
Forse è proprio questa la responsabilità più difficile per chi insegna: avere le proprie idee senza dimenticare il peso che possono assumere quando vengono espresse da una figura educativa.
La libertà di pensiero appartiene a tutti. La scuola, però, appartiene a tutti anche nel senso più profondo: deve essere il luogo nel quale ogni ragazzo possa entrare senza sentirsi definito dalla propria origine e possa imparare a confrontarsi con il mondo senza essere trasformato, ancora prima di conoscersi, in una categoria.










