La pesca eoliana vive una delle sue fasi più difficili. È il quadro che emerge dall’inchiesta “Mari vuoti e ristoranti pieni: il paradosso delle isole Eolie”, pubblicata da Domani nel mensile Cibo, che ha raccolto testimonianze di pescatori, ristoratori e operatori del settore, mettendo in evidenza la crescente distanza tra la tradizione marinara dell’arcipelago e la disponibilità effettiva di pescato locale.
A Lipari, che ospita la più grande flotta di piccola pesca delle Eolie, con circa un centinaio di imbarcazioni, i pescatori raccontano di un mare sempre più povero. Le catture sono diminuite, mentre sono aumentati i costi del carburante e del lavoro. Molti operatori hanno abbandonato la pesca d’altura, anche dopo il divieto delle spadare, riconvertendosi alla pesca sotto costa o al pescaturismo.
Una situazione che si accompagna a un progressivo ricambio generazionale mancato: sono sempre meno i giovani che scelgono di continuare un mestiere duro, fatto di partenze nel cuore della notte, esposizione alle condizioni del mare e redditi incerti.
A fronte della diminuzione del pescato locale, però, la domanda continua a crescere. Le Eolie, con circa 15.500 residenti, durante la stagione turistica arrivano ad accogliere centinaia di migliaia di visitatori e, nei giorni di maggiore afflusso, una presenza giornaliera che può superare largamente quella della popolazione residente. Una pressione che inevitabilmente si riflette anche sulla domanda di prodotti ittici.
E così anche la ristorazione è costretta a rivolgersi sempre più spesso ai mercati esterni. Secondo quanto riportato nell’inchiesta, una quota consistente del pesce destinato ai ristoranti arriva ormai dalla Sicilia e dall’estero. L’analisi realizzata da Aquastudio Research Institute e Blue Marine Foundation aveva già individuato 23 specie importate alle Eolie, comprese alcune delle specie tradizionalmente associate alla pesca dell’arcipelago, come pesce spada, alalunga e tonno rosso. Sul pezzo anche l’associazione Filicudi Wildlife Conservation che in estate ha sottoposto, nell’ambito del progetto Life Oasis, un questionario specifico a ristoratori e operatori del turismo per valutare il livello conoscitivo del problema.
Il motivo è anche economico. Il pesce locale, caratterizzato da quantità limitate, stagionalità e maggiore freschezza, ha costi più elevati rispetto al prodotto proveniente da grandi mercati e spesso congelato. Nell’articolo viene citato, ad esempio, il differenziale tra il pesce spada locale e quello importato: una differenza di prezzo che rende il prodotto esterno più competitivo per la ristorazione.
Ma dietro il problema economico c’è soprattutto una questione ambientale. Il Mediterraneo è interessato da un progressivo aumento delle temperature e il cambiamento delle condizioni marine modifica la distribuzione e la disponibilità delle specie. A questo si aggiungono la pressione della pesca, quella della pesca illegale e ricreativa, gli attrezzi da pesca abbandonati e la crescente presenza turistica.
Secondo i dati citati nell’inchiesta, nel 2023 quasi la metà degli stock ittici valutati risultava sovrasfruttata. Anche alle Eolie i pescatori osservano da anni cambiamenti nelle quantità e nelle specie catturate, con la necessità di spingersi sempre più lontano per trovare il pesce.
Il risultato è un paradosso evidente: le Eolie continuano a vendere al turista l’immagine di un arcipelago profondamente legato al mare e alla propria cucina marinara, mentre una parte crescente del pesce servito sulle tavole arriva ormai da fuori.
L’Area marina protetta come possibile strumento di tutela
È proprio davanti a questo scenario che torna ad assumere particolare rilievo il tema dell’Area marina protetta delle Eolie.
La sua istituzione, da sola, non potrebbe risolvere problemi complessi come il cambiamento climatico, il sovrasfruttamento delle risorse o la pressione turistica. Potrebbe però rappresentare, se accompagnata da regole condivise, controlli efficaci e adeguate misure di sostegno, uno strumento per tutelare gli habitat e le risorse ittiche dell’arcipelago, conciliando la conservazione del mare con le attività economiche tradizionali.
La sfida, infatti, non riguarda soltanto la protezione dell’ambiente. Riguarda anche la possibilità di conservare un mestiere che fa parte della storia e dell’identità delle Eolie.
Perché se il mare continua a impoverirsi, il rischio non è soltanto quello di trovare sempre meno pesce locale nei ristoranti. È che, insieme al pesce, scompaia progressivamente anche chi quel mare lo conosce, lo vive e lo attraversa da generazioni: il pescatore eoliano.









