Paolo Fabbri, una storia di confino e libertà e che Guccini, anni dopo, avrebbe trasformato in una canzone
di Sandro Casano
C’è un uomo che, nella notte del 27 luglio del 1929, avrebbe dovuto lasciare Lipari insieme a Carlo Rosselli, Emilio Lussu e Francesco Fausto Nitti e che invece rimase sull’isola. Non perché avesse cambiato idea. Non perché il piano fosse fallito. Rimase perchè, quando una pattuglia di sorveglianza lo intercettò, Paolo Fabbri capì che qualcuno doveva fermare quei fascisti abbastanza a lungo da permettere agli altri di raggiungere il motoscafo. E allora si finse ubriaco. Una trovata improvvisata, quasi grottesca, dentro una delle operazioni più audaci dell’antifascismo italiano. I militi persero tempo e così Rosselli, Lussu e Nitti riuscirono ad allontanarsi. Fabbri fu arrestato il giorno dopo. Sembra una scena uscita da un film, ma Paolo Fabbri non era un personaggio d’avventura. Era un socialista romagnolo, un dirigente politico, un uomo che aveva conosciuto il fascismo prima nelle piazze e poi nelle carceri e nel confino. E quella di Lipari sarebbe stata soltanto la prima delle grandi prove della sua vita clandestina. Oggi, a Bologna, il suo nome è conosciuto soprattutto perché è scritto su una targa stradale: via Paolo Fabbri e al numero 43 di quella strada, molti anni dopo, avrebbe abitato il cantautore Francesco Guccini.

L’ISOLA E LA FUGA
Quando il fascismo istituì il confino politico, Lipari diventò uno dei luoghi destinato ad accogliere gli oppositori del regime. Tra i confinati c’erano uomini che avrebbero avuto un ruolo decisivo nella storia dell’antifascismo italiano e Carlo Rosselli, Emilio Lussu, Ferruccio Parri, Francesco Fausto Nitti erano tra questi. Nel 1929 maturò il progetto di farli evadere. L’operazione venne preparata con l’aiuto della rete antifascista che dall’estero, a Parigi, organizzava il collegamento con l’isola. A rendere possibile la fuga fu il motoscafo Dream V, partito dalla Tunisia, mentre tra gli uomini impegnati nella preparazione dell’impresa c’erano Gioacchino Dolci che già era stato al confino a Lipari e che sarà una figura importante nel movimento Giustizia e Libertà, Italo Oxilia che pilotava il motoscafo e il motorista Paul Vonin. Paolo Fabbri era confinato a Lipari dal 1926. Socialista convinto, aveva già alle spalle una lunga esperienza politica e sindacale e a Lipari si era avvicinato agli antifascisti e finì coinvolto nel progetto dell’evasione. La notte del 27 luglio del 1929 arrivò il momento. Il motoscafo attese al largo. Rosselli, Lussu e Nitti riuscirono a raggiungerlo e a prendere il largo verso la Tunisia. Fabbri, invece, venne intercettato da una pattuglia. Ed è qui che nasce la storia del finto ubriaco con cui riuscì a trattenere i militi abbastanza a lungo da consentire ai compagni di completare la fuga. Il giorno dopo venne arrestato. La fuga era riuscita mentre il prezzo per Fabbri sarebbe arrivato dopo. Il 23 gennaio del 1930, il tribunale di Messina condannò Fabbri per complicità nella fuga di Rosselli, Lussu e Nitti a tre anni e tre mesi di carcere che scontò negli istituti di Milazzo, Saluzzo e Castelfranco Emilia. Fabbri fu liberato nel novembre del 1932. Quando tornò libero, riprese l’attività politica clandestina e continuò a lavorare alla riorganizzazione del socialismo italiano sotto il fascismo. L’esperienza di Lipari, insomma, non fu una parentesi avventurosa: fu uno degli episodi di una militanza che sarebbe durata fino alla morte. Carlo Rosselli, ricordandolo, lo descrisse come un grande organizzatore, capace a Lipari di fare anche il lavandaio e di studiare il francese con la stessa energia con cui per anni aveva lavorato la terra. Era, in altre parole, uno di quegli uomini che il fascismo poteva incarcerare, ma difficilmente riusciva a fermare.
UNA VECCHIA CARTINA TORNA DAL PASSATO
Quasi un secolo dopo quella notte. Una piccola cartina disegnata da Gioacchino Dolci (scoperta da me tramite la figlia, la signora Antonella Dolci) e presentata recentemente da Giuseppe La Greca al Centro Studi Eoliano (Il Giornale di Lipari del 31.7.26) torna a dare concretezza alla fuga da Lipari. Il valore di un documento del genere non sta soltanto nel fatto che racconta nuovamente una vicenda già conosciuta. Sta nel fatto che la geografia diventa testimonianza. La fuga non è più soltanto il racconto di tre uomini che nuotano verso un motoscafo nella notte. Diventa una serie di luoghi, percorsi, punti di riferimento. Una città da attraversare in silenzio, il mare da raggiungere, l’imbarcazione da trovare, il ritorno verso terra e infine la necessità di guadagnare tempo davanti alla sorveglianza fascista. E dentro questa geografia appare Paolo Fabbri che è l’uomo che, in quella notte, fece da cerniera tra chi doveva fuggire e chi doveva impedire la fuga. E alla fine rimase sull’isola. La nuova traccia documentaria rende ancora interessante la scena dell’ubriaco: non soltanto un episodio curioso, ma il gesto finale di un uomo che aveva partecipato all’operazione e che, nel momento decisivo, pagò personalmente per il successo degli altri.

DAL CONFINO ALLA RESISTENZA
La storia di Fabbri non finisce con il carcere. Dopo la caduta del fascismo e soprattutto dopo l’8 settembre 1943, diventa uno degli organizzatori della resistenza in Emilia Romagna. A Bologna il suo nome è legato anche al Fodone, un magazzino in via de’ Poeti che durante l’occupazione nazista divenne una delle basi clandestine dell’organizzazione socialista e delle Brigate Matteotti. Nel dicembre del 1944 a Paolo Fabbri, nome di battaglia «Palita», e a Mario Guermani viene affidata una missione molto rischiosa da parte del Comitato di Liberazione Nazionale dell’Emilia Romagna: devono raggiungere Firenze, Roma e Napoli per prendere contatto con gli Alleati e con le autorità dell’Italia liberata, per discutere la situazione delle formazioni partigiane e confrontarsi sulla strategia per la futura liberazione di Bologna. Fabbri e Guermani riescono a portare a termine la missione ed è durante il viaggio di ritorno che la storia diventa un giallo. Secondo la documentazione presentata nel volume di Enrico Verdolini, «Il caso Paolo Fabbri. Il sacrificio della missione partigiana per la Liberazione di Bologna», i due portavano con sé materiale di grande importanza: i piani militari degli Alleati per la liberazione dell’Emilia e cinque milioni di lire destinati ai partigiani bolognesi. Non arriveranno mai a Bologna. La notte tra il 13 e il 14 febbraio 1945, durante il tentativo di attraversare nuovamente l’Appennino nella zona di Bombiana, Fabbri e Guermani scompaiono. Con loro c’è la guida Adelmo Degli Esposti. Solo la guida riuscirà a tornare alla base. Fabbri e Guermani sono morti. Ma per molto tempo nessuno sa esattamente come. La motivazione ufficiale della Medaglia d’Oro al Valor Militare concessa a Fabbri parla di un uomo che, impegnato in una missione di collegamento oltre le linee nemiche, si addentra nei valichi innevati dell’Appennino e, stremato, perde la vita. La realtà, però, appare presto più complicata. I corpi non vengono ritrovati. Passano mesi. Soltanto nell’aprile 1946, a guerra ormai finita da quasi un anno, i cadaveri di Fabbri e Guermani vengono rinvenuti nell’abetaia di Bombiana, nel territorio di Gaggio Montano. E c’è un particolare inquietante: i due presentano ferite alla testa provocate da proiettili di grosso calibro. A quel punto nasce un caso giudiziario. Viene avviata un’inchiesta sulla morte dei due partigiani e viene coinvolto proprio Degli Esposti, l’uomo che aveva fatto da guida e che era tornato da solo raccontando di aver udito degli spari nel bosco. L’istruttoria si concluse senza una condanna definitiva.

LA STRADA VIA PAOLO FABBRI 43
Nel 1949 il Comune di Bologna decide di cambiare diversi nomi delle strade della Cirenaica. Il quartiere aveva conservato una toponomastica legata alla stagione coloniale italiana: via Tripoli diventa via Paolo Fabbri. La delibera consiliare porta la data del 16 aprile 1949. Non è una semplice modifica amministrativa. È una sostituzione della memoria. Al posto di un nome che celebrava la conquista coloniale della Libia compare quello di un uomo della Resistenza morto pochi anni prima. Paolo Fabbri entra così nella geografia di Bologna. Ma ancora non sa che, un giorno, il suo nome diventerà famoso per una ragione completamente diversa. Passano gli anni e al numero 43 di quella strada abita Francesco Guccini. Nel 1976 il cantautore pubblica «Via Paolo Fabbri 43», il suo settimo album, e la canzone che porta lo stesso titolo. Il nome di Fabbri entra così nella memoria della musica italiana. È una delle più belle ironie di questa storia: un uomo che aveva trascorso la vita nell’ombra della clandestinità, che aveva rischiato il carcere per far fuggire tre antifascisti e che era morto durante una missione partigiana, diventa per milioni di persone prima di tutto il nome di una strada cantata da Guccini. Ma adesso, conoscendo la storia, quel nome può essere ascoltato in modo diverso. Dietro il 43 c’è una casa. Dietro la casa c’è una strada. Dietro la strada c’è Paolo Fabbri. E dietro Paolo Fabbri ci sono Lipari, una pattuglia fascista, un uomo che si finge ubriaco, tre antifascisti che riescono a prendere il largo, tre anni e tre mesi di carcere, la clandestinità, il Fondone, la Resistenza, una missione oltre la Linea Gotica e due corpi ritrovati più di un anno dopo in un bosco dell’Appennino. Forse è questo il modo migliore per restituire il significato di quella targa. Prima di essere un indirizzo della canzone italiana, via Paolo Fabbri era un luogo della memoria della Resistenza. E prima ancora di essere una via, Paolo Fabbri era un uomo. Quello che una notte a Lipari, per far partire gli altri, si mise a fare l’ubriaco.
(l’autore è medico a Pantelleria, appassionato di storia locale e del confino politico)







