A Lipari i gatti non sono soltanto presenze familiari tra i vicoli, i porticcioli e le piazze dell’isola, ma parte della sua memoria e del suo paesaggio. Tina Squaddara, volontaria de “I Gatti Felici di Lipari”, racconta per il Giornale di Lipari quindici anni di salvataggi, abbandoni, adozioni, dolore e speranza, spiegando perché dietro la serenità di un’oasi felina si nasconda una battaglia quotidiana e perché, alla fine, siano proprio quei gatti a restituire agli esseri umani qualcosa che sembrava perduto: la fiducia
di Alessio Cioni
A Lipari i gatti sembrano conoscere l’isola da sempre, come se prima ancora degli uomini avessero imparato a percorrerne i vicoli, ad aspettare i pescatori nei piccoli porticcioli, a dormire sulle barche o sulle panchine delle piazze, a cercare l’ombra sotto una mimosa, accanto a un albero di limoni o tra le bouganville dell’oasi. Sono presenze discrete e allo stesso tempo impossibili da ignorare, parte di quella quotidianità eoliana nella quale il vento di Eolo, il mare che batte sugli scogli e il respiro dei vulcani sembrano accompagnare ogni cosa con un ritmo più lento. Per Tina Squaddara, volontaria de I Gatti Felici di Lipari, sono addirittura «la vera anima dell’isola», perché vivono liberi e selvaggi, conoscono ogni anfratto del paese e custodiscono, attraverso la loro stessa presenza, una parte della memoria visiva e affettiva di Lipari.
È da loro che Tina partirebbe per raccontare questa storia a qualcuno che non è mai stato sull’isola, perché sono i gatti stessi, prima ancora degli uomini, a raccontare ciò che accade nell’oasi e nelle strade di Lipari. Li descrive come «anime sacre e pure», capaci di trasmettere energia positiva, pace, fiducia e amore, creature che sembrano vivere secondo un tempo diverso da quello degli esseri umani e che proprio per questo insegnano qualcosa a chi decide di fermarsi ad osservarle. E attraverso i loro occhi, quasi inevitabilmente, si arriva alle persone che li amano e che ogni giorno se ne prendono cura, perché chi sceglie di dedicarsi agli animali finisce spesso per riconoscersi nella loro capacità di attendere, nella loro libertà, nella loro vulnerabilità e soprattutto nel rispetto silenzioso che chiedono senza mai pretenderlo.
Tina è convinta che certe sensibilità nascano insieme alle persone e che, in qualche modo, siano destinate a crescere nel tempo. La trasformazione da passione a missione può avvenire attraverso un episodio apparentemente casuale, magari il primo salvataggio difficile o l’incontro con un gatto speciale, oppure durante un momento particolare della propria vita, quando l’animale riesce a percepire un disagio che gli altri non vedono. «I gatti lo sentono, fiutano il disagio, ti scelgono, ti proteggono e ti conquistano», racconta, spiegando che da quel momento nasce un’intesa così profonda che diventa difficile immaginare la propria vita senza di loro.
Chi arriva al rifugio, tuttavia, vede soprattutto la parte serena di questa realtà, mentre dietro quella serenità esiste un lavoro quotidiano immenso, fatto di pulizie, disinfezione delle cucce e delle lettiere, gestione delle emergenze sanitarie, terapie, ricerca di cibo, raccolta di fondi e assistenza continua agli animali feriti, malati, anziani o semplicemente spaventati. La parte più dolorosa riguarda soprattutto i cuccioli abbandonati quando hanno appena pochi giorni di vita, perché quando non si trova una mamma gatta disposta ad accoglierli comincia una lunga notte fatta di biberon di latte in polvere, acquistato spesso a caro prezzo, somministrato ogni tre o quattro ore, anche durante le ore notturne, insieme ai massaggi sul pancino necessari per favorire la digestione. Alcuni riescono a salvarsi, altri invece diventano troppo deboli, smettono di mangiare e lentamente si spengono davanti agli occhi impotenti delle volontarie, lasciando dietro di sé una sofferenza che non si cancella facilmente.

A questa fatica si aggiungono la mancanza di spazi adeguati, la necessità continua di trovare stalli affidabili e le ristrettezze economiche che rendono ogni emergenza ancora più difficile, mentre il numero degli abbandoni continua a crescere. È una pressione fisica ed emotiva che, inevitabilmente, porta anche a chiedersi se ne valga ancora la pena. Tina non nasconde che esistano giornate nelle quali, tornando a casa, viene voglia di mollare tutto, perché la sensazione è quella di non fare mai abbastanza e di avere davanti problemi destinati a non finire. Eppure, proprio quando la stanchezza sembra avere il sopravvento, arrivano quelle piccole vittorie che restituiscono un significato a tutto il resto: un gatto diffidente che per la prima volta accetta una carezza, un animale malato che torna a mangiare, un micio traumatizzato che finalmente esce dal proprio nascondiglio oppure un gatto che, dopo mesi trascorsi nell’oasi, trova una famiglia pronta ad accoglierlo.
Sono proprio le adozioni, racconta Tina, a rappresentare uno dei momenti più emozionanti, perché quando un animale parte per una casa tutta sua il cuore dei volontari si riempie contemporaneamente di gioia e di malinconia. La sua assenza si sente, perché dopo averlo curato e accompagnato per tanto tempo è inevitabile provare un vuoto, ma sapere che quel gatto si trova finalmente al sicuro, sopra un divano e accanto a persone capaci di amarlo, rende quella separazione una delle forme più belle del volontariato. E quando le lacrime si asciugano, la vita del rifugio riprende immediatamente, perché c’è già un altro gatto da salvare, un’altra famiglia da cercare e un’altra storia che aspetta di essere scritta.
Tra le storie che hanno lasciato un segno più profondo nella vita di Tina c’è quella di KuntaKinte, un gatto cieco e con un orecchio mozzo che aveva imparato a vivere proteggendosi dagli altri e affidandosi agli altri sensi. Era un animale riservato, capace di percepire ogni movimento intorno a sé, e aveva trovato nella gatta Mina una compagna pronta a difenderlo. Due anni fa, durante la notte di Capodanno, i botti gli provocarono una paura così grande da farlo morire. La rabbia e il dolore delle volontarie furono enormi, ma Tina decise di trasformare quella sofferenza in qualcosa che potesse raggiungere altre persone e diventare uno strumento di sensibilizzazione. Nacque così “KuntaKinte e l’Isola del Disamore”, una favola nella quale gli animali diventano protagonisti di un rovesciamento sorprendente: non è l’uomo a salvare il gatto, ma sono i gatti e gli altri animali a salvare l’uomo dal disamore. È una storia fantastica che nasce però da una ferita reale e che cerca di ricordare come ogni gesto umano possa avere conseguenze profonde sulla vita di un altro essere vivente.
Ed è forse proprio questo il motivo per cui Tina sente che, nel suo caso, sono spesso i gatti a salvarla. Quando qualcuno arriva al gattile con una cucciolata o con una gatta gravida e cerca di giustificare l’abbandono dicendo che non ha spazio, che l’animale non è suo o che non ha tempo per occuparsene, la prima reazione è una rabbia difficile da controllare, soprattutto davanti alla frase che considera più crudele: «Se non li prendete voi, li abbandonerò altrove». Vorrebbe rispondere con la stessa durezza, ma poi guarda quei piccoli esseri indifesi e si concentra su di loro, prepara una cuccia, mette il cibo, accarezza la madre e lascia che le fusa facciano lentamente il loro lavoro. «È questa la medicina che riesce a salvarmi da istinti incontrollati», racconta, perché i gatti riescono a riportarla alla cosa più importante, quella di cui hanno bisogno in quel preciso momento.

In questo senso, dice Tina, i gatti sono piccoli maestri di vita, perché insegnano il valore dei confini personali, della pazienza e del riposo, mostrando che fermarsi non significa perdere tempo e che la fiducia non può essere ottenuta con la forza. Un gatto rimane accanto a una persona perché lo sceglie, non perché deve, e proprio questa libertà rende ancora più prezioso il suo affetto. Anche un gesto apparentemente insignificante, come chiudere lentamente gli occhi davanti a una persona o decidere di dormire accanto a lei, può diventare una dichiarazione di fiducia molto più potente di tante parole.
La difficoltà maggiore, però, rimane quella del randagismo felino a Lipari, un problema che riguarda non soltanto l’isola principale, ma anche le altre isole del Comune. Mancano strutture pubbliche adeguate per le sterilizzazioni, per la degenza post-operatoria e per l’accoglienza dei cuccioli, mentre i volontari devono gestire colonie sparse sul territorio con risorse limitate. Negli ultimi anni è arrivato il servizio veterinario dell’ASP di Messina, un passo avanti importante che consente di effettuare sterilizzazioni sull’isola, ma secondo Tina l’intervento è ancora troppo limitato rispetto alle esigenze reali. I veterinari arrivano generalmente una volta al mese e per poche ore, riuscendo a operare soltanto un numero ristretto di animali, mentre le prenotazioni sono moltissime e le emergenze continuano ad aumentare. Quando il servizio pubblico non riesce a intervenire, i volontari devono rivolgersi a strutture private sostenendo direttamente le spese.
Per Tina la sterilizzazione dei gatti randagi è dunque la vera chiave per costruire un futuro diverso, perché significa impedire che le cucciolate continuino a moltiplicarsi, ridurre le malattie, evitare il sovraffollamento delle colonie e soprattutto impedire che tanti cuccioli nascano già destinati alla strada. Il suo sogno, se domani arrivassero le risorse necessarie, sarebbe quello di creare un centro veterinario gratuito e all’avanguardia per tutte le isole del Comune di Lipari, con sterilizzazioni costanti, cure immediate, un pronto soccorso attivo ventiquattr’ore su ventiquattro, spazi per la degenza e stalli sicuri, evitando così trasferimenti continui e costosi sulla terraferma. Ma accanto alla struttura veterinaria Tina immagina anche campagne di sensibilizzazione rivolte ai cittadini e soprattutto alle scuole, perché la cultura del rispetto deve cominciare molto prima che si presenti un’emergenza.
Questa convinzione spiega anche l’importanza che attribuisce ai bambini che visitano l’oasi. Un rifugio può diventare una vera scuola di educazione sentimentale e civile, perché davanti a un gatto un bambino impara a riconoscere la paura, la gioia, lo stress e il desiderio di stare da solo, comprendendo che un animale non può essere costretto a interagire e che la sua fiducia deve essere conquistata con calma. Impara che avere un animale significa assumersi una responsabilità per tutta la sua vita e che il randagismo non è un problema astratto, ma qualcosa che nasce da comportamenti umani concreti.
Anche l’oasi stessa rappresenta una lezione, perché quel luogo un tempo era una discarica e oggi è diventato un giardino nel quale animali, persone e natura convivono. Per Tina questa trasformazione rappresenta il riscatto del degrado attraverso la cura e dimostra che «nessun luogo è perduto se qualcuno decide di prendersene cura». È una frase che potrebbe riguardare anche i gatti arrivati feriti, spaventati o abbandonati, perché anche una creatura che sembra perduta può, con tempo e pazienza, tornare a fidarsi.
Lo comprendono bene i turisti che visitano il rifugio durante il loro soggiorno a Lipari. Molti arrivano da città frenetiche e rimangono sorpresi nel vedere gatti liberi, affettuosi e fiduciosi in un luogo che un tempo era una discarica. Nei loro occhi Tina riconosce meraviglia, tenerezza e un profondo senso di pace, ma qualche volta quella visita diventa anche qualcosa di molto più concreto, come accadde con Anna, una donna che entrando nell’oasi non domandò quale fosse il gatto più bello, ma quale fosse quello più bisognoso.
La risposta fu Anonimo, un gatto tripode al quale era stata amputata una zampa dopo un incidente e che da anni viveva nel rifugio senza che nessuno si fosse deciso ad adottarlo. Anna lo guardò e disse semplicemente che da quel momento avrebbe avuto una famiglia. Successivamente le volontarie scoprirono che era una dottoressa e che aveva scelto di dedicare la propria casa proprio agli animali più fragili. Oggi Anonimo vive a Napoli, in una villa, circondato da cure e attenzioni. Per Tina quella rimane una delle adozioni più belle dei suoi quindici anni di volontariato, perché quella donna non aveva cercato il cucciolo più tenero, il gatto di razza o quello dal colore preferito, ma aveva scelto quello che aveva più bisogno.
Non tutte le storie, purtroppo, finiscono così. Quando un’adozione va male, quando un gatto fugge, viene rifiutato o muore, il dolore delle volontarie può essere profondo quanto quello per la perdita di un familiare, perché dietro ogni animale c’è una relazione costruita giorno dopo giorno. La tentazione è quella di perdere fiducia nelle persone, ma Tina ha imparato che non bisogna giudicare tutti attraverso le azioni di pochi e che, nonostante le delusioni, le persone buone e affidabili esistono ancora.
Tra le storie che più di tutte rappresentano la forza della speranza c’è quella di Mondezza, trovato da Norma dentro un cassonetto. Sembrava morto, aveva il pelo sporco, era ferito e denutrito, ma quando le volontarie stavano per recuperarlo per dargli una degna sepoltura, un occhio si aprì. Il gatto era ancora vivo. Le radiografie rivelarono che qualcuno gli aveva sparato sette volte e che una delle ferite aveva danneggiato per sempre le sue corde vocali. Eppure Mondezza sopravvisse, lentamente tornò a vivere e trascorse gli ultimi anni della sua esistenza amato e rispettato. Il suo nome nacque proprio dal luogo nel quale era stato trovato, ma la sua storia finì per significare l’esatto contrario: dimostrare che anche quando tutto sembra perduto può ancora esistere una possibilità.
È anche per questo che Tina vorrebbe cancellare il pregiudizio secondo cui i gatti sarebbero freddi e incapaci di provare affetto. I felini comunicano in modo diverso dagli esseri umani, attraverso le fusa, lo sguardo, il contatto, la vicinanza e la scelta di condividere uno spazio. Sono animali profondamente emotivi, capaci di costruire legami complessi e di percepire sensazioni che spesso sfuggono agli uomini. Da millenni la loro storia è intrecciata con la nostra, dalla sacralità attribuita loro nell’antico Egitto alle superstizioni medievali che colpirono soprattutto i gatti neri, fino alle leggende che ancora oggi li circondano.
A Lipari, però, i gatti non hanno bisogno di leggende per essere speciali. Sono semplicemente parte della comunità e, se Tina potesse rivolgere un messaggio a tutti gli abitanti dell’isola, chiederebbe di considerarli non come presenze indesiderate, ma come parte integrante del territorio. Il gattile non è un deposito di animali che nessuno vuole, ma una casa e, soprattutto, uno specchio della sensibilità di una comunità. Fermare gli abbandoni, promuovere le sterilizzazioni, proteggere le colonie e sostenere chi ogni giorno se ne occupa significa, secondo Tina, custodire non soltanto la salute degli animali, ma anche la dignità dell’isola.
È una convinzione che emerge anche dal modo in cui ha scelto di raccontare questa esperienza attraverso la scrittura. Nei libri “I Gatti Felici di Lipari. Racconti di solidarietà”, ripubblicato in un’edizione ampliata, e “KuntaKinte e l’Isola del Disamore”, le storie dei felini diventano memoria, perché ogni gatto ha un’identità, una fotografia, una vicenda e una morale. Raccontare significa dare voce a chi non può parlare e impedire che una vita, anche quando è stata breve o dolorosa, diventi invisibile.
Tra quelle storie ce n’è una che più di ogni altra racconta lo spirito dell’oasi: quella di Colla, il gatto rosso che per più di tredici anni fu una presenza costante del rifugio. Arrivò giovane e affettuoso e sembrava essersi subito convinto che quel giardino fosse casa sua. Accoglieva i cuccioli, salutava i visitatori, aspettava i volontari ogni mattina e seguiva le persone come una vera e propria ombra. Per questo venne chiamato Colla.
Dopo qualche mese arrivò una donna che dichiarò di essere la proprietaria e spiegò che il vero nome del gatto era Whisky. Colla tornò a casa con lei, ma poco dopo ricomparve al rifugio. La donna lo riportò via e lui tornò nuovamente. La scena si ripeté fino a quando la proprietaria si arrese e rinunciò a riportarlo con sé. Colla aveva scelto il giardino, i suoi gatti, i volontari e le persone che ogni giorno entravano nell’oasi. Era diventato il padrone di casa e, per molti anni, fu lui ad accogliere chi arrivava, riconoscendo persino i visitatori abituali. Oggi Colla non c’è più, ma continua a vivere nella memoria di chi lo ha conosciuto. La sua storia ha creato amicizie, ha unito persone e ha lasciato una traccia che nessuna morte può cancellare. Ed è forse proprio questa la forma più profonda di memoria: continuare a esistere dentro qualcuno che ci ha voluto bene.
Dopo tanti anni, Tina dice che ciò che ancora riesce a emozionarla come il primo giorno sono i cuccioli e, soprattutto, il momento in cui un gatto spaventato decide finalmente di fidarsi. Dopo settimane trascorse nascosto, con lo sguardo perso e il corpo rannicchiato, può accadere che un giorno si avvicini, faccia le fusa e cerchi il contatto umano. Per una volontaria è una piccola vittoria, ma di quelle che valgono più di mille parole, perché dimostrano che la fiducia, anche dopo l’abbandono, può tornare.
E alla fine Tina affida alla nostra attenzione una domanda che contiene l’intero senso della sua esperienza: «Quando torni a casa stanca e ti senti svuotata, chi sta davvero salvando chi?». La risposta è quella che, dopo quindici anni, sente più vera di tutte: «Sono loro che salvano noi, ogni singolo giorno».
Forse è questo il significato più profondo dei Gatti Felici di Lipari. Non soltanto un rifugio, non soltanto una colonia, non soltanto un gruppo di volontari che combatte contro il randagismo, ma un luogo nel quale uomini e animali si incontrano e, lentamente, imparano a restituirsi qualcosa. Gli esseri umani offrono cibo, cure, medicine e protezione; i gatti restituiscono pazienza, fiducia, presenza, tenerezza e quella capacità di vivere il momento che noi, troppo spesso, abbiamo dimenticato.
Per questo quando un turista lascia Lipari e porta con sé il ricordo di un gatto incontrato in un vicolo, sul porto o nell’oasi, non sta portando soltanto una fotografia delle Eolie. Sta portando una piccola storia di questa isola, una storia fatta di mare, vento, abbandono e rinascita, di mani che curano e occhi che finalmente tornano a fidarsi.
E dentro quella storia rimane una lezione che non appartiene soltanto ai gatti. Perché un animale salvato non è semplicemente una vita sottratta alla strada: è la prova che qualcuno, davanti alla fragilità, ha scelto di fermarsi. Forse è proprio questo che misura la civiltà di una comunità: non la capacità di essere forti davanti a chi è debole, ma la volontà di prendersene cura.
A Lipari, in un’oasi nata dove prima c’era una discarica, questa scelta continua ogni giorno. Una volontaria apre una porta, riempie una ciotola, cura una ferita, accarezza un gatto impaurito e aspetta che arrivi il momento in cui quella creatura deciderà di fidarsi. A volte bastano pochi secondi. Un gatto alza gli occhi, si avvicina e fa le fusa. E in quel momento, senza bisogno di parole, tutto si capovolge: non è più chi salva e chi viene salvato. Rimangono soltanto due esseri viventi che si sono incontrati e hanno deciso, ciascuno a modo proprio, di non lasciarsi più soli.
Questa è la vera anima dei Gatti Felici di Lipari: ricordarci che possiamo salvare una vita con una mano, ma quella stessa vita, con una semplice carezza, può restituirci l’umanità che avevamo dimenticato di avere.










