Danilo Conti, nascere due volte : ” grazie comunità”

di Danilo Conti

Il 27 Aprile 2019, sono dovuto nascere una seconda volta.

Era un giorno perfetto di primavera, da incorniciare. Pranzo organizzato tra amici, una passeggiata per raggiungere un luogo incantevole di Lipari e fare una bella grigliata.
Tutto sembrava perfetto, troppo perfetto.

Poi la fretta di accendere il carbone, una bottiglia di alcool, una leggera brezza e purtroppo il botto.

La bottiglia aspira vapore già infiammato e mi esplode in mano bagnandomi i vestiti che prendono fuoco immediatamente. Il tentativo di spegnermi, anche un po’ goffo, di spogliarmi e scrollarmi di dosso un nemico invisibile (il fuoco dell’alcool di giorno è quasi trasparente) che si attacca e brucia ad altissima temperatura e lenta combustione. Nel frattempo le mie mani, le braccia, l’addome, la gamba destra bruciavano.

Nessun dolore inizialmente, ma solo urla, paura e calore.

Doveva essere un giorno di festa per i risultati dei controlli delicati di mia moglie andati bene. I fiori, gli amici, la famiglia ed una tavola imbandita con amore.

Prendere fuoco per una cosa così stupida davanti a tuo figlio, tua madre, tua moglie, è veramente atroce ed anche un po’ imbarazzante. In quel momento, non sapendo ancora cosa mi aspettasse, perché a nessuno insegnano cosa sono le ustioni, mi preoccupavo di aver rovinato il pranzo a tutti e di aver lasciato quel ben di dio sulla tavola. E poi “i carciofi di mia madre”…come abbandonarli a Lipari?

L’istinto mi aiuta e vedo una doccia esterna. Sacrosanta l’idea d’idratarmi subito sotto l’acqua fredda, nudo ma privo di vergogna, poiché i dolori iniziavano a farsi sentire e la mente già viaggiava. Avendo competenze in medicina sapevo dei rischi subdoli delle ustioni, legati a blocco renale, infezioni e shock cardio-circolatorio.

Non ascoltate le dicerie di paese e “i metodi della nonna” che prevedono l’uso di olio, burro, dentifricio, aceto. Rischiate solo di soffrire di più, peggiorare le cose e rendere il lavoro dei soccorritori ancor più complicato. Questo è ciò che raccomandano anche nei centri specializzati.

Una lunga strada percorribile solo a piedi per tornare alla macchina, il viaggio interminabile verso il pronto soccorso, l’elicottero ed infine l’ospedale Cannizzaro “Reparto Grandi Ustionati”.

Mi sono proprio ridotto male, da una festa ad un letto d’ospedale. Al Pronto Soccorso mi hanno fatto soffrire tanto, non posso negarlo, sottostimando l’esigenza di quegli antidolorifici (Morfina inclusa) che in quel momento sono la vera salvezza, oltre i liquidi naturalmente.
Non avevo mai provato la Morfina, l’avevo solo vista usare nei film di guerra, ma in quel momento il mio corpo ne urlava il bisogno. Gli infermieri, mi aiutavano con dedizione ed affetto cercando di tranquillizzarmi e darmi sollievo, cospargendomi di fisiologica fredda, litri e litri che avevano reso ormai il pavimento, una pozzanghera.
Tremavo come una foglia, non riuscivo a fermarmi tra paura e dolori.

Cambia la vita in pochi istanti. Prendere quei pochi effetti personali che nel panico tua moglie cerca di mettere insieme nell’attesa che arrivi l’elicottero. Dal cielo finalmente arrivano gli angeli, con biglietto di sola andata e finalmente un po’ di sollievo con le medicine giuste durante il volo. Quel tipo di dolore non si può spiegare. Bisogna solo fare di tutto perché non capiti.

L’alcool denaturato è un nemico subdolo, un costo sanitario di cui nessuno parla, pochi euro spesi al supermercato sono costati oltre 20.000 € alla sanità, sempre che non costino la vita al paziente, ma è un problema che nessuno affronta e non vi è nessuna forma di prevenzione.
Al Cannizzaro sono disperati, mi hanno raccontato che il 90% dei morti nel reparto è proprio per ustioni da alcool, usato in primavera per i barbecue e d’inverno per i camini.
Io ero tra quelli della primavera.

5 sale operatorie, un trapianto di tessuto prelevato dalla gamba, un mese d’isolamento, morfina h24 per settimane. Ma la cosa più atroce di tutte è perdere la libertà. Perdere cose semplici come abbracciare i figli, la moglie, la madre. Li vedevo ogni tanto attraverso un vetro e li ascoltavo con un microfono. Non potersi più pettinare, lavare i denti, fare una doccia. Anche andare in bagno, mangiare erano un tormento.

Solo il mignolo della mano sinistra era rimasto scoperto e mi ha permesso di comunicare con il mondo. Non finirò mai di ringraziarlo. Lo avevo sempre trascurato fino a quel giorno.

Il tempo in isolamento non passa mai, i pensieri sono tanti ed anche sotto Morfina, non sono mai abbastanza confusi. Avevo già vissuto l’esperienza della quarantena praticamente appena un anno fa, avevo già fatto tutte le riflessioni sull’importanza di un abbraccio, di una stretta di mano, di quante cose semplici non facciamo abbastanza, come accarezzare e stringere i propri figli tutti i giorni. Vi risparmio la parte del disagio, degli odori e liquidi delle ustioni, per raccontarvi invece del seme di speranza che ho visto germogliare in quei giorni d’incertezza.

La mia Comunità. Già al pronto soccorso si era sparsa la notizia e forse per via del mio lavoro che mi porta a stare sempre in giro ed avere contatti con migliaia di persone, ho visto arrivare amici medici, infermieri, parenti a darmi conforto, ad informarsi sulle mie condizioni. Purtroppo le ustioni erano per buona parte di 3° grado profondo e questo significa che senza chirurgia i tessuti non si rigenerano più poiché danneggiati troppo in fondo. Quindi, le notizie in quel momento non erano tanto buone, qualcuno parlava di bombola di gas, qualcuno di gesto volontario, ma questo è normale in un piccolo paese.

Vi dicevo del mignolo e della sua utilità. Ebbene sì, perché già appena arrivato a Catania ho iniziato a ricevere una quantità di telefonate, sms, whastapp, tentativi di visite che mi hanno lasciato impressionato, sorpreso. Migliaia di messaggi, anche più volte al giorno. Tutto ciò non solo mi ha tenuto compagnia, ma tenuto in piedi psicologicamente.
Lasciarsi andare in quelle condizioni è un attimo.
Messaggi di stima, di angoscia, di affetto che mai mi sarei aspettato.

Io sono un uomo molto “dritto”, tanto lavoro, forse troppo, tante passioni, pochi fronzoli, con un carattere tosto, ma ho capito che le persone ti osservano, si fanno un’idea di te ed io non avrei mai immaginato che quell’idea di me fosse così bella ed apprezzata. Chiaramente non da tutti, ma da tanti, si. Piangevo spesso, senza farlo capire, commosso ad ogni parola dolce, d’affetto e di stima.

Ho avuto dei momenti di crollo psicologico, soprattutto dopo l’innesto cutaneo. In realtà 48 ore di black-out psicologico. Non vedevo la luce in fondo al tunnel, la data di dimissioni era sconosciuta, alcune complicazioni, i giorni passavano, un viaggio a New York cancellato, le preoccupazioni per il lavoro che non potevo seguire. L’unico svago era andare in sala operatoria ogni 5-6 giorni. Ma l’aiuto e la vicinanza delle persone, degli amici, ripeto, mi hanno tenuto in piedi. Tutto il personale delle mie attività si è messo a disposizione. Bastava un comando ed un esercito era pronto a partire in mio aiuto da tutto il mondo. Pazzesco!

Quindi a distanza di un anno ho deciso di ringraziarvi tutti, quasi fosse un secondo compleanno e raccontarvi che mi sono sentito orgoglioso di appartenere a questa comunità che spesso ho criticato, emozionato nel percepire che dentro di noi, di voi, c’è un seme di bontà, un potenziale inespresso che se ben indirizzato può spostare i mari, sollevare le isole e far rinascere questa terra, martoriata dalla crisi e da governanti impotenti che hanno fatto smettere di credere in noi.

Voglio ringraziare con questa lunga lettera in primis mia moglie che è stata un angelo e che con bollettini giornalieri teneva tutti al corrente delle mie condizioni mediche, insieme alla mia famiglia tutta, in particolare la onnipresente Zia Caterina, i miei “amici per la pelle” e soprattutto tra questi il Dr. Giuseppe Petralia, che non mi ha perso di vista un istante, come e più di un padre, la sua compagna Tina che oltre alla vicinanza, mi preparava delle squisitezze che tenevano su il morale, tutti i medici, chirurghi ed infermieri/e del Cannizzaro, un reparto d’eccellenza che mi ha messo in condizioni oggi, di riportare solo poche cicatrici, recuperando una situazione molto difficile. Gli infermieri del Pronto Soccorso di Lipari. Mia madre e le sue coccole ed attenzioni. I miei colleghi del mondo del commercio ed i produttori, gli amici sparsi per la Sicilia e per il mondo. Padre Gaetano Sardella, sempre presente, che ha pregato per me durante le messe. Ma soprattutto vorrei ringraziare la mia comunità eoliana tutta, che mi ha sorpreso, sorretto e commosso con attestazioni di stima che non immaginavo.

Concludo con l’auspicio che, leggendo questo lungo racconto, abbiate capito che l’alcool denaturato è un vero nemico, subdolo, bastardo e troppo a portata di mano nelle nostre case. Che Lipari ha diritto ad un Ospedale pienamente funzionante. Che la libertà non ha prezzo, che anche poter sbucciare una mela è un dono e che spesso i doni che giornalmente riceviamo vengono troppo spesso trascurati, come anche la straordinarietà della vita.

Un vero Grazie a tutti