I detrattori delle Aree Marine Protette (AMP) hanno trovato un nuovo argomento per contestare i vincoli di tutela: il riscaldamento globale. La loro tesi appare, in superficie, lineare: “Il riscaldamento dei mari è un fenomeno globale. Poiché l’acqua si scalda e la biodiversità soffre anche dentro le riserve, istituire divieti alla pesca o al turismo è inutile. La natura muore comunque, quindi tanto vale togliere i vincoli”.
Questa supposizione è tanto affascinante per chi vuole sfruttare il mare quanto scientificamente falsa. Si tratta di una manipolazione logica: è come dire che è inutile vietare il fumo in un reparto d’ospedale solo perché fuori la città è piena di smog.
La realtà scientifica, supportata dai monitoraggi costanti di progetti come Mare Caldo, dimostra l’esatto contrario attraverso tre pilastri fondamentali:
L’effetto cuscinetto: Le AMP non hanno la pretesa di fermare il cambiamento climatico globale, ma agiscono come un ammortizzatore locale. Azzerando gli stress antropici (pesca intensiva, inquinamento, ancoraggi selvaggi), evitano il “colpo di grazia” agli organismi già indeboliti dal calore.
La resilienza ecologica: Un fondale integro ha le difese immunitarie per reagire. Una prateria di Posidonia o una colonia di coralligeno non aggredite dalle attività umane hanno una capacità di rigenerazione e sopravvivenza drasticamente superiore dopo un’ondata di calore rispetto a zone sfruttate.
Zone di rifugio e ripopolamento: Nelle riserve i tassi di estinzione locale sono minori. Questi spazi protetti diventano vere e proprie “banche genetiche” da cui la fauna marina può partire per ripopolare le aree esterne danneggiate.
Sostenere che le AMP siano inutili a causa del riscaldamento oceanico è un tentativo strumentale di trasformare una crisi globale in un passaporto per il libero sfruttamento. La protezione locale non è superata dal clima che cambia: ne è l’unico vero antidoto rimasto.











