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Lipara MMXXV: “Padre, ho un cuscino sulla coscienza”

La storia delle Eolie attraverso gli studi e le memorie dell’indimenticato prof. Giuseppe Iacolino. Su volontà dei familiari dal libro "Gente delle Eolie" per gentile concessione dell'editore Aldo Natoli

GdL by GdL
2 Giugno 2025
in Cultura Lipari
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Lipara MMXXV : Calogero, un uomo solo contro mille diavoli
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Si narra la vicenda di Pietro Sciacchitano un caposquadra militare a Lipari nel 1680, che confessa al suo prete di aver la coscienza sporca per un “chiomazzo” (cuscino) fulcro di un conflitto tra il vescovo di Lipari e il capitano d’armi, in un’epoca in cui il Regno di Spagna deteneva in Sicilia la particolare “Legazia Apostolica”, che gli conferiva ampi poteri anche in ambito ecclesiastico. Sciacchitano fu costretto a fare una falsa testimonianza  riguardo al privilegio di usare un cuscino in chiesa. Per liberarsi il peso sulla coscienza, Sciacchitano ritratta pubblicamente la sua dichiarazione, mostrando come anche un oggetto banale possa generare complessi giochi di potere e mettere in difficoltà le persone comuni.

di Giuseppe Iacolino
da Gente delle Eolie (Aldo Natoli editore)

Padre, ho un cuscino sulla coscienza

Puntualizziamo. Il penitente non disse proprio cosi, ma più verosimilmente: «Padre, ho un chiomazzo sulla coscienza», Perchè un cuscino allora si diceva chiomazzo per la semplice ragione che, al fine di risparmiare sulla lana di pecora, nel sacco di tela si introducevano le piume (lat. plumae) dei gallinacei. Donde plumaccio e poi chiomazzo. Le nonnette delle campagne usano ancor oggi questo termine.

Ma la nostra precisazione nulla aggiunge alla sostanza del delicato problema che, in un lontano giorno dell’anno 1680, il liparoto Pietro Sciacchitano intendeva esporre al suo confessore. È da credere che il buon prete, preso cosi alla sprovvista, avvezzo com’era a certe stantie formule del confessionale, stanco forse e un po’ svagato, abbia lì per lì borbottato il suo consueto «Quante volte, figliolo, quante volte?».

Ma non dovette finir la frase perché assalito da un improvviso sbigottimento. Un chiomazzo? Un innocuo e soffice cuscino? Non s’era mai detto che un cuscino rientrasse negli schemi della casistica morale. Di per sè non è classificabile un cuscino nè tra i peccati mortali nè tra quelli veniali, e non può costituire, un cuscino, offesa ai divini comandamenti e ai precetti della Chiesa. Un chiomazzo riflettè il penitenziere serve per dormirci sopra e basta, Si ci fanno sonni tranquilli sul chiomazzo, nè risulta che possa esser materia di turbamento per la coscienza di un buon cristiano.

Novella? No, cari Lettori. Se, oltre ad averla qui avviata, avessimo avuto la genialità di condurla a termine, la novella ora non avrebbe nulla di credibile. La giudichereste un’invenzione di dubbio gusto e priva d’ogni ragionevole nesso con la realtà. Ed è per questo che noi vi esiberemo il documento nel suo testo integrale. Un documento che parla da sè, in cui Pietro Sciacchitano del fu Francesco vi narrerà per filo e per segno come siano andate le cose, come e qualmente lui, modestissimo Capo scuadra del presidio militare di Lipari, nella vicenda
sia stato coinvolto ex vi et metu (con la coartazione, cioè, e per timore di danni maggiori) divenendone l’occulto e dolorante protagonista. Ma una premessa chiarificatrice di carattere storico, cosi alla buona, dobbiamo pur farla. È indispensabile.

Correva dunque, come dicevamo, l’anno 1680.
Nessuno, che sappia come trentun anni più in là per un pugno di ceci scoppiò la controversia liparitana, vorrå negare che pure un cuscino potesse contenere una carica di potenzialità atta a scatenare un pandemonio, e, come sempre all’insegna dell’imprevedibile. Se infatti la controversia del 1711 interessò personaggi d’altissimo livello, il papa e il re di Spagna, la faccenda del chiomazzo, in un imprecisato anno antecedente al 1680, aveva fatto entrare in rotta di collisione il vescovo di Lipari mons. Francesco Arata col capitan d’armi della piazzaforte locale Saverio Gravina; ci aveva messo mano pure il vicerè di Sicilia Marchese di Villafranca e c’era rimasto implicato – senza che avesse vocazione alcuna per le beghe politiche, e in un angosciante imbarazzo interiore-
il povero  ed ignaro Sciacchitano.

Dovete sapere che il re di Spagna, che era pure re di Napoli e di Sicilia, in quanto re di Sicilia godeva di una singolare prerogativa (durava dal 1098 e cessò nel 1871) che si diceva della Legazia Apostolica. Il che significava che il re in Sicilia era di diritto il legato personale del Sommo Pontefice, il vice papa insomma. E, come succede in tutte le cose che si perpetuano nel tempo e che diventano serpi, il re alle lunghe fini per esser lui il papa dell’isola. Tant’è- notava il viaggiatore inglese Dryden – che quando i papi parlavano della Sicilia con qualcuno, spesso sono stati sentiti che dicevano: «dove Noi non siamo papa»‘. II re e per lui il vicerè, e, per il vicerè, il Tribunale della Regia Monarchia (qui monarchia significa che da uno solo dipende il temporale e lo spirituale), non soltanto invigilava sulla vita delle chiese siciliane e sui monasteri, ma, quando il papa, quello vero, indirizzava messaggi ai vescovi e agli abati di quaggiù, le sue carte dovevano essere preventivamente approvate dall’autorità di Palermo e vistate con tanto di «exequatur» che vuol dire «si dia corso».

Per il comprensorio e diocesi di Lipari, che solo dal 1610 era stato staccato dal Viceregno di Napoli e annesso a quello di Sicilia, la situazione era piuttosto incerta, anzi fluida se non addirittura ambigua. La Curia Romana voleva a tutti i costi che le isole Eolie, se erano venute a dipendere dal vicerè di Palermo per ragioni puramente amministrative, non per questo dovevan considerarsi soggette al Tribunale della Regia Monarchia in ordine alla disciplina delle cose ecclesiastiche. E i vescovi di Lipari ovviamente furon d’accordo con Roma, e delle opposte pretese di Palermo non vollero saperne.

Era su questo terreno insidioso che affondavano le loro radici tutte le polemiche – poche, in verità, legate a motivi d’una certa rilevanza, parecchie a occasioni assai futili – che insorsero tra i vescovi e le autorità civili e amministrative della Città.
I vescovi, tanto per farne un esempio, tenevano d’occhio il drappo di colore paonazzo scuro che i giurati – come usano fare ancor oggi i membri della Giunta ponevano ad ornamento del loro stallo in Cattedrale: se, nel rinnovarlo, quel panno fosse risultato di una sfumatura appena tendente al rosso vivo, ciò poteva assumere il significato di una indicazione di tendenza, anche se non del tutto esplicita, ad un’indebita equiparazione del potere civile con quello religioso. E il vescovo protestava.

Dal canto loro i rappresentanti dello Stato mal tolleravano che il vescovo di Lipari, a differenza degli altri prelati di Sicilia, dovesse godere di particolari privilegi e immunità. E, se trovavano l’appiglio giusto, scendevano sul sentiero di guerra. Nessuno l’ha sinora messo in luce: alla stessa figuretta di S. Bartolomeo, simbolo dell’autorità ecclesiastica, fu dato lo sfratto dallo stemma civico e il Protettore se ne stette fuori della nicchia per oltre ottant’anni, dal 1850, o giù di li, sino all’aprile del 1934. Ma in tale circostanza – occorre ricordarlo- rilevante incidenza ebbero anche le spinte laiche illuministico-massoniche dell’epoca.

Toccò comunque a Benito Mussolini, a richiesta del Comune, di firmare decreto governativo di riammissione dell’immagine del Santo Apostolo tra i simboli del vessillo della nostra Città.

 

Sarebbe però un grave errore di valutazione storica considerare queste punte d’acredine come manifestazioni d’uno stato di conflittualità permanente. Tutt’altro! Qui a Lipari «odio» e «amore», antagonismi e strette di mano
s’alternavano di continuo non essendo i nostri avi privi di quel tanto di buon senso che, presto o tardi, li persuadeva a ricercare soluzioni d’accomodamento o di finale accordio. Malgrado tutto, insomma, gregge e pastore riconoscevano la necessità e la convenienza di convivere da communi amici.

Non è infatti infrequente riscontrare nelle «carte» di pacificazione formule di tono patetico come la seguente: «precedente trattatu di communi amici, per evitare la lite et dispendij et altri danni et inconvenienti che li lite soleno portare, et per vivere la Città con il suo Prelato et il Prelato con il suo grege in pace cone si conviene […] et per evidente benefitio et utilità della Ecclesia, la quale per occasione di ditta lite have patuto eccessivi danni et dispendij, quanto per bene fitio della Città alla quale, e per le ragioni sudette e per essere di tenue forze per non tenere proprio patrimonio, conviene anco ditto accordio, et per la pace e quieto vivere di tutte ambe essi parte [..], hanno venuto all ‘infrascritto et finale accordio et conveniente transatione etc. »².

In codesto clima di ricorrente tensione, o di destintione come allora si diceva, anche un chiomazzo poteva dar esca ad un dissennato conflitto dagli incon trollabili sviluppi. Il capitan d’armi don Saverio Gravina, forse un po’ bolso e panciuto uno dei tanti capitan Fracassa del nostro Seicento barocco -, era assiduo frequentatore della chiesa dell’Addolorata (o, come spagnolescamente dicevasi, de la Soledad), cosi come usavano frequentarla i notabili liparoti e gli ufficiali delle forze armate di stanza nell’isola.

Or avvenne che al pover’uomo era forse venuta un po’ d’artrosi agli arti inferiori, per cui si fece confezionare un bel cuscino- credibilmente di velluto e impreziosito di merletti e di trine – da apporre al suo inginocchiatoio cosichè egli, anche in posizione di orante, nulla perdesse della sua compostezza e della sua marziale prestanza.
Ma il vescovo Arata (1663-1690) non tollerò l’abuso, convinto com’era che il chiomazzo in chiesa spettasse soltanto a lui e a nessun altro.
Qual esito definitivo abbia avuto il caso non siamo ancora riusciti ad appurarlo, ma come c’entrasse il Capo scuadra Pietro Schiacchitano e perché proprio sulla sua coscienza quel chiomazzo gravasse cosi pesantemente ci informerà ora lui stesso:

Die sesto mensis Julij 1680

Essendo che in tempo dell IIl. mo Don Sciaverio Gravina olin Governadore et Capitan d’Armi di questa nobile et fidelissima Città di Lipari vi era una gran destintione tra esso di Gravina et l’ll.mo Mons. re Don Francisco Arata Vescovo di Lipari per causa che si pretendeva da parte del sudetto di Gravina Cap.n d’Armi havere nelli funtioni publici et privati il chiomazzo per inginocchiarsi, il che sempre gle li fuvi denegato dal sudetto lll.mo Mons.re asserendoli non toccarci in nessuna de’ sudetti funtione nè anche nella Chiesa della Pietà nominata sub titulo de Solidad per esser quella sogetta al sudetto Ill. mo Mons.re ne haver giurisdittione alcuna i Governadori per non esser Reggia, per lo che da parte del sudetto di Gravina ni diede all’hora notitia all’Ecc. mo Signor pdi Villafranca ViceRè in questo Regno di Sicilia asserendosi che li Governadori passati che sono stati in questa Città usavano per uso loro proprio nella Chiesa della Pietà sub titulo de Solidad il chiomazzo. Et per corroboratione di tutto ciò pretese pigliar alcuni testimonij ad informationem Curiae provando come di sopra si have asserito.

Tra l’altre mi rechiese a me infrascritto Pietro Schiacchitano, all’hora Capo scuadra et soldato dello Presidio di questa Città di Lipari, che deponesse che alcuni Capitani del Presidio sudetto usavano il chiomazzo nella sudetta Capella. Et perchè era io infrascritto Pietro subdito et sopratutto Capo Scuadra, non denegai di ciò fare.

Et però esso Signor Don Schiaverio chiamò a Gioseppe Bonica Mastro Notario et fece reccevere sudetta testimonianza certificando che alcuni Capitani usavano nella Cappella della Pietà il chiomazzo et, secondo, mi recordo io Petro Schiacchitano che tra l’altre testimonij vi era il Sargente maggiore Cristofaro Vivanco.

Et cossi tanto et io come il sudetto di Vivanco fecimo sudetta attestatione a petitione del sudetto Don Schiaverio, et fuvi quella firmata tanto di me come del sudetto Cristofaro Vivanco deponendo con giuramento che alcuni Capitani
usavano per loro commodo, nelli funtioni della Cappella della Pietà seu Solidad, il chiomazzo sotto il ginocchio. Quale dopo fuvifirmata con dire: «lo Pietro Schiacchitano dello quondam Francisco ho deposto e confirmo come sopra».

Et perchè più volte mi ni ho confessato di simile attestatione non vera, ma fatta a compiacenza del sudetto Capitanio et per dubio di non strapazzarmi et sopratutto di levarmi di Capo scuadra, mi fuvi imposto di far il presente et publico manifesto da presentarsi al Rev.mo Signor Don Gioseppe Russo Vicario Generale dell’Il. mo Mons.re Don Francisco Arata, come dechiaro in virtù del presente non esser vero che i Capitani usavano nella Cappella ne ad altra Chiesa il chiomazzo sotto il ginocchio per non esserci mai stato tale usanza. Et, benché
apparisse la sudetta testimonianza da me fatta et firmata col mio nome et cognome, quella non è vera, ma fuvifatta a compiacenza del sudetto Ill.mo di Gravina all’hora mio Superiore et Capitan d’Armi.

Sichè voglio et dechiaro per questo publico manifesto che la predetta attestatione non deve haver fede nessuna tam in Judicio quam extra per esser fatta ex vi et metu et sopratutto contraria dello fatto della verità per non esserci stato mai tale usanza di chiomazzo concessoli o servitosene li Governadori che sono stati in questa Città.
Et questo lo dechiara, dice et lo manifesta per discarico della sua conscienza et per esserci ciò imposto dal suo Confessore.

lo Petro Schiacchitano del quondam Francisco ho fatto il presente manifesto.

Si accusava di «falsa testimonianza» lo Sciacchitano, il quale da sè s’era reso conto d’aver contravvenuto all’ottavo comandamento. E tutto a causa di un vile, vilissimo chiomazzo.
Ci vien quasi di pensare che anche le vie del peccato sono infinite. Cosi egli accettò la penitenza impostagli dal confessore anche se piuttosto dura e mortificante.

Manifesto sottoscritto, dunque, discarico della coscienza eseguito in perfetta regola, lui assolto. E non vogliamo assolverlo anche noi con formula piena e con tutte le attenunati del caso? V’immaginate se lo Sciacchitano avesse opposto un rifiuto alla richiesta di don Saverio Gravina? Ma quello l’avrebbe seriamente strapazzato
e su due piedi levato di Capo scuadra ! E lui, il nostro Sciacchitano, probabilmente padre di famiglia con moglie e figli a carico, si sarebbe resa la vita difficile almeno fintanto chè il Gravina avesse continuato a ricoprire la carica di capitan d’armi, che equivaleva a capo delle forze armate e di commissario di polizia.
Nè avrebbe trovato un magistrato disposto a rendergli giustizia, nè uno straccetto di sindacato in grado di sostenerlo.
Altre considerazioni – e se ne potrebbero fare a iosa – le lasciamo all’arbitrio e alla matura sensibilità dei Lettori.

Ci preme però raccomandarvi: se, puta caso, un caro amico vi venisse a dire che un chiomazzo o una manciata di legumi o il naso di Cleopatra o qualsivoglia altra quisquilia hanno in una certa misura inciso sul corso della storia, siate prudenti. Voi non dovete rispondere nè si nè no. Chiedete l’esibizione di una comprovata documentaria. E fatelo con garbo. Che non vi salti in mente di mandarlo al diavolo e di sbottare con tono spazientito: «ma che chiomazzo mi viene a impastocchiare questo qui !?».
Il caro amico ne rimarrebbe offeso e in quanto al documento- magari rivelatore e assolutamente inedito come nel caso nostro – dovrete per sempre rinunciare al piacere di leggerlo.

GdL

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