Riceviamo da Giuseppe Biancheri e pubblichiamo
Da mesi a Lipari si legge e si sente ripetere ovunque la stessa parola: unità. Concordia, front comune, voltare pagina. La scrivono e la dicono in tanti: chi fa politica da una vita, chi ha già avuto responsabilità di governo, chi si presenta come volto nuovo. Sono tutti d’accordo, e proprio per questo qualcosa non torna.
Se tutti vogliono la stessa cosa, perché non accade? Perché agli appelli pubblici alla partecipazione seguono riunioni ristrette, dove si decide chi c’è e chi resta fuori? Perché nessuno si schiera, e tutti aspettano che sia un altro a muoversi per primo?
Unità di chi? Di cosa? Un Comune ampio e variegato come il nostro, con sei isole e innumerevoli frazioni, esprime fisiologicamente almeno tre-quattro correnti di pensiero. Non è il male: è democrazia, è libertà di pensiero. Chi invoca l’unione di tutti, solo contro chi amministra oggi, cerca davvero un progetto o cerca un nemico comune dietro la quale nascondersi? Chiedere a chi ha idee diverse di stare insieme solo per raggiungere uno scopo è retorica, e dura fino al giorno dopo il voto.
Argomento sul quale riflettere, semmai, è il contrario: che chi ha la stessa visione, la stessa mentalità, lo stesso percorso alle spalle, oggi si divida. Per questioni personali? Per vecchie scaramucce? Per indicazioni che arrivano da altri? Per paura di perdere ruoli e posizioni?
Chi ha provato e prova tutt’oggi a creare ponti, per alcuni, è il primo dei “problemi”. E chi si ritrova sempre più spesso in incontri a discutere di idee e di progetti, dicendo di non avere un candidato: siamo sicuri che un candidato non sia già seduto a quello stesso tavolo? Quando una figura giovane e nuova era a portata di mano, perché non è stata presa in considerazione? Si sta costruendo un progetto per il paese, o si prova ad acquisire un peso da portare in dote al tavolo di qualcun altro? E chi dice di non avere preclusioni, siamo sicuri non abbia già pronti i paletti sui nomi che non gradisce?
E se questa continua richiesta di unione fosse diventata un alibi? Un modo elegante per non dire l’unica cosa che conta, cioè che nessuno, oggi, è disposto a fare davvero un passo di lato perché nasca qualcosa di positivamente diverso. Personalmente in questi anni, ho avuto l’opportunità di dialogare con molte persone. Tutti entusiasti
all’idea di una candidatura nuova, giovane, libera dalle vecchie appartenenze. E quelle figure esistono eccome, e non poche, chi dice il contrario mente. Al momento di scegliere però quell’entusiasmo si è fermato. Non per cattiva volontà, credo: per prudenza, per equilibri da rispettare, forse perché i tempi non erano maturi. Ma quanto può aspettare un paese che i tempi maturino da soli? Lo dico senza rancore, da persona che la propria disponibilità non l’ha mai fatta mancare e non la ritira certo oggi.
Intanto il paese non aspetta. Il Comune ha avviato la procedura di riequilibrio finanziario, il costo dei trasporti cresce, le bollette ancor di più. E ogni anno tanti ragazzi fanno la valigia, perché restare sulle isole sembra un lusso e non una scelta possibile. Se in questa tornata non ci saranno le condizioni per un candidato davvero “nuovo”, non buttiamo via altri cinque anni.
E intendiamoci su quella parola. Basta non essere mai stati candidati a sindaco per essere “nuovi”? Si è “nuovi” con una lunga storia nelle istituzioni alle spalle? E lo si resta lo stesso, anche quando attorno siedono tutti ex politici e figure che hanno influito nel bene e nel male sulla storia politica di questo paese da venti – trenta anni a questa parte?
L’esperienza non è il problema, se viene messa a disposizione. Chi conosce la macchina comunale, i conti e i dossier deve essere una risorsa fondamentale, a una condizione: che scelga di circondarsi di persone nuove, figure che abbiano fame di futuro, slegate da vecchie logiche, sciolte da vecchi nodi, e accetti di far crescere chi verrà dopo di lui.
La porta non va chiusa a chi la politica l’ha fatta e la fa ancora, impegnandosi per il bene del nostro paese. Nessuno deve sparire. Forse il passo da chiedere non è indietro, ma di lato: accanto alle figure nuove, a loro sostegno, per aiutarle a crescere. Per chi non ha interessi né ambizioni personali, non sarebbe questo il gesto più alto di altruismo e di amore per il paese?
Perché il punto non è soltanto chi guida. È soprattutto chi gli starà attorno al momento di rimboccarsi le maniche e lavorare: con quale storia, con quali legami, con quali prospettive. Una squadra di giovani che lavorano, fanno impresa e crescono qui i propri figli, che si fa le ossa oggi, è la classe dirigente che domani potrà presentarsi al paese senza chiedere il permesso a nessuno.
Chi ha esperienza è disposto ad aprire quella porta? E noi, che chiediamo spazio, siamo disposti ad entrarci?
Alla fine, ciascuno farà la sua scelta, ed è giusto che sia così. Nessuna sarà giusta o sbagliata in partenza, se chi la compie è convinto di fare il bene del paese. A decidere sarà il voto: questa è la democrazia, questa è la libertà di scelta. E i giochi non sono ancora chiusi. Chi può escludere che da qui al voto prenda forma un’ulteriore proposta diversa, capace di parlare a chi oggi non si riconosce in nessuna di quelle apparentemente già in campo?
È divisione? È egoismo? È non avere a cuore il paese, il rifiuto di seguire chi politicamente non ci piace e di unirsi per forza contro qualcuno? Io credo sia libertà. Non ce ne rendiamo conto, ma se guardiamo fuori dal nostro piccolo orticello siamo fortunati ad averne ancora.








