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Santina Cosetta a Lipari con Marianna: «Sarà come riportarla a casa»

GdL by GdL
10 Agosto 2026
in Cultura Lipari
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Santina Cosetta a Lipari con Marianna: «Sarà come riportarla a casa»

Martedì 11 agosto, alle ore 19, nei giardini del Centro Studi Eoliano di Lipari, la presentazione di Soltanto il giorno, romanzo d’esordio di Santina Cosetta. L’incontro è organizzato dal Soroptimist International Club Lipari-Isole. Dialogherà con l’autrice la presidente Tiziana De Luca, con un intervento speciale dell’antropologa e cittadina onoraria di Lipari Macrina Marilena Maffei

 

di Alessio Cioni

Lipari si prepara ad accogliere una storia nata in Sicilia più di un secolo fa, una storia familiare che ha attraversato generazioni prima di trovare nella scrittura la possibilità di tornare a parlare. È quella di Marianna Cosetta, nata ad Avola nel 1885, e diventata, più di un secolo dopo, la protagonista di Soltanto il giorno, il romanzo d’esordio di Santina Cosetta, pubblicato da Giunti Editore. Una vicenda privata che la scrittrice ha trasformato in un racconto sulla libertà, sulla dignità e sul diritto di ogni persona a scegliere il proprio destino.

 

L’appuntamento è per martedì 11 agosto alle ore 19, nei giardini del Centro Studi Eoliano di Lipari, in un incontro organizzato dal Soroptimist International Club Lipari-Isole. A dialogare con Santina Cosetta sarà la presidente del club, Tiziana De Luca, mentre è previsto un intervento speciale di Macrina Marilena Maffei, antropologa e cittadina onoraria di Lipari, figura particolarmente legata allo studio della cultura e delle tradizioni delle comunità insulari.  Sarà un incontro nel quale la letteratura incontrerà la storia familiare, la cultura mediterranea e le domande del presente. Ed è proprio questo intreccio a rendere significativo l’arrivo di Soltanto il giorno alle Isole Eolie, terre che da millenni conoscono il significato delle partenze, dei ritorni e dell’incontro fra persone e culture diverse.

 

In questa intervista esclusiva per Il Giornale di Lipari, Santina Cosetta racconta il romanzo, ma anche la donna che lo ha scritto: la formazione attraverso l’archeologia e il restauro, gli anni nella scuola, il rapporto mai interrotto con la Sicilia, la vita in Liguria, il Sud, le nuove generazioni, la libertà femminile e il ruolo della cultura. Ne emerge un pensiero che parte da Marianna ma non si ferma al passato. Perché quella donna nata ad Avola nel 1885 continua, ancora oggi, a porre domande sulle nostre vite.

 

«Credo di essere il risultato di vite molto diverse», racconta Santina. «L’archeologia mi ha insegnato a cercare ciò che resta, il restauro a prendermene cura, la scuola a guardare le persone prima dei loro risultati». Tre esperienze apparentemente lontane, che nella sua storia finiscono invece per incontrarsi. Cercare ciò che rimane, custodirlo e imparare a guardare gli altri prima ancora di giudicarli.

 

Poi ci sono i luoghi. La Sicilia, da cui proviene, e la Liguria, che l’ha adottata. Due terre differenti, ma entrambe capaci di insegnarle «il valore delle radici e quello della distanza». E soprattutto ci sono gli incontri, compresi quelli difficili, quelli che non si dimenticano proprio perché costringono a cambiare prospettiva.

 

«Ho imparato che ogni persona possiede una storia invisibile e che, prima di giudicarla, bisognerebbe avere la pazienza di capirla».

 

È forse anche da qui che nasce il suo modo di raccontare Marianna: non dalla volontà di costruire un personaggio esemplare, ma dal desiderio di restituire dignità a una persona reale, con le sue contraddizioni, le sue scelte e il suo bisogno di essere ascoltata.

 

La vita di Santina si è divisa tra due terre. Vive in Liguria da sedici anni, dove insegna Lettere, ma la distanza non ha cancellato l’appartenenza. «La testa è rimasta al Sud: non ho cambiato il modo di parlare, di pensare, di gesticolare, nemmeno l’accento». Persino davanti agli studenti, racconta sorridendo, può scappare qualche battuta in dialetto. Quando qualcuno si stupisce del fatto che dopo tanti anni si senta ancora la sua origine siciliana, risponde con una domanda: «Se vi trasferiste in Sicilia, dopo sedici anni parlereste siciliano?».

 

È un legame che non ha nulla di retorico. Amare la propria terra, per Santina, significa anche avere il coraggio di criticarla. «Amare una terra non significa assolverla». Significa, al contrario, avere «il diritto e il dovere di arrabbiarsi» quando viene amministrata male, quando la politica mortifica possibilità enormi e quando troppi giovani sono ancora costretti a cercare altrove ciò che la propria terra dovrebbe poter offrire.

 

«La Sicilia è stata danneggiata da chi avrebbe dovuto proteggerla», afferma. E proprio qui il discorso si sposta sulle nuove generazioni, che rappresentano per lei la parte più incoraggiante del futuro. Non le considera più fragili degli adulti che le hanno precedute. «Credo siano più disincantati». Hanno imparato a riconoscere più rapidamente alcune delle contraddizioni che gli adulti hanno spesso accettato come inevitabili.

 

«Abbiamo lasciato loro precarietà, crisi ambientali, guerre, disuguaglianze e abbiamo progressivamente indebolito persino gli strumenti collettivi del dissenso».

 

Per questo Santina li definisce con un’immagine destinata a restare: «Io li considero dei giganti dormienti». E spera che un giorno possano svegliarsi non per adattarsi meglio al mondo ricevuto in eredità, ma per contestarlo, riprendersi «futuro, possibilità e diritto di immaginarne uno diverso».

 

Anche il Sud che Santina vorrebbe consegnare ai giovani è molto diverso da quello degli stereotipi. Non soltanto la terra delle partenze, del lavoro che manca e dello spopolamento, ma un territorio con una storia molto più antica e complessa.

 

«Io vedo un Sud molto più antico degli stereotipi con cui continuiamo a raccontarlo». Vede la terra attraversata dai Fenici, dai Greci, dagli Arabi, dai Normanni, fino alla corte di Federico II di Svevia. Un luogo nel quale, per secoli, culture differenti si sono incontrate e contaminate. È un Sud elegante, colto, capace di accogliere, nel quale resistono ancora valori e forme di comunità che altrove sono state sacrificate in nome della velocità e del consumo.

 

«Vorrei consegnare alle nuove generazioni la consapevolezza di provenire non da una periferia, ma da uno dei centri della storia mediterranea».

 

Anche Soltanto il giorno nasce da questo sguardo. Nella Sicilia del romanzo non ci sono la cartolina, «la coppola del Padrino o l’ennesima disputa tra arancino e arancina». C’è invece una società complessa, con le sue ingiustizie ma anche con una cultura profonda.

 

«Forse dovremmo smettere di raccontare il Sud soltanto attraverso ciò che gli manca e ricominciare a raccontare all’Italia ciò che il Sud possiede».

 

E prima ancora di chiedere ai ragazzi di restare, suggerisce Santina, bisogna restituire loro «l’orgoglio di sapere da dove provengono». È un pensiero che porta direttamente alla storia di Marianna, vissuta in una Sicilia di oltre un secolo fa, quando il destino di una donna veniva spesso deciso prima ancora che lei potesse scegliere. Molte cose sono cambiate, ma secondo Cosetta sarebbe un errore pensare che ogni conquista sia definitiva.

 

«Abbiamo commesso l’errore di pensare che ogni conquista fosse definitiva. Non lo è».

 

Oggi esistono diritti e strumenti che Marianna non avrebbe potuto neppure immaginare, ma continuano a sopravvivere forme di controllo più sottili: la dipendenza economica, il giudizio sul corpo, quello sulle scelte personali, il bisogno di essere approvate.

 

«Marianna è contemporanea perché non proclama la propria libertà, la esercita».

 

Ed è forse questa una delle idee più profonde del romanzo: i diritti conquistati non si ricevono una volta per tutte. «Ogni generazione deve riconoscerli, difenderli e impedire che qualcuno torni a presentarceli come un favore».

 

La libertà femminile, però, non riguarda soltanto l’indipendenza economica e sociale. Per Santina esiste una conquista più intima, ancora incompiuta: l’indipendenza emotiva.

 

«Dobbiamo ancora imparare fino in fondo a non misurare il nostro valore attraverso lo sguardo, l’approvazione o l’amore degli altri». Essere libere significa anche poter scegliere qualcuno senza averne bisogno per sentirsi complete.

 

Marianna, in fondo, conquista soprattutto questo: «la possibilità di amare senza consegnare a nessuno il potere di definirla».

 

La memoria, allora, non è una stanza nella quale rinchiudere il passato. È uno strumento per leggere il presente. «La memoria non serve a rimpiangere il passato, ma a riconoscere ciò che rischia di ripetersi». Una società senza memoria, osserva Cosetta, è più facilmente convinta che ogni ingiustizia sia nuova e inevitabile. Conoscere le proprie radici significa invece sapere da dove veniamo per poter scegliere con maggiore libertà dove andare e, soprattutto, cosa vogliamo diventare. È proprio quello che accade nel romanzo. Santina parte da una donna dimenticata dalla propria famiglia e scopre progressivamente che le domande della sua vita appartengono a molti.

 

«Io sono partita da una donna dimenticata dalla mia famiglia e ho scoperto che le domande della sua vita appartenevano a molti».

 

In questo passaggio la vicenda privata diventa letteratura. E la letteratura, a sua volta, torna a essere uno strumento per interrogare la realtà. Da insegnante, Santina guarda con particolare attenzione anche al rapporto tra i giovani e la cultura. In un’epoca dominata dalla velocità, dai social e da contenuti consumati in pochi secondi, la lettura può diventare una forma di resistenza.

 

«Viviamo immersi in contenuti che consumiamo in pochi secondi; la letteratura ci obbliga invece a fermarci, a entrare nella vita di qualcun altro e a restarci».

 

Per questo «in un tempo che ci vuole veloci, fermarsi su una pagina è quasi un atto di coraggio».

 

E a un ragazzo convinto che leggere non serva a costruire il proprio futuro, Santina risponderebbe che «leggere non gli garantirà un futuro migliore, ma gli impedirà più facilmente di farselo scegliere dagli altri».

 

La cultura, infatti, non serve soltanto ad accumulare conoscenze. Serve a riconoscere chi prova a raccontarci il mondo nel proprio interesse. E qui torna anche una frase ironica e folgorante affidata nel romanzo alla voce di Lisetta: «O imparo, o mi fottono».

 

La riflessione non può che allargarsi ai luoghi nei quali la cultura dovrebbe nascere e crescere: scuole, biblioteche, librerie, teatri, associazioni. Per Santina non si tratta più soltanto di una questione meridionale. «È un problema italiano». Quando si riducono risorse, personale e spazi destinati alla scuola e alla cultura, il danno non si vede immediatamente: emerge «tra vent’anni».

 

«La cultura non è un lusso da finanziare quando avanza qualcosa: è un’infrastruttura democratica».

 

Considerarla una semplice spesa, anziché un investimento, significa quindi assumere una responsabilità sul futuro. Un futuro che riguarda anche il rapporto fra i territori e le persone che li abitano. Ed è qui che il tema delle partenze torna naturalmente al centro del discorso. Il Sud è anche una terra dalla quale generazioni di giovani sono state costrette ad andare via per studiare, lavorare, costruirsi una vita.

 

Ma partire, per Santina, non è necessariamente una sconfitta.

 

«Partire non è una sconfitta: può essere una scelta meravigliosa. La sconfitta è non poter scegliere se restare».

 

Vorrebbe un Sud dal quale i ragazzi possano partire «per curiosità e non per necessità» e nel quale possano tornare senza dover rinunciare al proprio futuro. La libertà, ancora una volta, coincide con la possibilità di scegliere. È forse proprio per questo che l’arrivo di Soltanto il giorno a Lipari assume un significato particolare. Alla domanda su cosa significhi portare Marianna alle Isole Eolie, Santina risponde inizialmente con ironia: «Innanzitutto, spero una breve vacanza!».

 

Poi il tono cambia.

 

«Mi emoziona portare Marianna su un’isola, perché le isole sono luoghi in cui partenze e ritorni hanno sempre avuto un peso particolare».

 

E Lipari, con la sua storia millenaria, sembra offrire alla vicenda di Marianna una nuova possibilità di ascolto.

 

«Le persone riconosceranno certe parole, certi silenzi e forse persino certi odori».

 

Poi arriva la frase che racchiude il senso più profondo dell’appuntamento dell’11 agosto:

 

«Sarà un po’ come riportare Marianna a casa».

 

Una donna nata ad Avola nel 1885 torna così idealmente nella propria terra dopo più di un secolo. Non attraverso un documento d’archivio, ma attraverso la voce della sua bisnipote. Una storia familiare diventa letteratura, la letteratura diventa incontro e l’incontro trova nelle Eolie uno dei luoghi più naturali per parlare di identità, partenze, ritorni e contaminazioni. Perché anche la storia di Lipari insegna che un’identità può essere fortissima senza diventare una barriera.

 

«Un’identità davvero forte non ha paura dell’incontro». Le culture, spiega Santina, «non si conservano mettendole sotto vetro. Vivono proprio perché cambiano, assorbono e contaminano».

 

È la storia stessa del Mediterraneo, e forse anche quella delle Eolie. Difendere le proprie radici non significa costruire muri, ma sapere abbastanza bene chi siamo da non avere paura di chi arriva. In questo senso Lipari diventa quasi il naturale approdo della storia di Marianna: un’isola che conosce la distanza ma anche l’apertura, il bisogno di custodire una propria identità e, contemporaneamente, la necessità di confrontarsi continuamente con il mondo.

 

Alla fine, però, Marianna lascia spazio al futuro.

 

Santina vorrebbe un Paese nel quale «nascere donna, giovane o al Sud non significhi partire con qualche possibilità in meno», un Paese nel quale il luogo, il genere e la famiglia in cui veniamo al mondo siano «un punto di partenza, non una sentenza».

 

E soprattutto vorrebbe che nessuno fosse costretto a diventare straordinario per ottenere una vita semplicemente dignitosa.

 

Marianna, il suo giorno, ha dovuto conquistarselo.

 

«Mi piacerebbe che chi viene dopo di lei potesse trovarlo già lì, ad aspettarlo».

 

Forse è proprio questo il significato più profondo dell’appuntamento dell’11 agosto, nei giardini del Centro Studi Eoliano di Lipari: una donna del passato che torna a parlare attraverso una scrittrice del presente, accompagnata dal dialogo con Tiziana De Luca e dalla voce di Macrina Marilena Maffei, in un luogo nel quale la cultura delle Eolie continua a interrogarsi sulle proprie radici e sul proprio futuro.

 

Marianna torna a casa dopo più di un secolo. Ma insieme a lei arriva anche una domanda che riguarda noi: quanto del futuro che immaginiamo dipende dalla libertà di scegliere, dalla capacità di ricordare e dal coraggio di non accettare come inevitabile ciò che inevitabile non è? Forse il senso ultimo di Soltanto il giorno sta proprio qui. Il tempo può portarsi via quasi tutto: persone, luoghi, voci, perfino le tracce di una vita. Ma non può cancellare una storia quando qualcuno trova ancora il coraggio di ascoltarla.

 

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