di Elio Ruberto
Piero Calogero, di Pace del Mela, scomparso lo scorso 6 aprile, è stato uno dei magistrati più rigorosi e silenziosamente decisivi della nostra Repubblica. Ha attraversato gli anni del terrorismo con una fermezza mai disgiunta dal rispetto delle regole e della dignità umana. Per molti è un nome legato a processi complessi; per me, che gli sono stato accanto per quarantasei anni, è stato soprattutto un uomo libero, integro, capace di tenere la giustizia lontana da ogni clamore e da ogni paura.
Ci sono persone che attraversano la nostra vita lasciando un segno che non si cancella. Per me, Piero Calogero è stato questo: un compagno di strada, un maestro, un fratello. Lo voglio ricordare da Lipari, la mia terra dove lui tanti anni fa veniva a giocare con la squadra della sua Pace del Mela , perché è qui che sento più forte il bisogno di restituire verità e gratitudine a un uomo che ha servito lo Stato con una limpidezza rara.
Ho camminato accanto a lui per quarantasei anni. Non è un numero: è una vita intera. Lo incontrai nel 1980, in una stanza della Digos di Padova piena di carte e di fumo, mentre cercavo di capire se, da giovane magistrato, avessi davvero qualcosa da dare in quella stagione durissima per il Paese. Gli chiesi se valesse la pena trasferirmi a Padova. Mi rispose di sì, con una convinzione che mi spiazzò e mi mise addosso un peso nuovo: quello della responsabilità. Aveva ragione. E da quel giorno non ci siamo più lasciati.

Con Piero ho condiviso processi difficili, indagini che hanno segnato la storia repubblicana, ma soprattutto un’idea comune di giustizia. Non una giustizia gridata, non quella delle piazze o delle tifoserie politiche. Una giustizia seria, rigorosa, umana.
Perché Piero era così: un uomo che non ha mai piegato la schiena né alla paura né alla convenienza. Un uomo che ha vissuto la magistratura come un servizio, non come un potere. Un uomo che ha sempre difeso tre valori, senza mai tradirli: onestà intellettuale, rispetto assoluto delle regole processuali, tutela della dignità umana.
Oggi qualcuno continua a ripetere che fosse guidato da un’ideologia. È falso. Lo dico con la forza di chi lo ha conosciuto davvero: Piero non è mai stato schiavo di nessuna appartenenza politica. Era un democratico autentico, sensibile verso i più deboli, ma libero. Libero nel pensiero, libero nel giudizio, libero nel coraggio.
Il famoso “teorema Calogero”, scritto con la K sui muri, è stato per anni il simbolo di una narrazione distorta. Ma la verità è un’altra: le sue indagini non nascevano da pregiudizi, ma da un metodo investigativo rigoroso, fondato sui documenti, sui fatti, sulle connessioni reali tra Autonomia Operaia e le Brigate Rosse. E quella verità è stata confermata da sentenze definitive, pronunciate da giudici diversi per cultura e sensibilità. Non da un teorema, ma dalla giustizia.
Vorrei raccontare un episodio che, più di ogni altro, restituisce la sua essenza. Gennaio 1982. Piero mi porta con sé alla Guizza, nel covo dove era stato tenuto prigioniero il generale Dozier. Lì era stato arrestato Antonio Savasta, capo colonna delle BR venete. Appena lo vide, Piero capì che quell’uomo era stato torturato. Io, giovane e pieno di rabbia verso chi aveva ucciso innocenti, non riuscivo a provare compassione. Lui sì. Mi disse una frase che non ho dimenticato più: “L’interrogatorio del PM va condotto ad armi pari. Mai contro un uomo umiliato nella sua umanità.”
Gli portò dei vestiti puliti da casa sua. Gli garantì un difensore. E solo allora iniziò l’interrogatorio. Da quella scelta nacque un processo difficile, doloroso, che portò alla condanna degli agenti responsabili delle torture. Era il momento in cui tutti applaudivano quei reparti. Piero no. Piero scelse la legge. Sempre.
Ecco perché oggi, mentre lo ricordo da Lipari, sento il dovere di dire che la sua figura non può essere consegnata alle semplificazioni o alle caricature. Piero Calogero è stato un magistrato che ha difeso lo Stato senza mai tradire lo Stato di diritto. Un uomo che ha combattuto il terrorismo senza mai perdere la bussola morale. Un uomo che ha saputo essere forte senza essere crudele, determinato senza essere cieco, rigoroso senza essere disumano.
Io so che ciò che dico è vero. E so che non è l’amicizia a farmelo dire: è la memoria. La memoria di un uomo libero, come pochi ne ho incontrati nella mia vita.









