Su Fb l’interessante disamina sulla pesca della biologa Monica Blasi , fondatrice dell’associazione Filicudi Wildlife Conservation”.
” Vi sembrerà strano – scrive- ma per molti versi sono d’accordo con i pescatori Eoliani. Se a livello politico si consente di operare con il mestiere della pesca è anche necessario creare le condizioni per poterci campare dignitosamente. Dopo anni di lavoro sul campo penso fermamente che sia necessario scendere dal quel piedistallo da cui provengono le leggi sulla pesca e sporcarsi un po’ più le mani (di pesce) per comprendere quanto questo mestiere sia diventato duro e faticoso al giorno d’oggi.
Dall’attuazione dei piani di gestione locali, d’epoca giurassica, che non consentono le opportune modifiche per la gestione della pesca artigianale in funzione dei dati raccolti negli ultimi anni su stock ittici e sulle emergenze climatiche, come quella dell’invasione del vermocane, che sta rendendo la pesca con il tramaglio impraticabile. Dall’estrema difficoltà nel demolire le imbarcazioni da pesca per la riconversione dei mestieri a quelli legati al turismo. Le normative prevedono la demolizione prioritaria delle imbarcazioni più vecchie e con un certo numero di ore di lavoro, allo scopo di ridurre la pesca più dannosa, come quella con la paranza. Questo non è sbagliato; ma così si favorisce un’area di pesca rispetto ad un’altra, considerando che questo tipo di pesca non è praticato dai pescatori Eoliani. I prezzi delle licenze sono ridotti ai minimi termini; nessuno vuole svendere la barca con cui ha lavorato una vita, per poi fare cosa, visto che non gli si consente di investire nel turismo o in altra attività. E comunque nessuno vuole comprare una vecchia imbarcazione per iniziare una attività che non è più redditizia.
Pensate che non si può riconvertire un imbarcazione da pesca ad altra attività, non si può aumentare la potenza del motore né fare modifiche per renderla più performante. Inoltre la licenza va sulla barca e non può essere venduta a parte. Molti pescatori vorrebbero cambiare mestiere alle Eolie e i loro figli lavorare con il turismo ma gli ostacoli sono talmente insormontabili che invece continuano tutti i giorni a calare le reti con grande fatica.
La normativa rende lecita la pesca turismo ma il numero di persone a bordo consentite va di pari passo con le dimensioni della barca e alle Eolie la gran parte delle imbarcazioni da pesca sono sotto i 10 metri per cui il gioco non vale la candela. I sussidi ai pescatori sono bloccati e il fermo pesca non retribuito, favorendo le illegalità, tra l’altro sanzionate non adeguatamente.
È pur vero che molte di queste normative sono il risultato delle tante illegalità condotte negli ultimi 50 anni, alle Eolie spesso da pescatori provenienti da altre aree. I tentativi politici di compromesso hanno fallito, da quel lontano 1999 in cui la Comunità Europea bandì la rete spadara, ma che la normativa nazionale ha consentito di usare con vari escamotage, recependo la direttiva con decreti fallimentari, che ora contribuiscono a questa confusione e incertezza. L’abolizione NECESSARIA ma non regolamentata della spadara, e poi, a seguire, della ferrettara, reti derivanti con un elevato tasso di bycatch di specie non-target, hanno sicuramente contribuito a concentrare le attività di pesca sotto costa, aumentando lo sforzo di pesca intorno alle isole, come l’uso di richiami luminosi per le totanare, e dunque al degrado che vediamo oggi. Molti pescatori che andavano con le reti a pesce spada ora usano i palangari che, se calati in superficie, sono molto nocivi per le tartarughe marine.
D’altro canto, da studiosa del mare, sono perplessa che in gran parte dei comunicati stampa in cui si riportano le recenti proteste dei pescatori si faccia sempre e solo riferimento a questi due fattori: la presunta INVASIONE di delfini alle Eolie e l’unica soluzione possibile: il ripristino della ferrettara entro le 12 miglia.
La reintroduzione della ferrettara sarebbe in totale contrapposizione con tutti i risultati di anni di lavoro di raccolte dati che hanno messo in evidenza come questo tipo di pesca non sia selettivo e sia estremamente dannoso per molte specie di vertebrati marini, portando a convenzioni internazionali, direttive comunitarie e leggi nazionali che ne aboliscono completamente l’uso a livello mondiale, a parte in alcune aree residue. La reintroduzione della ferrettara sarebbe dunque un percorso unico nel Mediterraneo e in completa contrapposizione con le politiche globali in termini di sostenibilità della pesca.
La verità è che gli stock ittici alle Eolie sono ridotti ai minimi termini, e questo non è altro che il risultato di politiche fallimentari, limitati controlli delle illegalità e della completa assenza di vincoli di tutela che proteggano gli stock ittici. Mi chiedo, perché in nessuna delle campagne politiche degli ultimi 20 anni, da quando vivo alle Eolie, si è mai portata avanti una progettazione del territorio che preveda la “riqualificazione” del mare come l’unica vera soluzione a questo problema? Mettiamoci in testa che l’istituzione di un’area marina protetta alle Eolie è oramai l’unica via possibile e praticabile per ripopolare un mare DISTRUTTO e DEGRADATO. Questo percorso spaventa, non solo il settore pesca ma anche quello turistico, che vede in essa solo limiti e restrizioni. In realtà, in un’ottica di programmazione del turismo a lungo termine, e non del “mordi e fuggi” e del “tampona” emergenze, come si presenta nella sua gestione degli ultimi anni, un’area marina protetta sarebbe una grande opportunità per tutti, specialmente per il settore turistico. La gente non viene alle Eolie per guardare i suoi fondali e mangiare pesce?
Mi chiedo per quanto ancora possiamo andare avanti così? Se i delfini depredano gli attrezzi è perché sono AFFAMATI, più dei pescatori. Chiediamoci come può una specie animale che si nutre esclusivamente di pesce aumentare numericamente se il pesce è praticamente sparito? E poi, per dire che una popolazione animale è in aumento bisogna averla contata nel passato, per confrontare il suo valore numerico con quello attuale, ma nessuno, a parte noi, è in grado di fornire questi numeri con un certo rigore scientifico.
La verità è che l’aumento di delfini che i pescatori avvertono non è altro che un aumento delle attività di depredazione. Sono un numero residuo di animali che si sono adattati alle condizioni di carenza alimentare interagendo costantemente con gli attrezzi. Una volta i delfini trovavano fonte di cibo indipendentemente dall’uomo cacciando con strategie di alimentazione complesse su banchi di sardine, acciughe, ricciole, occhiate, in ambiente di acque aperte, e sul fondale marino pesci e cefalopodi che oramai sono sempre più rari. Ogni tanto depredavano ma la rete era piena di pesce e il danno economico era irrisorio. Negli anni hanno cambiato il loro comportamento, adattandosi alle poche risorse rimaste, oramai concentrate nelle reti o attratte dai richiami delle totanare, per colpa di noi umani che non sappiamo raccogliere pensando al domani e all’equilibrio degli ecosistemi marini. Anche lupi, orsi e cinghiali fanno lo stesso per sopravvivere in un ambiente sempre più invaso dall’uomo. E lo fanno anche i gabbiani che dal mare si sono spostati nelle discariche delle città.
Mettiamoci in testa che le soluzioni ci sono, ma non si può e non si deve portare avanti un percorso che non metta insieme la tutela delle tradizioni della pesca con un programma concreto di salvaguardia del mare.
Biologi, pescatori, ambientalisti, politici, operatori del turismo e tutti noi che amiamo queste isole, dobbiamo adottare metodi e strategie CONDIVISI per vedere risultati concreti che diano nuova speranza al mare e un futuro a queste isole.
Dobbiamo lavorare e combattere UNITI per promuovere un’area marina protetta, che includa delle aree di ripopolamento ittico, favorisca i mestieri della pesca artigianali, riduca drasticamente la pesca commerciale proveniente da altre aree, sanzioni in modo opportuno le illegalità e promuova un turismo sano e sostenibile su queste isole!
Mettiamoci in testa poi che molti dei problemi che accusiamo alle Eolie sono globali. Il nostro Mediterraneo sta cambiando, anche a causa dei cambiamenti climatici e sarà impossibile tornare all’antico splendore. Ciciredda, neonata, e molte delle specie di interesse commerciale, incluse nella tradizione culinaria Eoliana, sono scomparse mentre nuove specie, provenienti da altri mari, hanno preso il sopravvento.
Il settore pesca non potrà fare a meno di confrontarsi con questa nuova realtà, insieme a chi il pesce lo compra e lo consuma. Con un po’ di coraggio bisogna ritornare al consumo del pesce povero con l’opzione “assaggiamo le nuove proposte”.
Molta della responsabilità sarà del mondo della ristorazione che dovrà adattare le proprie proposte culinarie a questi cambiamenti, invece di continuare a promuovere prodotti congelati e provenienti da altre aree. Molta della responsabilità sarà del consumatore, il turista medio, che dovrà informarsi meglio sulla provenienza dei prodotti e sulla legalità dei metodi di pesca, invece di adattarsi a quello che trova nei menù.
Infine, molta della responsabilità sarà delle politiche ambientali che dovranno iniziare a prendere decisioni in base ai dati raccolti con tanta fatica da noi ricercatori, contribuendo anche a ridurre i vincoli burocratici e istituzionali che ostacolano il nostro lavoro. Molta della responsabilità sarà anche degli ambientalisti che dovranno imparare a dialogare di più con i pescatori, aprendosi ad un maggiore confronto e a soluzioni condivise.
E voglio aggiungere che molta della responsabilità sarà di noi scienziati del mare, nella nostra capacità di unirci, sostenerci, collaborare di fronte a questa emergenza, invece di tirare acqua al proprio mulino, di lottare insieme per difendere i nostri diritti affinchè questo lavoro, dopo tanto studio, venga dignitosamente riconosciuto, come stanno facendo i pescatori alle Eolie, di grande esempio oggi anche per noi”.











