Museo e Parco Geominerario della Pomice : le dieci idee di Pino La Greca

Dal 7 al 9 aprile provinciale Porticello chiusa

Lo storico eoliano, ed ex assessore, Pino La Greca, ha inviato al Presidente del Consiglio Comunale di Lipari
e Sindaco del Comune di Lipari una nota con ” dieci idee per il Museo e Parco Geominerario della Pomice “

Signor Presidente,

Il dott. Pino La Greca


come anticipato nella mia precedente nota negli ultimi dieci anni ho
partecipato, su invito sia dell’Amministrazione sia del Consiglio Comunale a
numerosi tavoli tecnici rivolti alla formulazione di piani e progetti legati alla
creazione del Parco Geo-Minerario della Pomice di Lipari.
Con l’odierna nota Le invio delle mie proposte, alcune già agli atti
dell’amministrazione, ed altre frutto di nuove riflessioni.


Uno – La Messa in Sicurezza delle cave
La messa in sicurezza delle aree di Cava di Porticello ed Acquacalda è della
massima urgenza alla luce delle note vicende legate all’instabilità del
versante sottostrada lungo la provinciale Canneto Acquacalda a seguito
dell’erosione dovuta al dilavamento delle piogge invernali. Soltanto con la
messa in sicurezza della cava (a monte della strada provinciale) e della
stabilizzazione delle scarpate (a valle della strada provinciale) lungo il
versante dall’ex stabilimento La Cava e sino al torrente Porticello,
consentirà di poter togliere qualsiasi pericolo e rischio per la pubblica e
privata incolumità dei cittadini che transitano lungo tale importante arteria
stradale. Con la sistemazione ambientate le suddette aree, potranno essere
fruite non soltanto per la loro valenza naturalistica e paesistica, me anche in
un contesto turistico-culturale.


Due – La realizzazione di un Teatro nell’ex Cava
L’idea nasce dall’esperienza del “Festival delle Eolie” nato nella seconda
parte degli anni Ottanta del secolo scorso. Nell’anfiteatro naturale delle cave
si sono svolti concerti di Giuseppe Arena con i suoi ballerini; un defilé di
moda con decine di modelle firmate da Trussardi presentato da Milly
Carlucci; eventi come la notte di San Lorenzo celebrata all’insegna dello
spettacolo nella scenografia fantastica delle cave, con la presenza di due
ospiti d’eccezione: Katia Ricciarelli e Pippo Baudo. Lo spettacolo più
entusiasmante, tuttavia, è stato il concerto di Lucio Dalla. Tutto il versante
bianco dell’isola era illuminato da fiaccole che accompagnavano gli
spettatori fino al grande basamento incavato nella montagna. Tanto era la
luce che dal mare si potevano distinguere le barche che, partendo dalle
altre isole, a poco a poco raggiungevano il porticciolo di Lipari e lì
sostavano, attirate dal concerto e dall’estasi di uno spettacolo irripetibile.
Massima attenzione va posta alla viabilità pedonale di accesso al Teatro, con
punti di sosta, panchine, cestini porta rifiuti, etc. Particolare attenzione va
posta per le aree destinate al parcheggio ed ai servizi di interesse comune.

Tre – La Bonifica di Punta Castagna
L’idea è quella di realizzare un parco urbano e un’area di forte valenza
panoramica sul promontorio sede dell’ultima colata lavica dell’isola di
Lipari. La parte superiore della colata lavica di Rocche Rosse, è ancora oggi
caratterizzata dalla presenza di una ricca macchia mediterranea, per contro il
promontorio è stato utilizzato, a partire dagli anni Cinquanta del Novecento,
prima quale deposito di materiale pomicifero e successivamente di discarica
per rifiuti solidi urbani progressivamente inceneriti e ricoperti sempre con la
pomice. “Liberare” dalla pomice il promontorio di Punta Castagna
consentirà la rimozione dei rifiuti non mineralizzati e la successiva bonifica
del sito per la realizzazione di un parco verde extra urbano che dia la
possibilità ai visitatori di poter usufruire di servizi di tipo sportivo, ludico e
ricreativo. I materiale rimossi potranno essere riutilizzati nell’opera di
sistemazione e messa in sicurezza di cui al punto Uno e Due.

Quattro – Il centro visita di Porticello
Sino al momento della chiusura la lavorazione della pomice si realizzava in
un impianto industriale all’avanguardia tecnologica, localizzato a Porticello.
Nel medesimo complesso sono, ancora conservate parti rilevanti del vecchio
impianto, con indiscutibile valore di archeologia industriale. L’idea è quella
di rendere fruibili al pubblico tali strutture in condizioni di assoluta
sicurezza. L’idea è quella di realizzare all’interno dell’impianto esistente un
centro visita, una porta ideale, per orientare la visita nel Parco.
Il predetto Centro Visita dovrà essere progettato in modo che sia possibile ai
visitatori rendersi conto dei procedimenti di lavorazione della pomice nel
tempo, attraverso percorsi guidati, realizzati sia all’interno dello
stabilimento e sia nelle aree esterne oggetto dell’attività di escavazione (vedi
successivo punto Cinque); si dovrà prevedere un bookshop; strutture per
servizi ai visitatori (punti bar) la biglietteria ed un Info point multilingua
(attenzione va posta ai turisti figli e/o discendenti degli operai della pomice
emigrati in Australia e nelle altre parti del mondo).

Cinque – I percorsi della lavorazione
L’attività di estrazione della pietra pomice ha conosciuto diverse fasi, legate
soprattutto alla tipologia dei prodotti da esportare. La coltivazione del
giacimenti pomicei dopo la Legge 10 del 1908 è sempre stata disciplinata
dalle leggi di polizia mineraria e dai relativi regolamenti. Soprattutto nel
corso del ‘900 un Direttore tecnico Minerario del Comune collaborava col
Distretto Minerario di Caltanissetta, e successivamente di Catania, per
l’osservanza delle norme relative affinché il lavoro si svolgesse con la
maggiore sicurezza possibile per gli operai.
La lavorazione in Galleria
Nel corso del 1700 e 1800 lo sfruttamento dei giacimenti pomiciferi era
limitato alla produzione della pomice in pezzi con la coltivazione in galleria.
Una descrizione tecnica delle attività minerarie la troviamo in un allegato
alla Delibera del Consiglio Comunale dell’8 settembre 1883, in una
relazione dell’ingegnere Bartolomeo D’Arrigo redatta il 7 agosto dello
stesso anno. Il giorno 5 agosto corrente anno alle ore 5 p.m. io sottoscritto
mi sono recato nella contrada Rocche Rosse e propriamente nella parte
chiamata Serro, ad esaminare lo stato delle cose intorno a due cave di
pietra pomice per le quali l’avv. Sig. Natoli domanda, come leso nei suoi
diritti di proprietà, risarcimento di danni ed interessi. Dai rilievi fatti e
dalle informazioni assunte risulta quanto segue: la parte della contrada
Rocche Rosse, chiamata Serro è la cresta d’una montagna linea di
displuvio tra le facce di Mezzogiorno e di Tramontana della stessa, delle
quali la prima scende con dolce pendio e si prolunga insino al mare, e la
seconda di ripidissima e rotta, spesso s’eleva a pieno sulla pianura
sottostante di rocche rosse. Ora le due cave in parola hanno le bocche nella
faccia di mezzogiorno e s’interrano quasi parallelamente nelle viscere della
terra ed il loro asse taglia quasi ad angolo retto la linea di displuvio della
montagna. Una di queste bocche, quella più a ponente dell’altra, si apre
alla distanza di circa m. 60 della cresta del monte, e la cava s’interna in
uso per la profondità di m. 31 e per la lunghezza di mt. 79 a partire dalla
linea del livello della bocca. La lunghezza di questa cava oltrepassa la
linea di displuvio per m. 12 circa, ed il suo estremo si trova alla distanza
approssimata di m. 10 dalla faccia di Tramontana del monte. L’altra cava
ha la bocca alla distanza di mt. 15 dalla linea di displuvio e scende sino
alla profondità di m. 31 correndo quasi ad angolo retto con questa linea
per una lunghezza di circa m. 50 e quindi si piega da Levante a Ponente
quasi avanzandosi parallelamente ad essa. Questa cava oltrepassa la linea
di displuvio per la lunghezza di circa m. 7. Stando cosi le cose si conclude:
1 – il signor Natoli ha il diritto di domandare il risarcimento d’interessi
solo quando dimostri che quella specie di dente di [rega] che forma la
montagna a partire dalla linea di displuvio insieme al margine del burrone
soprastante alla sua proprietà, sia di suo assoluto dominio, poiché è nel
mezzo di questo dente che arrivano gli scavi fatti. 2 – Visto lo stato delle
cose, cioè la profondità dello scavo, la sua lunghezza e ampiezza e la sua
distanza dalla faccia di tramontana del monte, non può aversi paura, a
causa di esso, di possibili franamenti di terreno, e quindi non si può
chiedere risarcimenti di possibili danni.
La coltivazione in galleria era condotta normalmente da tre/cinque operai
detti “cavaioli”, o più volgarmente “pomiciari” che lavoravano in conto
proprio per poi rivendere alle diverse figure di commercianti (più volte citati
nei contratti di concessione, speculatori, senzali, negozianti) la pomice
grezza cavata. Le gallerie, comunemente chiamate grotte, si spingevano
verso l’interno in linea retta e discendente; la profondità di esse – misurata in
scalini – variava da zona a zona. Le galleria più profonde arrivavano anche a
300 metri prima di raggiungere lo strato di terreno ricco di pomice in pezzi
che, a sua volta, era preceduto da stratificazioni alterne di elementi terrosi
scuri (gerbo o gierbo) di lapillo e di detriti. La pomice in pezzi così estratta
si suddivideva, a seconda dei periodi storici in varie voci qualitative.
L’ultima grotta di cui sono a conoscenza è stata dismessa nel corso degli
anni Settanta del secolo scorso.
La coltivazione a “taglia”
La coltivazione a taglia tradizionale è stata eseguita, a cielo aperto, sino agli
anni sessanta del Novecento con sistemi manuali da operai, detti tagliaioli,
questi operavano generalmente sotto le direttive di un capo taglia che aveva
una spiccata competenza tecnica in materia. Il lavoro di tali operai, riuniti in
ciurma consisteva nello sfaldare la montagna con l’ausilio di utensili a mano
(picozza). Infatti data la scarsa durezza della roccia non si faceva uso né di
mine né di mezzi meccanici di perforazione perché bastava una semplice
picozza per strappare alla montagna ingenti quantitativi di materiale. La
coltivazione era effettuata dal basso verso l’alto ed il materiale veniva
avviato ai sottostanti stabilimenti sfruttando la naturale pendenza dei
giacimenti. Per lo scopo sul fronte di abbattimento la ciurma di operai, per
evitare la caduta di quantitativi rilevanti di materiale friabile, procedeva a
scalfire la montagna gradatamente tagliandola dal basso con la tecnica del
dente e via via salendo dente dietro a dente. Ogni dente (o scalino) alto,
spesse volte, fino a quattro metri era indebolito progressivamente praticando
alla base quattro buche chiamate cafocchi, indi delicatamente e rapidamente
si assottigliano i piedi degli stipiti delle quattro buche. Era a questo punto
che la lavorazione, ovvero il taglio, richiedeva perizia ed attenzione da parte
dei tagliaioli ma, principalmente, da parte del capo-taglia, poiché soltanto
l’occhio acuto di questi sapeva distinguere il momento in cui la fase del
crollo era vicina. Allora tutti si allontanano e ne rimane solo uno sotto la
massa di pomice per studiare il punto più debole da colpire col piccone. Indi
la massa di pomice pencolava per un attimo, poi crollava, si sgretolava e
rotolava verso il basso con moto tumultuoso. Questo genere di lavoro, non
potendosi eseguire nei mesi di pioggia e di vento, aveva carattere stagionale.
Il sistema di sfruttamento dei terreni pomicei appena descritto con il taglio
dal basso verso l’alto provocò più di un incidente mortale in quanto il
tagliaiolo, mal calcolando il tempo occorrentegli per schivare la massa che
si staccava dalla montagna sotto i colpi del suo piccone, restava vittima
della massa stessa che lo travolgeva inesorabilmente nella sua caduta verso
il basso. Proprio questo tipo di rischio provocò verso la fine degli anni ’50
l’emanazione di norme particolari da parte dell’Ente Minerario.
L’uso degli escavatrici a cingoli – che cozzava contro il regolamento della
Legge del 1908 che inibiva l’impiego di mezzi meccanici nell’industria della
pomice per consentire un più duraturo e razionale sfruttamento dei
giacimenti – riuscì ad eliminare il problema della pericolosità presentato
dalla lavorazione dal basso, in quanto – al contrario – la lavorazione era
invece condotta dall’alto verso il basso. Il passaggio dal sistema tradizionale
a quello con scavatori a cingoli fu graduale e per qualche anno,
l’Amministrazione Comunale, al fine di ridurre la pericolosità del sistema
tradizionale, decise di tollerare la lavorazione dal basso con la tecnica del
dente purché l’altezza di questo dente o gradino non fosse superiore ad un
metro (come previsto dall’Ente Minerario). Dal fronte di abbattimento,
come già detto, il materiale grezzo così ottenuto era convogliato – per caduta
naturale – verso il basso dove si apriva una tramoggia (fondo ad imbuto
naturale). A fianco di tale tramoggia uno o più operai provvedevano, a
mezzo di lunghi spingitoi, al passaggio del materiale pomiceo attraverso una
bocca di legno munita di saracinesca, da dove detto materiale cadeva in una
angusta sottostante galleria. Dei carrelli decauville, spinti a mano
raccoglievano la pomice che era caduta dall’alto per riportarla al sole e
scaricarla su di una balza inferiore. Il passaggio tra una balza e l’altra
avveniva convogliando il materiale attraverso grossi canaloni a scivolo che
avevano in testa una griglia di ferro e, tese in lungo, tele zincate. Pertanto,
durante questa caduta, il materiale era sottoposto ad un primo
selezionamento che si ripeteva tra una balza e l’altra per cui alla fine, su di
un vasto terrazzo – centro collettore e di smistamento – la pomice veniva
fuori bel selezionata e suddivisa nelle seguenti qualità: pezzame, granulato e
lapillo. Sempre nel corso degli anni ’50, alcune imprese avviarono la
progressiva sostituzione dei carrelli decauville, spinti faticosamente a mano,
con nastri trasportatori di gomma lungo i quali il materiale pomiceo era
trasportato da una balza all’altra scivolando attraverso gli accennati canaloni
di selezionamento. Il procedimento era svolto prevalentemente a Campo
Bianco, Spiaggia Arena, Porticello, Pietra Liscia.
La coltivazione Moderna
Dagli anni ’70 in poi hanno operano sull’isola di Lipari la Pumex S.p.A. e la
Italpomice S.p.A. Nel processo produttivo si applicava il sistema del
gradone discendente, dall’altro verso il basso, per fette suborizzontali, con
l’impiego di ruspe cingolate speciali che “rippano” il terreno, o lo spingono
con pale gommate nel “tramoggione”, in canali a doppia griglia che fanno la
prima selezione del materiale. Il vaglio “Morghensen” consente una totale e
molteplice vagliatura. I prodotti presentano una gamma ricca e varia, che si
può scegliere, giusta le varie esigenze ed impieghi, come dopo vedremo nei
diversi campi di applicazione. Sui lunghi pontili in ferro, nastri trasportatori
meccanizzati stivano direttamente il materiale sulle navi.
Il processo produttivo moderno – Dal 1970 in poi, si sono avute delle
crescenti automatizzazione e meccanizzazione, con successivi
ammodernamenti dell’intera struttura ed un progetto di coltivazione, che
giunge fino al 2000/2002. Il sistema è quello del gradone discendente; si
procede iniziando dal “cappellaccio” – parte superiore gerbosa, (vegetale) –
che una volta tolto, lascia una zona piana, su cui la macchina lavora, e
procedendo verso il basso, spinge il materiale che, per la forte pendenza del
declivo naturale, cade facilmente verso il sottostante “fornello” (buco a
forma di imbuto); a sua volta questo comunica con un tunnel, attraversato
all’interno di nastro trasportatore (lungo 40 m., e dotato di un dispositivo di
regolazione di portata) che porta il materiale fuori, per le successive
elaborazioni. Questo sistema è detto per fette subverticali (o gradone
discendente). Per l’avvicinamento del materiale agli impianti si utilizzano
nastri a sezioni di 40 m., perché tale è la profondità del gradone discendente.
La lavorazione comprende due linee di produzione molto simili fra loro:
quella della linea nera e quella della linea bianca.
Caricamento – Le spedizioni, che sino agli anni ‘70, avvenivano tutte via
mare; con l’avvento dei traghetti, partono su camion, via strada, mentre per
nave continuano a partire i quantitativi sfusi per l’edilizia, principalmente
per l’estero.
Impiego del parco macchine nel ciclo di lavoro – Dal 1970 in poi, si ha
nella coltivazione e sfruttamento della pomice una completa
meccanizzazione ed un largo impiego del parco macchine nel ciclo di
lavorazione. Gli apripista sul terreno provvedono allo sbancamento della
pomice ed alla spinta sul ciglione, in modo che il materiale, per caduta,
giunga alle tramogge; quando una porzione di collina sarà stata sbancata
sino alla fine, cioè sino alla base, le macchine torneranno alla sommità per
iniziare un nuovo terrazzo, le tramogge verranno arretrate, i nastri
trasportatori allungati ed il ciclo comincerà da capo. E’ importante notare la
profonda innovazione del sistema di essiccamento, interamente meccanico
e quasi privo di polverosità, in rapporto a quello precedente che prevedeva
l’impiego di forni piani a lastre di ghisa, con conseguente immissione di
grandi quantità di polvere nell’ambiente di lavoro. Anche la classificazione
granulometrica ha subito, agli stessi effetti, importanti innovazioni: tutti i
buratti, tanto nella parte di vagliatura che in quella di scarico nei sacchi,
sono dotati di impianti di aspirazione che convogliano i fumi aspirati in
camere di abbattimento per decantazione.

Sei – Il Percorso storico-letterario
L’idea è quella di conciliare un percorso di trekking con i riferimenti
letterari relativi al medesimo percorso intrapreso dai viaggiatori del
settecento e dell’ottocento. Un itinerario turistico percorribile nella sua
ricchezza storica, culturale, ambientale e sociale.
I^ tappa Canneto – “Nella baia, delle navi caricavano la pomice. Le barche
andavano e venivano lungo la riva, il mare era ricoperto di piccole pietre
galleggianti. Ero sorpreso dall’importanza di quel commercio poiché l’uso
di quella materia mi sembrava molto limitato.” (Gaston Vuillier).
II^ Tappa Lami – Sopra le montagne su cui siamo addossati c’è una cima
dal biancore straordinario. Si tratta di un antico vulcano, di proporzioni
colossali, il cui cratere ha una profondità di tre o quattrocento metri. Si
scende da lì per arrivare alle cave di pomice che si trovano all’interno del
vecchio vulcano. Gli operai che lavorano all’estrazione sono circa 1500:
abitano nei villaggi di Canneto e Acquacalda. Provvisto di un cestino, di un
piccone e di una lampada di terracotta che ricorda nella forma quella
romana, l’operaio esce di casa alle quattro del mattino e arriva, dopo
un’ora e mezzo di cammino, all’antico cratere. Là comincia per lui l’ascesa
molto faticosa sul pendio. Alla fine raggiunge il capo di grotta, che
comanda una squadra che conta dieci o quindici lavoratori. Insieme
scendono tre o quattrocento metri sotto terra attraverso un sentiero
inclinato. (Gaston Vuillier).
III^ tappa Monte Pilato: Mi recai a vedere una terza montagna, detta Monte
Pilato, situata nella parte settentrionale dell’isola; è meno alta delle altre
due, ma è molto più difficile arrivare in cima, dove si trova il cratere meglio
individuabile di tutta l’isola. Il cratere è di forma ovale, a imbuto e
profondo; il bordo è un pò più basso e aperto dalla parte del mare, ed è
orientato in modo da far credere che gettasse in mare i materiali eruttati.
Ho l’impressione che questo sia stato l’ultimo vulcano in attività, dal
serbatoio magmatico ben distinto da quello dei vulcani del centro, e che
fosse poggiato su materiali assai diversi, visto che i prodotti lanciati dai
vari vulcani sono così dissimili. (Dèodat De Dolomieu)
IV^ Tappa – Monte Chirica Malupassu: [….] A nord il Monte Sant’Angelo si
erge una seconda montagna conica un pò meno elevata della prima, ad
essa attaccata alla base, di un accecante biancore. Mi recai sulla sua cima,
culminante in un pianoro leggermente concavo, traccia evidente di un
antico cratere. Questa montagna è formata da pietre pomici e da ceneri
molto bianche che le conferiscono l’aspetto di una montagna di gesso.
(Dèodat De Dolomieu)
Monte Chirica – Giunti lassù vedemmo un bel bacino perfettamente
circolare ed in piano orizzontale, contorniato da un orlo pure liscio, perché
formato da pomici, ed elevato pochi metri sul piano orizzontale. Quello era
il cratere di Monte Chirica che le acque pluviali riempirono delle stesse sue
materie staccate dai fianchi del suo imbuto. (F. Salino).
All’interno dell’area di Monte Chirica Malupassu ricade l’ex discarica dei
r.s.u., dismessa nei primi anni del nuovo secolo. All’interno dell’area
ricadono alcuni dei sentieri più utilizzati dagli operai di Quattropani e
Pianoconte che nel corso dell’Ottocento raggiungevano le cave di Pietra
Pomice attraverso i sentieri di Monte Chirica, Poggio dei Funghi e Lami.
V^ Tappa Rocche Rosse Punta della Castagna: Al di là di loro sorge una
Montagna d’altra indone, chiamata della Castagna, che nella porzione che
s’immerge nel mare si estende a un miglio scarso, e nella circonferenza
oltrepassa le quattro. Ma chi crederebbe che questa Montagna fosse
interamente un prodotto di smalti e di vetri? (Lazzaro Spallanzani)
All’interno di questa idea c’è da progettare il recupero dell’insediamento
della fossa delle Rocche Rosse, con tale intervento sarà possibile riutilizzare
alcuni dei manufatti esistenti all’interno del cratere, con la finalità di
testimonianza della cultura contadina in rapporto al vulcano e soprattutto
con le leggende medievali legate alle porte degli Inferi e la vicenda di
Sant’Odilone con la commemorazione dei defunti.
VI^ Tappa Campo Bianco: Campo Bianco così chiamato per essere un’alta
ed estesa montagna non d’altro formata, che di bianche pomici. Da lungi
veduta sembra dalla vetta alle falde coperta di neve. Campo Bianco è una
Montagna che quasi a perpendicolo si leva sul mare (Lazzaro Spallanzani)
Campo Bianco: La montagna… era completamente disseminata di rocce
biancastre, dalle quali aveva preso il nome. Non essendo prevenuto e
pensando che quelle fossero vere rocce, volli appoggiarmi ad una di esse
per aiutarmi nella salita; ma la mia sorpresa fu enorme quando, cedendo
alla piccola scossa che gli diedi, l masso dopo aver vacillato per un attimo,
comincio a rotolare a valle”.(Alexandre Dumas)
VII^ tappa Porticello: Campo Bianco, è un ammasso di pomice che visto da
lontano sembra un enorme mucchio di neve. Lunghe colate bianche,
rassomiglianti ad avalanghe, riempiono le gole della montagna, e il più
debole movimento, il passo d’un animale o il soffio della brezza bastano per
far distaccare dai fianchi scoscesi una pioggia di pietre che piombano
tuonando di rupe in rupe fino nei flutti ai piedi del vulcano. Spesso nei
dintorni dell’isola vendosi galleggiare sul mare queste pietre leggiere in
sembianza di fiocchi di spuma. (Elisée Reclus)

Sette – Un centro di Talassoterapia
È un’ipotesi tracciata dal P.T.P. (e ripresa dal piano di Gestione del Sito
Unesco) di notevole interesse sia scientifico, per il tipo di attrezzature e
soluzioni per il benessere, sia tecnico – economico e sociale, per la sua
ricaduta sull’intero comprensorio delle Eolie. Occorre avviare delle ricerche
per verificare attraverso un’indagine la presenza di energia termica latente
nel sottosuolo, derivante dalla presenza delle camere magmatiche delle
eruzioni geologicamente recenti (VIII sec. D.C.) ed energia termica
manifesta ad Acquacalda e Porticello, anche al fine di realizzare acqua di
mare disponibile per uso sanitario terapeutico. Il centro di Talassoterapia va
collocato in uno dei fabbricati dismessi.

Otto – riutilizzo fabbricati dismessi
Nell’area di Capo Rosso – Porticello insistono una serie di edifici industriali
abbandonati, collocati sulla fascia costiera ed utilizzati per la lavorazione
della pomice. Si tratta di beni culturali etno-antropologici di archeologia
industriale da conservare fisicamente ma suscettibili di riutilizzazione ad
uso culturale e/o turistico-sportivo.
La sede del parco – In una delle strutture si dovrà collocare la sede del
Parco. La struttura si dovrà occupare di: a) raccogliere, elaborare e
diffondere informazioni scientifiche sul patrimonio naturalistico delle Eolie;
monitorare le attività in campo ambientale e relativamente allo sviluppo
sostenibile; b) Prenotare le visite nelle aree del Parco; c) Promozione dei
percorsi di fruizione tematici e politematici; d) Organizzare i pacchetti di
fruizione turistica (sentieristica, tabellonistica, aree attrezzate); e)
Promozione di attività di tipo educational per scuole e famiglie; f)
Organizzazione di mostre ed eventi; g) effettuare attività di monitoraggio
dello stato di conservazione.
Un centro studi internazionale per la vulcanologia – Nell’ambito del
Parco dovrà essere prevista la creazione di un centro studi internazionale
aperto ad esperti e cultori sia delle tematiche geovulcanologiche (es. la
formazione geologica del monte Pelato; le diverse tipologie dei materiali
eruttati; la loro datazione), sia degli aspetti relativi ad altre branche
scientifiche specialistiche (conservazione della flora e della fauna,
protezione ambientale etc.) inerenti specificatamente al comprensorio
eoliano. Lo stesso centro studi, anche attraverso il coinvolgimento di tutti gli
enti scientifici attualmente operanti nel complesso insulare, potrà
organizzare convegni, conferenze e dibattiti a livello nazionale e
internazionale, nonché come sede di particolari attività didattiche (per es.
scuole di alta eccellenza, scuole di specializzazione in Scienze della Terra).
Un Centro Congressi polifunzionale – Una delle strutture dovrà ospitare
diverse sale adibite a congressi e conferenze con annesse sale di riunioni e
servizi. Il complesso sarà dotato inoltre di sale di esposizione temporanea.
L’idea è, in questo caso, quella di realizzare, attraverso l’organizzazione di
seminari e mostre, una sede di scambi culturali e sociali per la comunità
Eoliana e per i numerosi turisti che visiteranno il centro.
I laboratori artistici – In una delle strutture sono da prevedere alcuni
laboratori artistici per la lavorazione a carattere artigianale dei sagomati di
pomice (produzione di topolini, sagomati di pomice, piccole opere artistiche
della pomice a cura di artisti locali). All’interno dell’isola di Lipari ci sono
ancora diversi operai che possono trasmettere, attraverso attività didattica,
l’antica tradizione della lavorazione dei sagomati di Pomice alle nuove
generazioni.

Nove – Il museo della Pomice di Acquacalda
Nello stabile già individuato dalla sovrintendenza di Messina occorre
procedere alla creazione del Museo Regionale della Pomice il cui concreto
avvio consentirebbe la tutela e la conservazione, garantendone al contempo
la pubblica fruizione, di un gran numero di manufatti di cultura materiale e
di attrezzature che costituiscono un prezioso patrimonio di archeologia
industriale. Il museo adempirebbe così ad uno degli obiettivi principali di
qualunque istituzione museale: il mantenimento della memoria storica di un
fenomeno culturale attraverso la conservazione degli oggetti e la
ricostruzione dei contesti socio-economici che ne hanno determinato l’uso,
creando nuova occupazione qualificata all’interno delle nostre isole.
Sono da ipotizzare alcune sezioni quali: a) Le immagini; b) I Video e i
documenti sulla Pietra Pomice nell’isola di Lipari; c) I racconti, i reportage
giornalistici; d) I documenti storici del Comune di Lipari.

Dieci – Un centro studi internazionale per la biologia Marina
L’idea è quella di un centro studi che sia di supporto alla istituenda Area
Marina Protetta delle Isole Eolie attraverso il recupero funzionale ed edilizio
dello stabilimento dell’Italpomice. La realizzazione di un centro dove poter
concentrare tutte le iniziative necessarie, oggi difficilmente attuabili data la
mancanza di una efficace azione di coordinamento dei diversi programmi.
Un centro studi di cui tutti potranno usufruire; scuola, ricerca, industria e le
maggiori organizzazioni internazionali (ONU, UNESCO, UNICEF,); un
Centro in cui si potranno effettuare convegni, seminari, progetti di ricerca,
informazione e cultura sui complessi problemi dell’ambiente marino e
dell’ecologia planetaria.
Il centro studi avrà la funzione di promuovere e organizzare sul territorio
dell’arcipelago eoliano attività di informazione, formazione ed educazione
ambientale. Il Centro potrebbe portare avanti le seguenti attività: − Meeting
annuale sull’educazione ambientale per promuovere idee, scambiare
esperienze e costruire networks con il coinvolgimento, oltre che di
educatori, di scienziati, di enti gestori, di amministratori pubblici e di
ricercatori;
− Realizzazione e diffusione di materiale divulgativo plurilingua;
− Realizzazione di “teacher resources packs”, materiale utile agli insegnanti
per promuovere attività pre e post visita alle riserve naturali; −
Realizzazione di “campi natura” residenziali rivolti alle scuole e a privati.
*
L’attività estrattiva della pomice ha rappresentato per quasi due secoli
l’economia fondamentale del Comune di Lipari. Il declino, rapidissimo e
fulmineo, della centralità del ruolo dell’industria pomicifera è iniziato nel
corso degli anni ’70 e si è concluso in meno di un decennio, quando è stato
sostituito dal nuovo fenomeno economico: il turismo.
Se la vicenda economica della pomice, quale minerale estratto, è conclusa,
non così possiamo dire della “STORIA” della pomice con tutti i suoi
risvolti. Il futuro sta nel riuscire a “raccontare” questa storia sul territorio
alle nuove generazioni ed alle migliaia di turisti che annualmente visitano le
nostre isole. Questo spirito mi ha mosso sin dal 2002 nel proporre alle
diverse amministrazioni comunali di Lipari la mia idea di Parco
Geominerario richiamato nel rapporto di Missione dell’Unesco del 21-28
marzo 2007. Naturalmente puntualizzo che in questa mia nota io esprimo
pensieri ed opinioni a puro titolo personale e non rappresento assolutamente
il pensiero e le opinioni di associazioni culturali presenti sul territorio.