L’album dei ricordi: Vie Nuove (7.10.1951)

I cavatori arrivano sul posto di lavoro in barca

I cavatori arrivano sul posto di lavoro in barca non essendovi strada né spiaggia praticabile; sbarcati, con gli strumenti in spalla, li aspetta la fatica della giornata: arrampicarsi fino a quota trecento o quattrocento, sulla china friabile, polverosa, abbacinante. Poi sono 8 -10 ore di spicconamento e di spalatura sotto il sole, nel polverone infuocato. Una ”decauville” e uno scarico a scivolo conducono la pomice giù alla spiaggetta; le barche cariche accostano il piroscafo all’ancora  a meno di cento metri dalla riva. Spesso il mare grosso rende pericoloso e più duro il lavoro di carico. I piroscafi trasportano la pomice di Lipari, che è molto pregiata, agli stabilimenti industriali del nord, fino in Francia, in Inghilterra, in Germania.

a cura di Massimo Ristuccia

VIE NUOVE N. 39 del 07.10.1951

IDILLIO E DRAMMA TRA VULCANO E STROMBOLI

LIPARI INFERNO BIANCO

di Libero Bigiaretti – foto di Sandro Canestrelli

1

Lipari, settembre

lipari sottoMi è tornato alla mente, durante questo viaggio, una opinione di Ippolito Taine, secondo la quale una regione: da critico, con lo sguardo rivolto alla Storia, e da turista, con lo sguardo al paesaggio. Per Lipari, e per le altre sei isole Eolie che si raggruppano a nord della costa messinese in un ordine da costellazione, bisognava aggiungere, anni fa, un terzo punto di vista: quello del confinato politico che naturalmente, quanto a direzione di sguardi, si discostava parecchio dal puro contemplare turistico. Torniamo ora ai due modi classici: en touriste e en critique. Facciamo un rapido giro di Lipari e delle isolelipari sotto 1 satelliti, due delle quali, Vulcano e Stromboli, hanno acquistato una recente e contrastata celebrità cinematografica nel nome di due “dive” che hanno gareggiato dall’uno e dall’altro cratere. L’una e l’altra, bisogna dire, hanno scontentato gli isolani. Sul piroscafo “Luigi Rizzo” che ogni mattina trasporta gente, merce e posta alle isole partendo da Milazzo, un tale di Vulcano mi confidava per l’appunto con una certa amarezza, che la realtà delle isole Eolie non è drammatica né selvaggia quanto piacque di raccontare ai registi. Debbo dire che dopo alcuni giorni di permanenza a Lipari l’opinione che mi sono fatto delle Eolie è equidistante rispetto a quella dell’occasionale compagno di viaggio e a quella dei registi. Idilio e dramma coabitano l’isola: può darsi che il dramma sfugga a coloro che la visitano en touriste, ma chi ha lo sguardo rivolto anche se non proprio alla storia, almeno alla cronaca, ossia alla vita degli uomini, si accorge che anche gli aspetti più incantevoli della natura possono diventare scenario di tribolazioni e di pene. E dico questo senza allusione agli ex confinati, bensì dietro il ricordo degli uomini, delle donne e dei bambini che ho visto lavorare nelle Cave di pomice, lungo la “spiaggiarella”.

LIPARI INFERNO BIANCO

Quanto alle bellezze naturali, benchè di spiagge e scogliere, di promontori ne abbia visitati parecchi, dico che per conto mio, escluso, piacendo a Scelba, il caso del confino, non saprei scegliermi luogo più bello di Lipari per un soggiorno tra primavera e autunno.

L’isola è grande abbastanza (circa nove chilometri di lunghezza e cinque di larghezza massima) per far dimenticare ogni tanto il senso del limite, del concluso e, insomma, della insularità; e varia sì da permettere l’alternarsi dei paesaggi montani e delle distese marine, della vegetazione più sontuosa e dell’aridità del basalto, del tufo, della lava che ne costituiscono l’ossatura visibile. Né manca qualche discreta risorsa cittadina nei centri maggiori.

Il gusto, il sapore delle isole Eolie (ma Eolo, dio dei venti, le signoreggia con discrezione, oppure s’è stancato di gonfiare le gote come nelle antiche stampe) potete trovarlo dentro un bicchiere di Malvasia di Lipari, preziosamente dorata dentro le snelle bottiglie dal lungo collo: un vino dolce e forte, dolce senza languidezza, forte senza che allappi la bocca. Il senso, anzi il segreto, della bellezza delle Eolie, sta invece tutto, o quasi, nel disordine.

E’ una natura ancora nuova, ancora fumante di creazione (e non è un modo di dire: Stromboli fuma sempre in vetta al suo cono scapitozzato). Una natura caotica e tumultuosa, tribolata e stupenda. Quanto più il mare si mangia la terra bassa, tra colle e colle, tanto più il monte si scuote, trabocca di pietre e colma alla meglio le perdite. Sicchè è tutto un alternarsi di insenature, di anfratti, di porticcioli, di valli, di pareti che si danno arie vagamente alpestri. Frequentemente il monte strapiomba sul mare e vi continua, a lungo, il proprio slancio, sicchè il colore dell’acqua ritiene il verde profondo dei boschi, quando non vince con la intensità del cobalto il cielo meridionale. Un mare più pulito, più limpido di questo, che mostra ogni ciottolo nitidamente a venti metri di profondità, è difficile trovarlo; e infatti ha trovato gli amatori più entusiasti nei cultori di pesca subacquea, che arrivano alle isole con fiocine e scafandri leggeri. Arrivano dal nord. Forse i moderni scopritori del turismo eolio sono i francesi. Ne sono venuti parecchi. Spendono poco e si entusiasmono molto. “C’est mieux que la Corse”, dicono. Villeggianti italiani, pochi. Essi, si sa, aspettano che le isole diventino di moda e che se ne occupino le cronache mondane.

2

Belle in codesto modo disordinato e colorito, con le sorprese che ho detto e con quelle delle architetture arabo-normanne, con i ricordi remoti delle contese tra Cartagine e Roma (Roma ebbe per prima la infelice idea di fare di Lipari una colonia di confino, oltre che una stazione climatica) e delle razzie dei saraceni, sono le altre isole: Vulcano, Salina con i due centri di Malfa e di Marina, Stromboli, e le minori Panaria, Alicudi e Filicudi. Sotto il cielo di settembre, che cade ogni sera sempre…. precipitosamente, l’itinerario puntuale del “Luigi Rizzo” e quello saltuario del “Limbara” e dell’”Eolo”, sono tra quelli che la fantasia si promette con più desiderio, e il ricordo ripercorre con più nostalgia.

Ma, diceva un famoso viaggiatore del settecento , “non ho girato il mondo per copiare epigrafi”; e così un giornalista non può gingillarsi a lungo con i colori di un luogo.

Di là del paese di Canneto, a nord dell’isola, tra Pietraliscia e Porticello, la montagna di pomice scoscende sul mare. Un tempo tutta la zona era divisa in “tagliole”, cioè in striscie di 10 metri di larghezza, che il comune di Lipari aveva ceduto ad altrettanti cavatori che vi lavoravano direttamente con l’aiuto di famigliari e di qualche socio. Ma i cavatori non poterono reggere l’onere dell’impresa; allora venne fuori il capitalista, ossia il commerciante che si faceva cedere per poche migliaia di lire la concessione. Oggi tutto il bacino è nelle mani di pochi proprietari, che mascherano tale loro qualità con alcuni prezzolati in figura di concessionari. I proprietari arricchiscono, agli operai la miseria perpetua.
Di là del paese di Canneto, a nord dell’isola, tra Pietraliscia e Porticello, la montagna di pomice scoscende sul mare. Un tempo tutta la zona era divisa in “tagliole”, cioè in striscie di 10 metri di larghezza, che il comune di Lipari aveva ceduto ad altrettanti cavatori che vi lavoravano direttamente con l’aiuto di famigliari e di qualche socio. Ma i cavatori non poterono reggere l’onere dell’impresa; allora venne fuori il capitalista, ossia il commerciante che si faceva cedere per poche migliaia di lire la concessione. Oggi tutto il bacino è nelle mani di pochi proprietari, che mascherano tale loro qualità con alcuni prezzolati in figura di concessionari. I proprietari arricchiscono, agli operai la miseria perpetua.

C’è un colore assoluto, a Lipari, di cui bisogna parlare: il bianco abbagliante, arido, polveroso della pomice. Tutto il fianco di una montagna, seicento metri d’altezza dalla sommità al pelo d’acqua, dalla parte opposta di Lipari città, appare, bianco al sole; non luccicante come le vette nevose, non splendente come le pareti delle Apuane: bianco farinoso che assorbe la luce e calore a dannazione degli uomini che vi si arrampicano, vi scavano tane e tutto il giorno picchiano e grattano la crosta friabile. Sono i cavatori della pomice. Seicento lire al giorno: massima paga degli uomini; quattrocento le donne , anche meno i “carusi”.

La paga massima dei cavatori raggiunge le 700 lire; quella delle donne addette alla cernita del materiale cavato è di 400 lire; ancora meno prendono i “carusi”, ragazzi dai 12 ai 15 anni. Nessuna assistenza, nessuna tutela per questi lavoratori. L’attività della cava è stagionale: d’inverno i cavatori si danno alla pesca o girano per i paesi dell’isola cercando un’occupazione qualsiasi, e sperando di emigrare in Australia sull’esempio di qualcuno che vi fece fortuna. Tentarono tempo fa di costituire un sindacato, i padroni corruppero gli organizzatori “liberi”; il sindacato si sfasciò.
La paga massima dei cavatori raggiunge le 700 lire; quella delle donne addette alla cernita del materiale cavato è di 400 lire; ancora meno prendono i “carusi”, ragazzi dai 12 ai 15 anni. Nessuna assistenza, nessuna tutela per questi lavoratori. L’attività della cava è stagionale: d’inverno i cavatori si danno alla pesca o girano per i paesi dell’isola cercando un’occupazione qualsiasi, e sperando di emigrare in Australia sull’esempio di qualcuno che vi fece fortuna. Tentarono tempo fa di costituire un sindacato, i padroni corruppero gli organizzatori “liberi”; il sindacato si sfasciò.

Seminudi, con le nari e la bocca piena di polvera bianca, con i polmoni intonacati di bianco, scavano, ammucchiano, mondano, trasportano, insaccano la pomice: varietà di trachite vulcanica, molto leggera, che può, dato il suo peso specifico, galleggiare nell’acqua: dicono così, all’incirca i dizionari. Ma 40 chili di materiale “leggero” sulle spalle sono sempre 40 chili; il picciotto che va e viene con la canestra colma per 8 ore al giorno, la donna che fa la cernita, l’uomo che scava sotto il sole (perché la pomice va cavata e lavorata d’estate, col tempo secco), compiono una fatica tra le più aspre. Il monte va preso di petto, tagliata per tagliata. Una tagliata è una striscia di monte larga dieci metri. Ogni tagliata, una squadra. Una volta ogni tagliata, un padrone che lavorava sul suo, come un piccolo proprietario di campi. Poi, si sa, dicono i lavoratori, il pesce grosso mangia il pesce piccolo. Oggi la montagna di pomice è dei pesci grossi.

3

Chi non trova lavoro neppure nelle tormentose cave di pomice, che cosa fa a Lipari, a Vulcano, a Salina, a Stromboli? Guarda il mare e aspetta. Aspetta le “carte” che gli permetteranno di andare in Australia e in Nuova Zelanda. Qualcuno, molti anni fa, vi fece fortuna, dicono, e da allora i liparini e gli altri isolani vanno a sgobbare, o aspettano di potervi andare. E’ sempre meglio che la pomice, dicono. La pomice è un inferno. Le isole si spopoleranno? “Rimarremo noialtri” mi dice malinconicamente un giovanottino piccolo e nero.

“Noi altri chi?”, chiedo.

“Noi bassi – risponde -. In Australia non entra chi non supera un metro e sessanta di altezza “.

Niente di nuovo, dunque, ho veduto alle Eolie. Niente tranne la bellezza impassibile della natura. Per il resto, cioè per la vita dei lavoratori, Lipari è Sicilia, è Italia: difficoltà, quasi impossibilità di vivere col frutto di un lavoro faticosissimo, pressochè inumano. Egoismo, incuria di chi può; per gli altri speranza ingannevole di emigrazione, che fa degli abitanti di questa isola, già destinata a confino, altrettanti confinati desiderosi d’evasione.

Libero Bigiaretti.

Bozza automatica 101
Annuncio creato il 5 Marzo 2021 18:01
"Lipari Differenzia" : parte il nuovo calendario di conferimento rifiuti ed il nuovo metodo di raccolta Porta a Porta 7