L’album dei ricordi: Salina, studio geografico economico (1953)

viti salina

di Massimo Ristuccia

UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI CATANIA

L’ISOLA DI SALINA STUDIO GEOGRAFICO ECONOMICO

FRANCESCO SPERANZA

Tip. Zuccarello & Izzi, 1953

CAPITOLO III.  LE CONDIZIONI ECONOMICHE

La terra ed il mare offrono le attività che danno i mezzi di sussistenza alla popolazione dell’isola. Maggior importanza spetta all’agricoltura mentre minore peso e spesso risultato aleatorio dà l’attività peschereccia.

A queste due fonti principali di guadagno si affiancano le altre che appaiono collegate alle prime e cioè le attività industriali, quelle dei trasporti e quelle del commercio. D’altra parte chi osserva attentamente l’attività economica isolana si accorge che le classificazioni statistiche, lungi da essere rigide, sono invece assai labili.

Spesso chi si dedica all’agricoltura trova saltuariamente convenienza di dedicarsi al mare e viceversa onde queste due attività si sommano e le distinzioni che si fanno sono più che altro indicative di un maggior impiego delle energie produttive individuali in uno o nell’altro campo.

Della popolazione attiva, che costituisce il 49% di quella totale, più della metà è dedicata all’agricoltura come si osserva dai seguenti dati sulla percentuale della popolazione attiva dedita alle varie professioni:

Agricoltura 54,5%
Pesca 15,7%
Industria e Trasporti 12,8%
Commercio 5,6%
Altre attività 11,4%

 olivi pollara

L’AGRICOLTURA

L’Agricoltura è tipicamente specializzata e si basa sulla coltivazione della vite, dell’olivo e sullo sfruttamento degli incolti produttivi per la produzione dei capperi. Ma vino e capperi più che l’olio sono oggi i due prodotti agricoli di maggior peso economico come si rivela, del resto dal seguente quadro dell’utilizzazione del suolo in tutta l’isola:

seminativi semplici ed alberati 2,8%
colture legnose 22,4%
boschi 19,8%
incolti produttivi 40,9%
improduttivo 14,1%

 

La forte percentuale degli incolti produttivi, che nel passato facevano parte, nella loro grande maggioranza, dei terreni messi a coltura, mostra all’evidenza il regresso di tale attività dovuto alle cause già citate.

Tracce di colture, con terreni sistemati a terrazzo e con ricoveri temporanei abbandonati od in rovina, si trovano sino a quote notevoli, Così, ad esempio, sono frequentati i terrazzi, non più coltivati, sino sul massiccio del M.te Rivi e Fossa delle Felci e ciò sino 700-750 m. d’altezza. Nella stessa cavità della Fossa delle Felci, le colture cerealicole e quelle di patate sono ora abbandonate e gli antichi seminativi appaiono ormai invasi da fitti roveti.

Anche sui fianchi del M.te dei Porri i terrazzi abbandonati ed in parte invasi dalla macchia mediterranea salgono sino a 700 metri circa dal livello marino.

La proprietà terriera appare assai frazionata e di solito di scarsa estensione; il maggior numero delle aziende si accentra nelle tre prime classi di grandezza distinte dal catasto agrario; esse nell’insieme costituiscono ben il 91,5% di tutte le aziende agricole, ma occupano solo il 27,2% della superfice agrario totale. La piccolezza delle aziende agricole, che non è sufficiente a mantenere la famiglia del proprietario, fa sì che questi sia costretto a trovare altra fonte di entrata sussidiaria dedicandosi come giornaliero sia nella attività agricola stessa che in quella marinara peschereccia. Le grandi proprietà sono limitate e ve ne sono in tutto tre. Esse sono di possesso comunale: due si trovano nel territorio del comune di Leni ed una in quello di Santa Marina. Si tratta di zone montane nella parte elevata del M.te dei Porri e della Fossa delle Felci.

Per quanto riguarda la conduzione delle aziende, predomina del tutto quella diretta; ben l’87,2% delle aziende è gestito dagli stessi proprietari, il resto è suddiviso in parti quasi uguali tra la colonia e la conduzione mista. Assai scarsamente rappresentato è invece l’affitto.

L’attività agricola si basa soprattutto sulla produzione delle colture legnose (vite ed olivo e sui raccolti degli incolti produttivi alberati che oltre ai fruttiferi, in primo luogo fichi, offrono anche largamente la produzione dei capperi. Il bosco o meglio la macchia mediterranea dà carbone vegetale e legna da ardere che anch’essi costituiscono oggetto d’esportazione dell’isola, sebbene in modo saltuario a seconda delle diverse annate che permettono tagli più o meni vasti.

In particolare la cerealicoltura ha assai poco sviluppo e la sua produzione è ben lontana da bastare al consumo locale. Tra seminativi nudi ed arborati essa si estende per 30 ettari. Si coltiva grano tenero ed orzo in rotazione con fave da semi e poco sulla.

Del grano si registra una produzione media di 160 quintali con una produzione unitaria assai bassa (6-7 quintali per ettaro).

pergola leni

L’orzo dà in media un raccolto di 30 quintali e le fave da semi toccano i 55 quintali. Produzioni queste più che modeste e che vengono effettuate, per lo più, sui terrazzi più elevati od in quei terreni nei quali non convince coltivare la vite. La coltura dei cereali ha subito anch’essa una notevole contrazione, infatti intorno al 1890 si producevano in media sui 650 quintali all’anno mentre oggi, come si è visto, se ne registrano 190 quintali all’anno. Ciò spiega il perché nell’isola nei tempi passati esistevano diversi molini a trazione animale ed alcuni a vapore.

Piccole estensioni di terreno sono alternativamente coltivate a piselli, ceci per seme, mentre i legumi freschi vengono prodotti per lo più ai margini dei vigneti e nei piccoli orti famigliari.

I seminativi sono spesso alberati: si tratta per lo più di olivi e mandorli, raramente di alberi fruttiferi, di solito peri e più di frequente fichi. Spesso si seminano cereali anche nell’oliveto ma, ripetiamo, la cerealicoltura e le colture con essa in rotazione hanno assai scarso peso economico.

La coltura specializzata della vite occupa 348 ettari pari al 15,3% della superficie agraria e forestale. La zona dove la coltura è più estesa, anzi si può dire dominante, è il territorio di Val di Chiesa, la vasta depressione che separa, come già si disse, i due coni vulcanici della Fossa delle Felci e del M.te dei Porri.

La vite si coltiva in pergole tenute basse circa 60 centimetri dal suolo. Le pergole sono costruite con canne ed i vigneti prima della fogliazione hanno un aspetto caratteristico. Ogni pergola ha una superficie di 56,25 mq. e contiene 2,5 vitigni. Altre colture viticole abbastanza estese si trovano nel cratere di Pollara, nella zona del Capo e presso Lingua.

Come già si ebbe occasione di osservare, la coltura della vite fu nel passato assai più estesa ed ebbe un’importanza fondamentale per l’economia isolana, importanza che ha ancora pur ridotta nella sua estensione.

I terrazzi per la coltura della vite si trovano sino a 650 m. ma attualmente sono abbandonati da 350 m. in su.ficodindia e capperi

Nel periodo di maggior floridezza della viticoltura, tra il 1880 ed il 1890, si producevano sino a 16.000 ettolitri di vino complessivamente mentre oggi tra vino comune e malvasia non si toccano i 7.000 ettolitri. Scomparsa del tutto è la produzione delle uve passe (passolina) che nel passato aveva una certa importanza economica: oggi solo qualche viticultore ne produce una piccola quantità per proprio uso.

Accanto al vino comune l’isola di Salina produce anche la ben nota malvasia che va sotto l’inesatta denominazione di malvasia di Lipari. L’isola di Lipari non produce affatto questo vino liquoroso.

La produzione della malvasia ha avuto alterne vicende. Negli anni di maggior produzione vinicola il rapporto tra il vino comune e la malvasia era di 4 a 1 e si arrivò così a produrre dai 4 ai 5000 ettolitri all’anno.

La produzione decadde tanto che tra il 1929 ed il 1930 essa rimase sotto i 50 ettolitri ed i vitigni di malvasia vennero sostituiti con altri di uva comune. Fu per opera di un tecnico di S.ta Marina, il perito comm. Nino Lo Schiavo, che la malvasia non scomparve da Salina anzi, in seguito ad un’attiva propaganda, la superficie messa a malvasia aumentò e di conseguenza aumentò pure la produzione del vino che arrivò ad un quantitativo di 400 ettolitri nel 1940. La guerra provocò una nuova crisi data anche l’impossibilità d’esportare il prodotto.

La produzione scese nuovamente ed arrivò ai 100 ettolitri e nel dopo guerra si ebbe una ripresa sino a toccare i 200 ettolitri nel 1952. Attualmente la produzione tende all’aumento e vi è pure la tendenza a sostituire ai vitigni comuni la malvasia e di fare anche dei nuovi impianti. Così nel 1952 su 68 nuovi impianti di viti, per una superficie totale di 14 ettari, ben 10 ettari furono innestati a malvasia.

Il vino malvasia è come si disse un vino liquoroso, che si ottiene con manipolazioni speciali. La vendemmia fatta verso la metà di settembre quando l’uva è già in parte seccata. L’uva dopo esser stata accuratamente ripulita viene stesa su dei graticci di canna che vengono esposti al sole fino a che i grappoli perdono il 50% circa della loro acqua. Alla sera i graticci vengono posti al riparo. Dalle cure che si hanno per i grappoli e dal sistema di torchiatura, che varia da famiglia, dipende la bontà del prodotto. Le “cure” essendo lunghe richiedono un continuo impiego di mano d’opera e perciò alla produzione della malvasia si dedicano, di solito le famiglie numerose.

pizzi malfa

Il vino viene prodotto dalle singole aziende e la produzione, per lo più esigua, è ben lungi dall’essere uniforme. Essa viene raccolta da uno stabilimento industriale sito a Santa Marina dove viene opportunamente miscelata, stagionata e successivamente imbottigliata. E’ auspicabile, per una maggior diffusione del prodotto, una vinificazione razionale, ciò che, date le caratteristiche della produzione, non sarebbe possibile che mediante l’ausilio di un unico centro di preparazione delle uve e di vinificazione al quale dovrebbe affluire tutto il raccolto dell’isola.

La malvasia detta di Lipari viene oggi esportata per metà circa negli Stati Uniti ed il resto viene assorbita dal mercato nazionale. La produzione è al momento insufficiente a coprire la richiesta del prodotto.

Secondo per estensione ma non per valore della produzione, tra le colture legnose, viene l’olivo la cui coltura in gran parte è fatta come promiscua sia associata al seminativo sia accompagnata da alberi fruttiferi o sparsa negli incolti produttivi. Le colture migliori sia quelle promiscue che quelle specializzate vengono fatte sul terreno sistemato a terrazzi e gli alberi sono tenuti bassi sia per facilitare il raccolto che per evitare, nel limite del possibile, l’azione del vento.

L’oliveto occupa come coltura mista prevalente, una superficie di 211 ettari dei quali più della metà si trova nel settore sud-occidentale dell’isola (comune di Leni). La produzione ha, come al solito, notevoli oscillazioni. Essa in media si aggira intorno ai 2500 quintali e minimi intorno ai 1500 quintali. Salvo piccole e trascurabili partite che vengono seccate o tenute in salamoia, le olive raccolte vengono trasformate in olio la cui produzione media annua si aggira tra i 350 ed i 450 quintali, segnando un notevole progresso sulla produzione passata che intorno al 1890 toccava delle punte massime di poco più di 200 quintali. Dell’olio di oliva, prodotto in alcuni trappeti locali di organizzazione in gran parte rudimentale, si fa anche una piccola esportazione.

Scarsa importanza hanno gli alberi fruttiferi, coltivati in associazione con il seminerio, con la vite e con gli incolti produttivi.

La coltura fruttifera più diffusa è quella dei fichi che si coltivano oltre che nei terreni coltivati anche negli incolti produttivi. La nota rusticità della pianta ben permette la diffusione di questa coltura che dà una produzione media di 450 quintali, dei quali la metà circa viene essiccata. Del prodotto essiccato si fa una modesta esportazione.

Altri alberi fruttiferi, coltivati sempre in associazione con le nostre colture, sono i susini ed i peri coltivati tutti e due in maggior quantità nel territorio di Malfa. La produzione si aggira per tutti sui 36-42 quintali all’anno. Scarsa importanza hanno i mandorli che, sempre associati ad altre colture. I mandorli si coltivano a preferenza nella zona orientale dell’isola nel territorio di Santa Marina; il raccolto non supera i 32 quintali annui e registra un progresso nell’ultimo ventennio. Scarsa importanza hanno pure gli albicocchi ed ipeschi. All’incontro la produzione dei ficodindia ha un certo valore, ma la sua importanza è del tutto locale. Nel territorio di Leni la pianta tocca la maggior diffusione, segue la zona di Malfa ed in ultimo viene il territorio di Santa Marina. La produzione totale si aggira, a secondo degli anni, tra i 190 ed i 235 quintali in parte impiegati nell’alimentazione umana ed in parte usati come foraggio.

case val di chiesa

Delle altre colture ha notevole importanza economica la coltivazione dei capperi, dei quali l’isola fa una discreta esportazione. La produzione dei capperi nei suoi tre tipi fondamentali di lagrimella, puntina e mezzano, aumentò sempre più tanto che dai 560 quintali che si producevano in media nel quinquennio 1923-28 si passò ai 715 quintali nel 1929 ed ai 1300 quintali nel 1952.

I capperi vengono esportati in fusti di varie dimensioni messi in salamoia o, più di rado, in salamoia acetata. La maggior produzione dei capperi si ha nel territorio di Malfa, al quale segue quello di Leni.

Nei coltivati appaiono spesso i salici, i cui giovani virgulti, come si sa, sono utilizzati per impagliare i fiaschi. Nelle tare ed ai margini delle colture si producono spesso delle canneche servono per la confezione dei tralicci per essiccare parzialmente l’uva per la malvasia e per la costruzione delle pergole nelle vigne.

Nei piccoli orti vicino alle abitazioni si osservano degli aranci e dei limoni in coltura seccagna che danno scarsi raccolti per uso domestico.

Il bosco o meglio la densa macchia mediterranea viene sfruttata per la produzione di legna da ardere, di carbone vegetale e fornisce anche ciocco d’erica usato per la fabbricazione delle pipe.

La produzione media di legna da ardere si aggira intorno ai 2000 quintali all’anno.

Frequenti purtroppo sono gli incendi nella macchia che distruggono, nel periodo di massima siccità, vaste superfici di essa con notevole danno per l’economia forestale isolana.

Della legna da ardere e del carbone vegetale si fa una piccola esportazione diretta principalmente verso Lipari, assai più densamente popolata, ma assai più povera di macchia mediterranea.