L’album dei ricordi: La vita dei coatti alle Isole Lipari (1908)

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di Massimo Ristuccia

LA VITA DEI COATTI ALLE ISOLE LIPARI – Rossana – Rivista mensile del Corriere della Sera. 1908.

(Copia digitale avuta da una biblioteca a solo scopo didattico e di studio)

Al sud del mar Tirreno, tra la Calabria e la Sicilia, sta il gruppo delle isole Eolie e Lipari, chiamate anticamente col primo nome perché una vecchia leggenda ne faceva la dimora di Eolo, re dei venti, e giustificava con la presenza di questo dio le rapide e continue alterazioni delle correnti atmosferiche.

I gruppo è composto di sette isole: Stromboli, Panaria, Salina, Filicudi, Vulcano, Alicuri e Lipari; da quest’ultima, più grande di tutte, prende il nome l’arcipelago che ha intorno a sé una corona di altre dieci isolette minori.

Stromboli e Vulcano hanno il loro omonimo in perenne eruzione, le altre isole invece sono come il vuoto sepolcro di un’antica divinità; il silenzio che le attornia incombe fatalmente e stupisce il visitatore, che si arresta ammirato davanti a quello spettacolo indimenticabile di selvaggia bellezza. Dagli enormi muraglioni di tufo, delle vere montagne di lave frantumate, scorie e pietre di un color rosso basaltico ammantano gli antichi vulcani ora spenti; delle rocce nere e lucenti sbucano qua e là mentre si scorgono ancora le vestigia delle correnti di lava che precipitarono al mare. Frequenti gole misteriose si aprono e lasciano zampillare impetuosamente delle acque minerali i cui vapori solfurei imbiancano e scompongono tufi e lave come nelle zolfare di Pozzuoli, spargendo un odore metallico ma non disgustoso.

Nessun punto pittoresco d’Italia o della Svizzera o dell’Egitto può offrire un quadro più impressionante di questo: avvallamenti dolcemente inclinati verso il mare, monti alti oltre 600 metri che si elevano a picco, creste frammentate di rocce candide e scintillanti sotto il sole dove i mille barbagli delle pomice si frangono come diamanti, vigneti coltivati lungo le falde dei vulcani estinti, olivi meravigliosi contorti e difformi come spasimanti di vite………

Chi desidera visitare queste isole deve rinunziare a qualsiasi speranza di comodità di viaggio, deve rassegnarsi e andare senza troppa fretta a dorso d’asino, ma in compenso quale incantevole spettacolo! Dalle acque di San Calogero al Campo Bianco è un succedersi continuo di panorami, dove i monti, gli ubertosi declivi e il mare hanno una nota originale che ricorda le rive di Nazaret e la terra di Palestina.

La solitudine e il silenzio sono così profondi così suggestivi, che pare che le onde stesse frangendosi sugli scogli mitighino il loro rombo possente per non turbare l’incanto.

Posta su tre coni vulcanici spenti, accidiosamente specchiantisi sul mare, sia la vecchia città di Lipari che ebbe, un tempo, alta rinomanza e per le sue miniere di allume provenienti dalla natura vulcanica del suolo e per l’abbondanza delle sue sorgenti termali, che furono meta di principi e di nobili desiosi di salute e di riposo.

Un versante dell’isola è aspro e diruto, l’altro adorno del verde-cupo delle carrubbe e della elegantissima vite chiamata malvasia, dalla quale si spreme il profumato vino che corre anche oggi tutti i mercati del mondo. A destra il grande Campo bianco, chiamato così per la pomice candida che si estrae con fatica e che trovasi in commercio sempre più ricercata. Accovacciata sta l’antica Liparus, che i pirati più volte devastarono, ma che Diana sempre protesse in virtù del tempio a lei dedicato. Così per secoli la città potè mantenere i suoi commerci, cioè il vino di malvasia, le uve secche, i fichi, l’olio, la pomice, lo zolfo l’allume, il pesce secco furono una grande sorgente di ricchezza che giustifica il suo nome di Lipara, cioè grassa.

Anche, sotto l’Impero romano era quest’isola destinata come terra d’esilio pei delinquenti politici, ed oggi essa ospita nel suo castello oltre 560 coatti, raccolti tutti nella penisola italiana.

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Sopra un’alta roccia che si alza a picco sul mare, mostrando le sue inaccessibili scogliere di basalto, si leva l’antico maniero normanno diroccato, smantellato ma terribile ancora ed imponente. Vi si accede per un lungo andito ad arcate a sesto acuto di meravigliosa fattura e i lastroni di pietra rossastra che formano il pavimento portano ancora l’impronta delle zampe ferrate dei cavalli normanni.

Bisogna con la fantasia immaginare una città squassata dal terremoto o distrutta dai secoli, una seconda Pompei, dove le mura e gli archi atterrati, le vie accidentate, gli alti starti di pietre e calcinacci rendono malagevole il cammino; una città morta, dove delle vigili scolte ancora passeggiano con le armi in pugno……….ecco lo spettacolo che si presenta a chi sale per visitare il castello di Lipari.

Dentro antri grandiosi ma cadenti, stanno delle enormi stanze, scrostate dalla calce, col pavimento di terra battuta, il soffitto a volta, nere, sporche, rigurgitanti d’animali schifosi e che sono adibite a dormitori per i coatti. Sugli spalti secolari non ancora distrutti, tutta una fioritura miserevole e ridicola di piccole fabbricazioni fatte dai condannati con creta e vecchio materiale, con porticine, finestrini, scalette irrisorie che assomigliano quasi ad una malattia vergognosa uscita dalle antiche muraglie del luogo.

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Quattro chiese e l’antica cattedrale di Lipari sono chiuse dentro le mura del castello. Le loro porte sono sbarrate con spranghe di ferro e sono nell’interno, assai bene conservate, ricche di buoni dipinti di Alibrando da Messina e di Giovanni Barbera di Barcellona. Queste chiese attestano del luogo soggiorno dei gesuiti e dei padri francescani; nella cattedrale, pregevole e nota agli studiosi d’arte, è la bellissima sacrestia tutta rivestita di legno, finemente intagliato con un soffitto dove gli affreschi di un ignoto pittore sono artisticamente lumeggiati dai riflessi del mare che si frange e spumeggia sotto l’ampio balcone posto a 125 metri di altezza.

Però la parte esteriore delle chiese è in uno stato miserando; l’ira e lo sfregio dei coatti si sono sbizzarriti nella forma più vandalica che si possa immaginare. Gli scalini per accedere sono spezzati, sbocconcellati, corrosi dal tempo e dalla furia umana; le porte qua e là bruciate mostrano i rattoppi e le spranghe di solido ferro poste per salvare i tesori dei reliquari lì dentro conservati; i campanili atterrati, i muri coperti d’iscrizioni oscene ed ingiuriose, la sporcizia che corre lungo tutto il muro esterno è messa in armonia con quel luogo di desolazione e di pena, dove tutti i detriti umani sono riuniti e costretti a vivere in comune in una pericolosa ed immorale promiscuità.

Quale larga messe di esempi agli studi criminali presenta questo luogo! Se qualcuno volesse osservare tutta questa deteriorata produzione umana, potrebbe fare uno studio giuridico sociale non indegno dei nostri tempi, poiché tutti i delitti, tutte le colpe, le psicopatie e le deficienze qui sono rappresentate, è un campo sperimentale che indisturbato svolge la sua fatidica parabola.

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Orbene, come vivono questi 560 sciagurati?

Una compagnia di soldati di fanteria, un plotone di guardie di questura, un plotone di guardie di mare, un delegato, un maresciallo e due brigadieri sorvegliano i coatti per quello che riguarda l’evasione e la loro vita nell’interno del castello; per il resto, essi sono abbandonati a sé stessi, ai loro istinti, ai loro vizi, senza nessun criterio educativo, senza nessun obbligo al lavoro, senza nessun rudimentale tentativo di correzione.

Alle sette del mattino suona la diana che li caccia dal dormitorio, la pulizia di questo è affidata al caporale che deve stare attento perché ognuno faccia il suo giaciglio senza asportare oggetti di biancheria e coperte; queste sono cambiate ogni venti giorni e presentano il ributtante spettacolo della loro sporcizia cosparsa d’insetti che come vampiri succhiano il sangue di quei tristi abitatori.

Alle dodici è la distribuzione della Massetta, cioè la distribuzione dei cinquanta centesimi che il governo paga ad ogni coatto per il suo mantenimento. Mezza dozzina di soldati con la baionetta innestata e altrettanti questurini armati di rivoltella si schierano in una stanzetta al pian terreno situata sotto l’avanzo di un’antica torre.

In quella stamberga diruta ci sono due porte; fra l’una e l’altra sono tirati i cordoni e nel mezzo un tavolino sul quale sono schierate 560 mezze lire di rame…. null’altro. Né sedie, né mobili, né alcuna cosa che richiami la dignità dello Stato o quella della legge. Il brigadiere fa l’appello, uno alla volta passano davanti al tavolo e ricevono lo spillatico, continuando poi a camminare escono dall’altra porta. Impossibile dunque il furto, impossibile la ribellione, l’attentato, inutile ogni insidia. Gravi o sorridenti, accigliati od ironici, vanno l’uno dopo l’altro e in quell’impressionante defilè di cinismo e di miseria offrono allo sguardo dell’osservatore quanto avvi di più rivoltante nei detriti della razza umana.

Un lontano barlume di sentimento si manifesta nell’ora di distribuzione della posta.

Certi occhi si fanno attenti e gravi, qualche occhio si vela, una curiosità vivisima accende tutte le facce…..Sono le notizie del continente! Osservai un giovinotto alto e biondo di bell’aspetto che con atto felino si appartò dai compagni per sapere quanto conteneva una lunga lettera che egli leggeva compitando. Altri delusi o irritati, dopo qualche minuto, si disperdeva sghignazzando.

Il resto della giornata essi sono completamente liberi. Quelli che vogliono lavorare possono farlo tranquillamente; infatti moltissimi sono occupati nelle cave di pomice, nei mulini, nel porto e questi riescono a guadagnare anche tre lire al giorno. Ma a che giova? Nessun senso di economia o di ordine è in loro; si notano rarissime eccezioni di invio di denaro alle famiglie o alle donne, che quasi sempre hanno abbandonato sul marciapiede di qualche città; per la massima parte essi consumano quanto hanno guadagnato, mangiano, bevono, giocano, finchè all’Ave maria ubriachi cadenti, senza un soldo e con la bocca piena di bestemmie, si ritirano dentro il castello dove suona la ritirata.

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E gli altri, quelli che non lavorano?

Neghittosi, letteralmente coperti di sudiciume, stanno con indolenza stesi al sole lungo le vie di Lipari, o sulle panchine del porto, o addossati alle macerie della rocca, vivono in un pauroso letargo da quale sortono o per rubare o per uccidere.

Un sellaio si è preso uno stanzino in una via della città e, quando non ha bevuto troppo lavora e canta divertendo i passanti con certi topi che ha messo in una gabbia circolare, ed ha ammaestrati. Un napoletano vivacissimo fa il venditore ambulante; con la mimica speciale dei suoi concittadini egli offre al pubblico i più svariati e stravaganti oggetti: un ombrello, non perfettamente nuovo, delle stoviglie da cucina, dei cappelli; ma soprattutto vende nascostamente le scarpe che l’amministrazione dello Stato passa ai coatti perché non vadano scalzi.

Questo commercio frutta moltissimo a Lipari. Ogni sei mesi i disgraziati hanno un paio di scarpe ch’essi vendono immediatamente, comperando invece per pochi soldi delle vecchie ciabatte.

Un tipo interessante è questo abruzzese , maestro di scuola completamente sordo. Per la modesta somma di una lira al mese, egli fa lezione tutti i giorni a quei ragazzi che vogliono imparare a leggere e scrivere. Guardandolo intento al suo ufficio si direbbe col poeta:

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La faccia sua era di uom giusto

 

Tanto benigna anca di fuor la pelle

 

E d’un serpente tutto l’altro fusto…..

Infatti egli gode fama di uomo astutissimo; è insuperabile nell’arte di combinare dei colpi finanziari; in apparenza paziente e mite, egli passa le sue giornate in una specie di sottoscala, dove su due tavole sostenute da sedie egli elabora le cinque classi elementari suddivise in 22 ragazzi che largamente approfittano della sua sordità per fare un chiasso indiavolato. Calmo, indisturbato, egli intanto macchina delle combinazioni e dei piani che danno poi lavoro ai colleghi del castello.

Molti coatti sono impiegati come servi nelle case dei privati e più specialmente nelle case dei molti francesi che sono appaltatori delle cave di pomice; (Si dovrebbe trattare della ditta Bacot); altri sono barbieri, calzolai, fornai, orefici, pescatori….e si spargono dall’alba al tramonto per le vie della città, svolgendo la loro fatica fra la diffidenza e il disprezzo della popolazione, sfuggiti da tutti senza che mai una parola amorevole o cortese venga loro rivolta.

Essi non sentono che comandi aspri, rimproveri duri e le invettive dei compagni; scalzi mal vestiti, con gli occhi torvi e le teste arruffate essi lavorano, ma con odio, con collera, con furore quasi, e la sera con l’anima satura di fiele si gettano su quel sacco di vecchia paglia, popolata di luridi insetti sognando la coltellata che li liberi dalla vita.

In questo terribile ambiente , fatto di tutti gli avanzi della scostumatezza e della miseria morale, fervono passioni e vizi di una violenza ripugnante. L’usura lo strozzinaggio si esercitano con attività dissanguante causati e mantenuti dal gioco d’azzardo; fra un’ora e l’altra si prestano quattro soldi per verne sei, se ne prestano sei per averne dieci, e quelli che lavorano nelle cave sono i più sfruttati, perché nella loro furia distruggitrice del denaro essi giocano tutta la loro settimana, senza neppure contare quelle lire che faticosamente hanno guadagnate.

Una statistica originale ce li presenta divisi in regioni; ad esempio, i veneti sono più miti, si limitano a lavorare per bere e quando sono presi dal vino si gettano a letto e stanno tranquilli.

I calabresi e i siciliani rubano tutto quello che capita loro sotto mano. Quando nei dormitori, nella infermeria o in città avvengono dei piccoli furti, le guardie agguantano i calabresi e i siciliani certi di trovare fra loro la refurtiva.

I romani e i romagnoli sono sanguinari, l’uso del coltello è per loro una necessità organica. Nei pomeriggi estivi, sugli spalti del castello sono spesso disarmati e puniti perché tirano di scherma con il coltello a serramanico mostrando in questo esercizio una destrezza spaventosa. Ma pochi giorni dopo essi sono ancora in possesso della loro arma preferita; per comperare questo infido compagno essi si sottopongono a qualsiasi lavoro, a qualsiasi privazione.

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I napoletani sono gli organizzatori delle molte società di ladruncoli, manutengoli, spacciatori di refurtiva, ecc.; essi esercitano la camorra con quella audacia e prepotenza che li rende poi temuti e rispettati; sono per lo più oziosi, spendono con una superiorità insolente i danari dei loro protetti.

Questa ciurma costretta nel breve spazio del castello diroccato, nella tristezza di quel luogo che contrasta con l’incanto dal panorama stupendo che la natura stende ai suoi piedi, questa ciurma degenerata, purulenta e peccaminosa che vive a spese dello Stato, ogni tanto si permette dei banchetti succolenti, delle grandi feste che solennizzano per lo più il matrimonio di qualche collega.

La popolazione libera sta in guardia contro i coatti, né mai si stanca di protestare, come può, per il loro soggiorno a Lipari, né mai per nessuna sventura o gioia cittadina si fonde a loro; nell’animo di ogni isolano cresce la pianta della diffidenza e del disprezzo; specialmente le donne sanno che ogni padre, ogni fratello sarebbe pronto a togliere da questo mondo se sospettassero soltanto un’intensa con un coatto. Tuttavia una certa quantità di infelici donne vengono gettate dal continente sulle rive di quest’isola incantata, e poiché i giovani coatti possono sposare e avere una famiglia, sempre però ritirandosi soli la sera al castello, così di frequente accadono questi orribili matrimoni festeggiati con grande schiamazzo dalla ciurma ubriaca. Si può immaginare una cerimonia più umiliante di questo mariage che si compie tra il cinismo e i lazzi osceni di quella gente perduta?

Nessun vincolo sentimentale, nessuna considerazione morale lega i due sposi che spesso si conoscono appena e compiono le formalità del rito reciprocamente canzonandosi e chiamandosi con soprannomi ridicoli o infamanti, mentre attorno suona il dileggio più plateale, l’ironia scomposta di quei seicento incoscienti che nelle loro manifestazioni di gioia rievocano la visione di una bolgia infernale.

Né mai è accaduto che una donna si sia redenta, né che scontata la pena, l’uomo l’abbia portata con sé. La depravazione e l’ignominia sono tali, lì dentro, che nessuno pensa di assumere un dovere o di accettare una responsabilità dando il suo nome e la sua firma ad una donna.

Questa diceva il delegato che mi accompagnava è l’università del delitto; qui oltre alla quotidiana delinquenza spicciola, si organizzano, si preparano dei buoni colpi che si tenteranno a pena finita, e le menti sono messe alla tortura per escogitare qualche cosa di eccezionale, di sicuro, che conduca ad un reato degno di ladri superiori ed evoluti.

Per questo quasi tutti sono recidivi, che dopo breve soggiorno fra gli uomini essi ricadono nelle mani della giustizia, la quale li rimanda con nuove e più lunghe condanne.

Eppure nulla, proprio nulla si può fare per costoro? Questi giovani che hanno dai 20 ai 30 anni potrebbero essere tolti ad una strada delittuosa e sono lasciati per mesi ed anni in compagnia di vecchi incalliti nel vizio che indisturbati tengono cattedra quasi tutte le sere, fomentando con la descrizione della colpa e con l’esaltazione del reato tutti i cattivi istinti e le male tendenze degli ascoltatori.

Perché accumulare e abbandonare a sé stesse in un ozio neghittoso, tutte queste energie che potrebbero essere adibite al lavoro? Se questa immensa rocca normanna, oggi rifugio di delinquenza, dove le macerie, il letame e la miseria s’accumulano paurosamente con le più turpi degenerazioni, dove i gufi e le civette fanno il loro nido, il mare corrode e il vento bersaglia, questa rocca dove 560 uomini languono accidiosi e sbadiglianti nell’inerzia, si tramutasse in un’ampia spianata dominante il mare e attorno corresse un fabbricato semplice e sano che avesse della scuola e dell’infermeria insieme, non sarebbe asilo più adatto per correggere ed educare questi traviati?

Se dell’antica cattedrale partisse una larga strada che conducesse verso monte Sant’Angelo e sulle lave, sulle scorie dell’antico vulcano fossero piantati vigneti, ulivi e gelsi….se si tracciassero degli orti, si scavassero dei pozzi e questa umanità degradata si tramutasse in una colonia agricola, non sarebbe forse compito degno della civiltà moderna e di quella scienza giuridico-sociale tanto discussa teoricamente ma che ancora non ci ha dati i frutti della sua praticità?

ROSSANA.