L’Album dei ricordi: la meravigliosa Vulcano dei primi anni 60

di Massimo Restuccia

ARIA NUOVA A VULCANO di Mauro de Mauro (1° PARTE, 1964)

11160168_1063691683658197_1144557768_nCon poche ore di viaggio per mare, gli italiani hanno a disposizione per tutto l’anno uno degli ultimi paradisi terrestri: Vulcano, un’isola meravigliosa e ospitale nell’arcipelago delle Eolie dove il turista trova tutto ciò che dà gusto e intelligenza alla vita.

……Oggi, chi sbarca a Vulcano nella baia di levante si imbatte subito nell’Hotel faraglione o nella Pensione Capitti, mentre la baia di ponente, molto più sofisticata, offre al turista l’Hotel Sables Noires, l’Hotel Vulcano, la Pensione Casa Rosa, la Pensione Conti, il “Village del Club “Connaissance du Monde”, il delizioso complesso bungalow “I pagghiara”, cioè i pagliai, che prende il nome dal rivestimento esterno delle pittoresche costruzioni, e infine l’albergo Eolo.

Nei periodi di punta, e soprattutto a agosto, tutto questo non è sufficiente, ed è giocoforza arrangiarsi alla men peggio dove capita, perfino nella sacrestia della chiesetta nuova di zecca. Ma questo è un altro discorso, che non incide su questa breve storia: la cronaca della trasformazione di Vulcano da zolletta d’inferno selvaggia e spoglia a stazione turistica di notevole richiamo…………..

Quando sulla scia dei francesi, scesero a Vulcano i milanesi (nell’estate del 53 fra Porto Ponente e l’Acqua del bagno si sentiva parlare soltanto in puro meneghino, e se non fosse stato per i generosi lembi di pelle esposta al sole si sarebbe potuto pensare di stare in Galleria), allora la fortuna turistica dell’isoletta fu sicura. Il fenomeno però non destò alcun interesse fra i tradizionali operatori turistici, fra gli industriali alberghieri: l’antichissima fucina di Vulcano sente ancora troppo di zolfo, raffigura con toni sempre attuali e evidenti una possibile anticamera dell’inferno, perché un qualsiasi consiglio d’amministrazione deliberi un investimento di capitali su questo autentico residuo di mitologia. Solo dei sognatori, degli originali, dei collezionisti potevano e possono sentire il fascino di Vulcano al punto di farne scopo e mezzo di esistenza.

Sono fatti così, i moderni “albergatori” di Vulcano. La marchesa di Campolattaro è una affascinante signora di rara sensibilità, che ha chiuso dieci anni fa la sua villa di Taormina per trasferire le innate arti di squisita ospite all’Hotel Sables Noires, da lei costruito e gestito: e nel cambio a rimetterci è stata Taormina.

Attilio Castrogiovanni, avvocato, deputato all’Assemblea regionale siciliana, ha piantato la professione e la politica e si è improvvisato albergatore. Ha ideato e costruito “I pagghiara”, il ridente complesso di bungalows rivestiti all’interno di maiolica dalle tinte più dolci a tenui, all’esterno di rozza paglia; ha popolato l’isola di cocorite, voleva popolarla anche di caprette tibetane ma dovette rinunciarvi per i guai combinati dall’irruenza dei primi sei o sette esemplari trapiantati a Vulcano. Cominciò anche a costruire uno stabilimento termale, sul modello delle antiche terme romane, per sfruttare l’acqua bollente e i fanghi radioattivi che sgorgano dalla pietra ai piedi del cono vulcanico, ma le cose gli andarono male e lasciò questa, e altre iniziative, a metà o addirittura appena abbozzate.

Altro “politico” è l’avvocato Restuccia, professore di filosofia a Messina. Restuccia fu uno dei leader del movimento SEPARATISTA SICILIANO DEL DOPOGUERRA; CON Finocchiaro Aprile e con Varvaro condivise la notorietà e le spiacevoli conseguenze dall’arresto, ordinato vent’anni fa da De Gasperi, e del successivo internamento a Ponza. Adesso il professor Restuccia, coadiuvato dalla giovanissima moglie, riceve i clienti sulla soglia del suo albergo – il “Faraglione” – e qualche volta li serve a tavola.

Anche Irene Patrovita, più nota nel mondo della canzone italiana come Irene d’Areni, rivelazione del festival di Sanremo nel 1961, serve talvolta a tavola i clienti del suo Hotel Vulcano. Capitò a Vulcano un paio d’anni fa, per riposarsi, insieme al marito: da allora i due non si sono più mossi dall’isoletta. Mario Patrovita ha liquidato la sua partecipazione in un’industria olearia pugliese, Irene d’Areni ha detto addio a microfono e dischi. Qualche volta, nel dancing dell’Hotel Vulcano, un ritorno di fiamma canora l’assale, ma si tratta di rari sprazzi, le cure dell’albergo le lasciano poco tempo per cantare.

Il lento ma crescente richiamo turistico della loro isola non ha lasciato indifferenti i vulcanari, anzi li ha convinti tutti, uno per uno. Non sono molti, a onor del vero, non superano i cinquecento, ma il loro numero tende a aumentare. Il piccolo boom turistico ha bloccato l’emigrazione, il tradizionale esodo che in passato spopolava le isole dell’arcipelago e lasciava incolti i poderi, deserti e abbandonati i casolari, si è fermato.

il mare caldo, l'acqua ribolle, dalle fenditure del fondale fuoriescono pagliuzze di zolfo incandescente.
il mare caldo, l’acqua ribolle, dalle fenditure del fondale fuoriescono pagliuzze di zolfo incandescente.

Dieci anni fa la popolazione di Vulcano era scesa a meno di quattrocento unità, per lo più donne e bambini: gli uomini validi partivano per l’Australia o per L’America, e quasi mai tornavano. Adesso qualche cosa sta cambiando. I pescatori hanno trasformato le loro barche, le hanno dotate di motore, di salvagente, di cuscini di gomma; loro stessi si sono trasformati in barcaioli, fanno il piccolo cabotaggio fra le isole dell’arcipelago, fra Vulcano e Lipari, e hanno capito che il turismo non è fatto più da originali stravaganti di passaggio ma è diventato una attività economica seria, continua, duratura. Col risultato che molti barcaioli si sono imposti perfino dei veri e propri orari di partenza per le singole corse, e hanno unificato i prezzi, per tutti i tragitti possibili intorno a Vulcano o fra un’isola e l’altra.

Anche gli isolani che vivono a terra si sono poco per volta trasformati. Papà Capitti, ex fornaio, ex pescatore, oggi proprietario e gestore della Pensione Capitti e di svariati altri servizi, simboleggia un po’ questa metamorfosi. Capo di una robustissima famiglia – moglie, nove figli e figlie, e in più generi, nuore e nipoti – decise che tutte quelle braccia dovevano trovarla lì, dove le incudini avevano gemuto e strepitato sotto i martelli dei Ciclopi, la loro Australia. Aveva un vecchio forno, lo trasformò per confezionare un pane diverso, più gradito ai “forestieri”. Durante un inverno, con l’aiuto dei figli ingrandì la sua casetta, costruì altre stanze, la trasformò in pensione. L’anno successivo costruì proprio sul mare, sulla spiaggia di Levante, una trattoria di tipo casalingo. Quando a Vulcano il telefono divenne indispensabile mise a disposizione dei telefoni un locale e assunse la gestione del servizio telefonico. Contemporaneamente dotò Vulcano di due tassì, i due unici tuttora esistenti: sono due vecchie 1400 che hanno superato, in due, il milione di chilometri, ma vanno ancora. Quest’inverno ripasserà i motori, se avrà tempo: infatti, partito l’ultimo turista, ha messo mano alla sopraelevazione della pensione. La prossima estate il numero delle camere sarà raddoppiato.

Nel paesaggio di Vulcano le nuove villette sono venute a mutarne le caratteristiche. Le costruzioni sono tutte nell'inconfondibile stile eoliano, corpo basso, tetto piatto, porticato e scalette esterne.
Nel paesaggio di Vulcano le nuove villette sono venute a mutarne le caratteristiche. Le costruzioni sono tutte nell’inconfondibile stile eoliano, corpo basso, tetto piatto, porticato e scalette esterne.

L’esempio è stato contagioso, ciascuno, nel suo piccolo, ha cercato di fare altrettanto. Le casette bianche, bianchissime, nell’inconfondibile stile eoliano – corpo basso, lungo, a tetto piatto, porticato con pergolato d’uva poggiato su pilastri in muratura – si sono moltiplicate, o per lo meno ingrandite: non c’è famiglia che non sia in grado, fra giugno e settembre, di cedere una o due camere pulite, ariose, igieniche. Si sono moltiplicati anche gli impianti generatori di corrente, e il problema dell’acqua, che gli alberghi hanno risolto cercandosi falde idriche e i privati attraverso pozzi e cisterne, fra qualche mese cesserà di essere tale: l’acqua è stata trovata (l’aveva trovata per primo, quindici anni fa, un eoliano tornato dall’America), l’acquedotto è stato costruito, non resta che da collocare in opera gli impianti di sollevamento e pressione del prezioso elemento.

La metamorfosi degli isolani di Vulcano non si è però limitata alla ricettività o capacità ricettiva. E’ assai più profonda. Quasi avessero dietro le spalle secoli di esperienza raffinatasi attraverso il succedersi delle generazioni, gli isolani oggi sanno valutare e soppesare “il forestiero” con una sola occhiata, per classificarlo di colpo in una delle due grandi categorie che contano, veramente: quello che sbarca a Vulcano così, per vedere l’isola per fare un po’ di vacanza, per provare la novità del tuffo nel mare che scotta, e quello che invece giunge a Vulcano perché ci torna, o per scoprirne e gustarne il fascino. Nei confronti del primo tipo il “vulcanaro” è cortese, premuroso, ma niente di più. Con l’altro tipo, che parla il suo stesso linguaggio, l’abitante di Vulcano si rivela invece ospitale al di là di ogni immaginazione: lo accompagna a pesca, gli indica le tane dei cerniotti o i banchi di ricci, gli svela i segreti dell’isola, la chimica che sembra permeare, e permea veramente, questo meteorite incandescente piombato chissà quando nell’azzurro del Tirreno.

una panoramica della baia di ponente
una panoramica della baia di ponente