L’album dei ricordi: la meravigliosa Vulcano dei primi anni 60 (2)

di Massimo Restuccia

LE VIE D’ITALIA  – ARIA NUOVA A VULCANO   – MAURO DE MAURO 1964 (2 parte)

vulcano 60Ma anche la struttura fondiaria dell’isola è stata sovvertita, in poco più di un decennio. Secondo l’abate Francesco Ferrara, che pubblicò centocinquant’anni or sono un’organica storia di Vulcano sotto il titolo I campi Flegrei della Sicilia, l’isoletta fu consacrata dai primi abitatori dell’arcipelago al dio del fuoco di Hiera,  è rimasta per millenni fedele al suo ruolo di fucina dei Ciclopi. L’abate Ferrara citò Aristotile per raccontare come “un giorno in una parte dell’isola la terra si gonfiò con grande strepito, e dalla cima nella quale si ruppe mandò fiamme, gran vento e ceneri che coprirono Lipari e varie città vicine dell’Italia”, e precisava che esisteva ancora “ il luogo da dove erano state vomitate quelle materie”. Anche Cullia, siracusasno, aveva descritto “la montagna di Vulcano vomitante fra immensi fragori fumo, fiamme e pietre infuocate”. La narrazione di Plinio è, dal punto di vista scientifico, più fedele: descrive l’eruzione del 183 a.C. durante la quale emerse dal mare Vulcanello, il conetto vulcanico unito all’isola maggiore solo per mezzo del sottilissimo istmo che ha dato praticamente vita alle due baie di Ponente e di Levante.

Quale che sia stata l’origine di Vulcano, sta il fatto che all’epoca in cui l’abate Ferrara descriveva la sua storia l’isola era di proprietà dei Borboni di Napoli, i quali la regalarono a un loro amico inglese. Costui non mise mai piede a Vulcano, ma ci mandò un suo amministratore, un tipo freddo e egocentrico di nome Harley.

L’Harley costruì un palazzo (le cui mura esterne esistono ancor oggi) in prossimità delle sorgenti di fanghi caldi che l’on. Castrogiovanni voleva trasformare in terme romane. L’interno del palazzo fu però inghiottito, sul finire del secolo scorso, da uno dei sommovimenti della crosta terrestre piuttosto frequenti a Vulcano, in seguito al quale l’inglese Harley scappò terrorizzato e vendette l’isola a un ricco liparota, il cavalier Favaloro. Costui aveva due figlie nubili alle quali toccò in eredità la proprietà dell’isoletta. Dalle signorine Favaloro l’isola passò ai loro nipoti, i Conti, uno dei quali è proprietario della più antica pensione esistente a Vulcano. Questa era la situazione catastale dell’isola, una quindicina di anni fa. Oggi troviamo la proprietà spezzettata, fra i Conti, i Giuffrè, gli Zanca, i Capitti – gente di Vulcano o di Lipari – e altra gente piovuta a Vulcano dalla terra, che è come dire da un altro mondo. Figurano fra i proprietari di cottages e di terra a Vulcano, oggi, Emma Danieli, il principe Manfredi Lanza di Scalea, due giudici – La Torre e Viola – e un direttore generale del Ministero degli Interni, Severini, la napoletana principessa San Biase, alcuni insigni docenti universitari di Messina e Palermo, un gioielliere milanese, un dirigente della Fiat.

"C'è anche una "boutique", a Vulcano. Solo dei sognatori potevano sentire il fascino dell'isola al punto di viverci e di viverne, di farne mezzo di esistenza.
“C’è anche una “boutique”, a Vulcano. Solo dei sognatori potevano sentire il fascino dell’isola al punto di viverci e di viverne, di farne mezzo di esistenza.

Artefice della salutare lottizzazione dell’isola di Vulcano è stato Mario Patrovita: non pago di gestire il suo albergo, il marito di Irene d’Areni si è fatto costruire un delizioso cottage che accoppia all’armonia del più puro stile coloniale castigliano la funzionale ricerca del comfort. La casina fece gola a più d’uno, il Patrovita ricevette l’incarico di costruirne e arredarne un’altra, poi un’altra ancora. Sono quindici quelle già esistenti, altre sei o sette ne sorgeranno durante l’inverno; ma la metamorfosi di Vulcano ha ricevuto nei giorni scorsi un nuovo, determinante impulso: le resistenze ultradecennali dei Conti di Lipari sono state vinte, l’istmo che congiunge Vulcano a Vulcanello, l’indescrivibile striscia di terra larga appena duecento metri che separa la baia di Levante da quella di Ponente è stata finalmente venduta, l’ha comprata l’ex industriale oleario Patrovita. La sua fisionomia non subirà mutamenti, roccia nera e canneti continueranno a ricoprirla: ma è già pronto il progetto per costruire, sulla più suggestiva lingua di terra dell’intero arcipelago, un centinaio di bungalow rivestiti di pietra nera e circondati dal canneto. Orridi e neri all’esterno come l’ambiente, i bungalows saranno rivestiti all’interno di maiolica rosa, dotati di quattro cuccette, servizi con doccia e acqua corrente, prese d’aria e frigorifero.

Solo quattordici anni orsono Fosco Maraini, l’esploratore e poi cantore del Segreto Tibet, scriveva di Vulcano: “”è un lembo di stella, le sue rocce non sono rocce ma processioni di dromedari fusi, lotte d’iguanodonti torturati, sfaldarsi d’ornitorinchi lebbrosi, esplodere di giraffe in fiamme. Il mare entra nelle viscere dell’isola, l’isola pugnala il mare coi suoi capi contorti. Dappertutto fumacchi e zolfi, vapori e anidridi””.

Dieci anni fa, Vulcano accoglieva il turista con la sabbia nerastra, infocata, del porto di Ponente, dopo l’avventuroso trasbordo del vaporetto al barcone: la baracca di Enrico, all’insegna del “club della pera”, dava il benvenuto. Enrico vendeva cappelloni e zoccoli, radeva la barba, suonava la chitarra e due volte al giorno soffiava nella bucina, per chiamare al pasto, sotto la grossissima lampada a acetilene, gli ospiti dei primi pagliai che sorgevano tutt’intorno alla Pensione Conti. Oggi Enrico è in Australia, l’aliscafo collega Vulcano a Messina in poco più di un’ora, il gong dà agli ospiti degli alberghi il segnale del pranzo.

Una tipica casa eoliana. Appena dieci anni fa Vulcano non offriva nulla, soltanto sabbia. Oggi l'aliscafo collega Vulcano a Messina, il gong dà agli ospiti degli alberghi il segnale del pranzo.
Una tipica casa eoliana. Appena dieci anni fa Vulcano non offriva nulla, soltanto sabbia. Oggi l’aliscafo collega Vulcano a Messina, il gong dà agli ospiti degli alberghi il segnale del pranzo.

Perché l’incantesimo della metamorfosi di Vulcano sta proprio qui: i gruppi elettrogeni, la luce elettrica, i cottages arredati con pezzi d’antiquariato importati da Firenze o da Milano, le cellule frigorifere, gli short drinks serviti da barman impeccabili, nei “tumbler gelèe” al punto giusto, non hanno tolto nulla al dramma tellurico dell’isola. Anche davanti al televisore, a Vulcano ci si sente pionieri. A Vulcano soltanto i sassi hanno un’anima, e i vulcanari non fanno nulla non muovono un dito per interferire fra i sassi e il turista. Ragione per cui se oggi tornasse a Vulcano Ludovico Salvatore d’Austria, autore del più poderoso studio dei tempi andati su Vulcano e sulle Eolie – Die Liparischen Islen – molto probabilmente non si accorgerebbe che qualcosa è cambiato. Si limiterebbe a annotare che qualcosa è cambiato. Si limiterebbe a annotare, nel suo taccuino di viaggio, la presenza dei cottages di Patrovita o dell’albergo bianco-calce della marchesa di Campolattaro.

MURO DE MAURO fotoservizio Scafidi.