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Home Tam Tam Lipari

L’album dei ricordi : la ceramica spagnola a Lipari (1969)

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1 Luglio 2020
in Tam Tam Lipari
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A cura di Massimo Ristuccia

CERAMICA SPAGNOLA A LIPARI di Franco D’Angelo

Rivista Sicilia n. 60 anno 1969

La Sicilia dei secoli XIV e XV ha particolari legami di carattere politico con la corona aragonese. Naturalmente si tratta di legami anche economici, poiché l’isola ha grandi risorse granarie e, in una epoca in cui le carestie flagellano l’Europa, dai porti di Palermo, Trapani, Termini, Licata, Gela, Agrigento, ecc., partono navi cariche di cereali mentre altre navi catalane sbarcano negli stessi porti panni di lana. Sullo scambio pannicereali s’impernia l’economia dell’isola durante tutto il medioevo.

Assieme ai panni catalani, di alto costo e ricercati per la solidità e lo splendore dei colori, s’inseriscono nelle importazioni siciliane altre derrate tra cui i prodotti di ceramica. Nei documenti notarili di Palermo e di Trapani dell’ultimo quarto del secolo XV, alcuni carichi di viaggi marittimi includono infatti prodotti di ceramica provenienti dalle città di Malaga e di Valenza. Questo tipo di ceramica in tale periodo è particolarmente in auge ed è richiesto in tutte le città europee, cosicché le importazioni in Sicilia rientrano nella norma.

Sono prodotti molto pregiati la cui lavorazione è prerogativa delle maestranze spagnole ma di tradizione islamica. Una delle innovazioni tecniche che i ceramisti spagnoli assorbirono dal mondo islamico fu la particolare applicazione dello smalto stannifero che contribuì al perfezionamento della maiolica ispano-moresca. Questa produzione mantenne vivo il gusto e la tecnica del mondo islamico e oggetti così preziosi si trovano riprodotti in molti dipinti del tardo ’400, uno dei quali « I fiori del Trittico Portinari » del 1475-76 di Hugo van der Goes.

Purtroppo ben poco è rimasto in Sicilia :ricordare l’uso di questi oggetti: il Museo di Palermo possiede un vaso del sec. XIII- proveniente d’alle officine di Malaga e piatti a riflessi metallici prodotti a Manicittadina vicino Valenza, il più antico  è del secolo XV. Qualche altro raro pezzo si trova in collezioni private siciliane e tra questi alcuni frammenti di tazze con due manici appena accennati qui illustrati; la tecnica nativa, i colori e la disposizione dell’ornamento ) ci confermano che la loro fattura è ispano moresca, precisamente da Manises.

I           frammenti di queste tazze sono decorati foglie e leggerissime volute, o fiori stilizzati, allineati in file concentriche secondo una partizione metodica e costante. Altra decorazione suddivide la superficie in varie seni in modo che l’ornato risulti disposto simmetricamente e con regolarità. Gli stemmi centro sono molto frequenti e il colore è …. basato sulla dicromia oro e blu. Il ….. è a volte anche ibrido, cioè include simboli cristiani in caratteri gotici, caratteristica propria del tardo secolo XV.

II         simbolo cristiano « IHS » che si trova sul fondo di alcune tazze ci suggerisce che maestranza cristiane di estrazione islamica semplicemente cristiane inserivano nell’orto un elemento religioso, per una chiara denuncia di appartenenza alla fede cattolica ed anche per una moda peculiare della quale si potrebbero citare moltissimi esemplari. Il clima spirituale in cui nacquero gli oggetti è quello della guerra per la conquista di Granata, è quella della lotta contro i « moriscos » e contro i « marrani ».

Questi frammenti sembrano appartenere ad oggetti di uso domestico e sono meno ornamentali dei bacini, piatti, coppe che in genere servivano ad abbellire gli ambienti. I frammenti costituiscono la metà o poco meno della tazza originale e ogni frammento proviene da una tazza diversa; nel recuperarli è chiaro che sono stati prelevati i pezzi più grandi e trascurati quelli minori che avrebbero, però, consentito una ricostruzione totale dell’oggetto. Questi resti, inoltre, sono molto rovinati ed ora non sappiamo se sono stati consumati dall’uso o dal tempo e dagli agenti atmosferici.

Ma la cosa che più ci preme mettere in evidenza è che questi frammenti di Manises provengono da Lipari.

L’isola di Lipari non ha avuto un periodo medioevale particolarmente fulgido da giustificare la presenza e ora il ritrovamento di ceramica di questo tipo. Conoscendo come luogo di provenienza solo Lipari e ignorando invece il luogo esatto del ritrovamento ed il suo probabile possessore, si possono fare delle ipotesi.

Prima ipotesi: queste tazze appartenevano ad un mercante di Lipari, un rivenditore di ceramiche, e sono i resti della sua mercanzia. Questa ipotesi non è molto plausibile: gli oggetti sono soltanto di un unico tipo, non ci sono resti di piatti, bacinelle, alberelli, cioè tutta quell’altra mercanzia che indubbiamente è presente in una bottega ben fornita.

Seconda ipotesi : i frammenti di queste tazze facevano parte di un ricco corredo di una casa liparota. Questa tesi appare più accettabile e potrebbe anche ricollegarsi al ritrovamento, proprio in Lipari, di quella tavola su cui è ritratatta da Antonello da Messina la figura di un ignoto, conservata ora al Museo Mandralisca di Cefalù.

Prima di manifestare una terza ipotesi bisogna descrivere e chiarire quale fosse la funzione di Lipari e di tutto l’arcipelago eoliano nel secolo XV. L’abitazione dell’isola nel tempo è da mettere in rapporto con lo sfruttamento e il commercio dell’ossidiana, « l’oro nero della preistoria », la quale permise un rapido sviluppo economico dell’isola. Solo l’avvento dei metalli tolse agli eoliani la risorsa di tale commercio e durante il medioevo l’arcipelago è povero, abitato da pochi e principalmente rifugio di corsari.

Il Boccaccio nella novella seconda della quinta giornata del Decameron ci presenta un certo Martuccio Gomito di Lipari il quale esercita il mestiere di pirata. Sembra una novella fantastici, ma invece è confermata dai documenti del secolo’ XIV e XV nei quali risulta che le navi dei liparoti andavano all’arrembaggio anche di navi siciliane. Del resto la posizione geografica dell’isola di Lipari e dell’intero arcipelago sulla rotta delle navi da e per la Sicilia, la mancanza di una proficua attività agricola, favoriva questo redditizio mestiere e l’isola era un ottimo nascondiglio delle navi pirate.

Che le tazze, tutte di una stessa dimensione, tutte più o meno di una stessa epoca, tutte provenienti da un unico luogo di produzione, Manises, e trovate a Lipari facessero parte di un viaggio marittimo verso la Sicilia o verso Napoli, intercettato dai liparoti, o meglio che siano i resti di un pingue bottino di pirati giunti fino ai nostri giorni, è il contenuto della terza ipotesi, una delle più probabili e anche la più affascinante.

Il ritrovamento casuale e l’attinenza con la pirateria non sono insoliti: le più belle monete d’oro, gli oggetti di oreficeria più preziosi si trovano in Scandinavia e sono i resti delle razzie vichinghe compiute durante i secoli X e XI nei vari paesi del nord Europa.

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