L’album dei ricordi : cinque guide di Mucugnaga sopra ” La Canna” (1973)

a cura di Massimo Ristuccia

RIVISTA CAI NOVEMBRE 1973

Cinque guide di Macugnaga sopra «La Canna» di Filicudi nelle Isole Eolie.

Nel giugno 1973, cinque guide del Monte Rosa lasciarono Macugnaga e attraversarono l’Italia per raggiungere Filicudi, un’isola delle Eolie; a nord di quest’isola, si innalza al cielo per circa 100 metri, a picco, un famoso scoglio chiamato per la sua forma «La Canna»; nessuno lo aveva mai scalato; popolazione e turisti si limitavano ad ammirarlo come una meraviglia della natura. Lo notò, tuttavia, Carlo Ravasio, direttore del giornale di Macugnaga II Rosa, e subito pensò alle sue guide, ad un incontro fra gente del nord e gente del sud, fra la montagna e il mare. E, d’accordo con l’ing. Giuseppe Rodriguez, presidente dell’Azienda di Soggiorno di Lipari, capoluogo delle Eolie, organizzò la spedizione; una crociera, con autorità e macugnaghesi e il coro di Macugnaga, accompagnò la spedizione. Fu recata in dono una madonnina di bronzo che le guide, dopo la difficile scalata (era la prima volta, fra l’altro, che partivano dal… mare) riuscirono a issare sulla sommità del grande scoglio. Ecco, ora, il racconto della memorabile scalata.

Lasciamo la barca e ci sistemiamo su di uno scoglietto ripido, che sarà la base dell’operazione. L’attrezzatura è la solita: corde, chiodi, martello, cordini e moschettoni, tutto come sul nostro Monte Rosa. Guardando in alto, vediamo cento metri circa di parete che si staglia contro il cielo, ma non ci sono aquile o camosci, bensì gabbiani e falchi che sorvolano «La Canna» quasi come soldati a difesa della loro fortezza. Se invece guardiamo verso il basso, c’è acqua, tanta acqua di un azzurro cupo così da non riuscire a vederne il fondo ma solo pesci, grossi pesci che si inseguono, il che ci fa veramente paura; ma l’orgoglio ci sprona e attacchiamo.

La roccia non è quella che si presumeva, solida e bella, ma molto friabile, e le fessure tutte cieche tanto che i chiodi, dopo due colpi, non entrano più. Alla prima lunghezza di corda, usiamo due chiodi e affrontiamo una traversata in diagonale verso destra con passaggi di III grado e e sostiamo su di un terrazzino molto stretto ed esposto. (Due chiodi di assicurazione, più… morali che validi). Proseguiamo ancora per dieci metri in traversata (IV) e usciamo su di uno spigolo dove troviamo un punto buono per mettere un chiodo sicuro. Con un leggero spostamento verso sinistra arriviamo ad un camino di roccia nera, molto friabile, e molto esposto (IV grado, tre chiodi). Una brevissima sosta con solo il posto per i piedi e siamo al punto chiave della salita; un diedro con un tetto di due metri, oppure una piccola traversata verso destra, espostissima. Optiamo per la seconda e, mettendo in pratica tutta la nostra tecnica e capacità, riusciamo a passare. (Un solo chiodo di posizione in partenza e poi tutto in «libera»).

Gli appigli sono scarsi e si prosegue per aderenza; all’uscita dell’ultimo passaggio, troviamo uno strapiombo di 50 metri circa; sotto non vediamo… crepacci e neve, ma acqua: tanta acqua che ci terrorizza, tanto più che nessuno di noi sa cosa significhi nuotare; comunque, superiamo anche questo difficile passaggio e veniamo a trovarci su di una buona cengia con un ottimo punto di assicurazione. Un attimo di sosta per riprender fiato, e guardando intorno vediamo in una nicchia della roccia un nido con due grosse uova; probabilmente del gabbiano che continuamente gira sopra le nostre teste.

 Guardando verso l’alto ci sembra di intravvedere la soluzione per uscir fuori; oltre tutto, qui la roccia cambia, è più solida e di un colore marrone scuro. Sentiamo un fruscio; sono due lucertole che rincorrendosi vengono verso di noi e, anziché scappare, una sale sulla mia gamba e strisciando per il mio corpo si sposta sulla spalla del mio compagno; l’inseguitrice segue lo stesso itinerario. Povere bestiole! Non avevano mai visto un uomo e non ne avevano paura! Ci meravigliamo molto nel vedere segni di vita, oltre ai soliti falchi e gabbiani, ma guardandoci attorno scorgiamo anche alcune serpi che, immobili, si stanno «abbronzando» al sole che qui è veramente equatoriale. Da notare che la «Canna» dista quasi un chilometro dall’isola, sorge sola in mezzo al mare; terra vergine, quindi, nel senso più esatto della parola. Lucertole e serpi dimostravano soltanto curiosità, e ci giravano attorno come per studiarci bene, per imparare che razza di bestie eravamo. Pareva volessero giocare con noi!

Un’altra lunghezza di corda (IV) per rocce rotte (tre chiodi); la sosta è su di un buon punto. Ora, sopra di noi, c’è un salto di circa 40 m, verticale (con roccia rossastra, simile a quella dei nostri Fillar) che superiamo impiegando quattro chiodi; poi 20 m di cresta facile per giungere sul punto più alto; la percorriamo quasi di corsa, freneticamente, tutti insieme; e la «Canna» è vinta! Il nostro altimetro segna 97 metri. Materiale usato: 17 chiodi, di cui tre lasciati in parete; lasciato anche (attrezzato) il passaggio più esposto, a metà salita, mediante una fune d’acciaio. Luciano Battineschi, Felice Jacchini, Carlo Jacchini, Michele Pala, Lino Piron i (Guide di Macugnaga).

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