L’album dei ricordi: Bianco (pomice) e nero ( ossidiana) di Peppuccio Subba

lipari bianco e nero

A cura di Massimo Ristuccia

Gazzetta del Sud : quotidiano della Calabria , Anno 42, n. 50 (20 apr. 1993), p. 3.

 (Nel 1991 si parlava di museo della pomice a Lipari)

Lipari bianco (pomice) e nero (ossidiana).

di Peppuccio Subba

I due minerali sono stati al centro della storia e dell’economia dell’isola sin dal neolitico quando venivano usati per fabbricare armi e utensili, quello più duro, l’altro come materiale edilizio. La pomice veniva un tempo scavata dai confinati per reati comuni, poi furono impiegati isolani con metodi estrattivi primitivi ma la sua vera utilizzazione industriale raggiunse i massimi livelli dopo la seconda guerra mondiale.

Lipari, la principale delle isole Eolie, è la più estesa ma anche la più complessa dal punto di vista geologico. I fenomeni più appariscenti e che assumono aspetti scenografici sono le bianche montagne di pomice, visibili dal mare, e le grandi nere colate di ossidiana, più nascoste: le une e le altre concentrate, su un area di 8 chilometri quadrati, nel quadrante nord-est dell’isola. La pomice e l’ossidiana sono materiali di origine vulcanica, aventi la stessa composizione chimica, entrambe lave riolitico-alcaline, ma di diversa struttura per le modalità di eruzione e raffreddamento.

Vetro amorfo a struttura compatta è la nera, lucida e brillante ossidiana, che non ha potuto cristallizzarsi per il rapido raffreddamento; vetrosa, ma tutta vacuoli, simile ad una schiuma solida la bianca pomice, derivata da un magma acido e viscoso che solidificandosi non ha permesso l’uscita ai gas in essa contenuti.

I due minerali sono stati al centro della storia, della cultura e dell’economia delle Eolie. L’ossidiana era utilizzata nei tempi lontani del neolitico, la pomice ha trovato impiego successivamente.

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Le testimonianze archeologiche documentano che le isole furono popolate, fin dagli ultimi secoli del V millennio a.C., da genti provenienti dalla Sicilia, attratte dall’enorme risorsa economica offerta dall’ossidiana, che era stata eruttata dal vulcano di “Monte Pelato”.

Il tagliente vetro vulcanico era molto ricercato fino all’avvento dell’era dei metalli e costituì quindi la base della straordinaria proprietà di cui le Eolie godettero per due millenni circa. L’ossidiana di Lipari è stata trovata in grande abbondanza nei villaggi del neolitico della Sicilia e della penisola italiana. Ma ha pure raggiunto le coste di diversi paesi del Mediterraneo. Infatti, l’uomo del neolitico la lavorava per ottenere oggetti taglienti, in particolare coltelli e raschiatoi. La pomice è uno dei più antichi materiali da costruzione e il suo uso a Lipari era già noto fin dal VI-V secolo a.C. Nelle tombe greche è stata trovata una leggera stratificazione di polveri e granuli di pomice; nelle tombe romane, invece, era steso uno spesso strato di lapillo. La storia ha lasciato numerose vestigia in cui l’applicazione del materiale vulcanico ha attraversato i secoli fino ad arrivare ai nostri giorni assicurando una lunga durata. Ad esempio il famoso Colosseo ha nelle sue fondamenta strati di pomice di Lipari. Vitruvio e poi Plinio e Strabone accennano all’applicazione di questo materiale leggero da parte dei romani per costruire, volte, tetti e soprattutto terme e templi.

Si dice che per realizzare la cupola centrale emisferica del Pantheon di Roma, costruito nel 27 a.C., al tufo cementizio fu unita la pomice di Lipari per dare leggerezza alla parte superiore. L’utilizzazione industriale della pomice come abrasivo, come materiale da filtraggio e nel settore edilizio cominciò all’inizio del secolo scorso ma raggiunse i massimi livelli d’impiego dopo la seconda guerra mondiale. Questo straordinario prodotto che ha dato lavoro a migliaia di operai, veniva un tempo scavato dalla bianca montagna dai confinati per reati comuni. Poi furono impiegati isolani. Finchè i metodi di estrazione si mantennero primitivi, il lavoro in cava dovette essere terribilmente duro: si demoliva con mazza e “palu”, immersi nel bagliore accecante di tutto quel bianco, in una perenne nuvola di polvere che, filtrando nei polmoni, rendeva la silicosi una malattia praticamente endemica.

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Le frane assai frequenti facevano il resto. Il tutto per una paga irrisoria. Il prodotto scavato veniva poi lavorato artigianalmente con arnesi, utensili strumenti, macine e macchine mosse a mano.

Poi la pomice confezionata in sacchi o sfusa veniva trasportata dalla spiaggia, con barche a remi, fin sotto le navi.

Negli ultimi anni le due industrie locali Pumex e Italpomice, che incorporavano tutte le piccole aziende, hanno proceduto ad una ristrutturazione e ammodernamento degli impianti rivoluzionando i metodi di estrazione e lavorazione. Ora gli immensi giacimenti pomiciferi vengono affrontati con mezzi razionali: bulldozer, escavatori, frantoi, nastri trasportatori ecc.

Per raccogliere e riprodurre queste preziose testimonianze storiche e soddisfare le esigenze culturali alcuni parlamentari regionali, primo firmatario l’on. Luciano Ordile, proposero di istituire, tra glia altri, anche il museo della pomice di Lipari. L’assemblea regionale accogliendo la richiesta approvò la L.r. 15 maggio 1991, nr. 17, che prevede anche tale istituzione.

Quindi Lipari, oltre all’inestimabile patrimonio di reperti di interesse archeologico conservati nell’importante museo regionale, potrebbe proporre anche una pregevole raccolta di espressioni della cultura materiale risalenti ad un passato che testimonia il lavoro e l’economia di un popolo che ha radici lontane e tradizioni forti.

Nel museo della pomice di Lipari dovrebbero essere raccolti attrezzi, utensili, macine, forni, camini ecc. e all’interno e all’esterno creare ambienti del tempo antico. Insomma una sorte di archeologia industriale che intende fornire una lettura in termini storico-economici e antropologici del processo di produzione di questo pregevole materiale e dell’operosità del popolo eoliano. I responsabili della Pumex e della Italpomice si sono già dichiarati disponibili a cedere tutti gli oggetti (impianti, attrezzi ecc.) in disuso. Ma perché ogni strumento possa far rivivere fortemente la sua storia è necessario che la struttura museale venga ubicata nell’ambiente naturale in cui si svolse e tutt’ora si svolge l’attività di estrazione e lavorazione della pomice.

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I grandi giacimenti, le cave di pomice, le fantastiche colate di ossidiana e, infine, la pregevole esposizione costituiranno un itinerario culturale di grande richiamo sotto il profilo turistico e storico-culturale.

Pare che la Sopraintendenza ai Beni culturali e ambientali di Messina, su disposizione dell’assessorato regionale, abbia sollecitato, tempo addietro, l’amministrazione comunale di Lipari di localizzare un immobile da acquistare per adibirlo a sede del museo. Nella frazione di Acquacalda, proprio nella zona adiacente le montagne di pomice, esistono dei vecchi stabilimenti industriali non più utilizzati che, debitamente restaurati, potrebbero ospitare le varie sale in cui radunare gli oggetti e nelle immediate adiacenze ricostruire gli ambienti (cave ecc.) in cui si svolgeva il difficile processo di estrazione e di lavorazione. Il museo della pomice, oltre ad essere un prezioso contenitore di tracce di un tempo perduto e quindi un produttore di cultura nel presente, costituirebbe un doveroso omaggio a tanti isolani, che per sfuggire all’emigrazione, hanno affrontato, per svariati decenni, il duro lavoro nella loro terra. Speriamo che il comune di Lipari curi con sollecitudine gli adempimenti di propria competenza perché questa nuova entità museale vada presto in porto al fine di aprire nell’arcipelago una nuova via verso un futuro ricco di ulteriori prospettive.

Peppuccio Subba

 museo pomice istit.