Il 19 marzo 2026 la Commissione Nazionale Italiana per l’UNESCO ha dato il via libera a tre nuove candidature per la Lista del Patrimonio Culturale Immateriale, e una di queste tocca una delle tradizioni più radicate del Paese: il presepe. Insieme al rito della messa a riposo delle uve della Valpolicella e al patrimonio alimentare alpino, l’Italia porta davanti al comitato intergovernativo dell’UNESCO l’arte di costruire la scena della Natività, una pratica che attraversa otto secoli di storia e che continua a vivere nelle case, nelle botteghe e nelle piazze.
Non si tratta di candidare un monumento o un luogo, ma un sapere. La Convenzione UNESCO del 2003 sul patrimonio immateriale tutela pratiche, rappresentazioni e conoscenze che le comunità riconoscono come parte della propria identità, e il presepe rientra a pieno titolo in questa definizione: non è un oggetto da museo, è qualcosa che milioni di persone rifanno, ampliano e tramandano ogni anno.
Un dossier a tre voci: cosa contiene la candidatura
Il titolo ufficiale del dossier è “Il presepe, dalle origini a tradizione culturale, e l’arte di crearlo” e la sua prima caratteristica è la dimensione transnazionale: la candidatura è presentata dall’Italia insieme a Spagna e Uruguay, a conferma che la tradizione presepiale ha viaggiato ben oltre il Mediterraneo, seguendo le rotte dell’emigrazione e delle missioni. Il documento mette al centro la creatività artistica, l’artigianato e la spiritualità popolare delle comunità che costruiscono presepi, e alla sua stesura hanno contribuito l’Associazione Italiana Amici del Presepio, attiva dal 1953, e i luoghi simbolo di Greccio e Assisi.
Il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha definito il presepe un elemento qualificante dell’identità culturale italiana, e la scelta dei tempi non è casuale: il 2026 segna gli 800 anni dalla morte di San Francesco, l’uomo che a quella tradizione diede inizio. L’iter, va detto, non sarà breve: i dossier vengono esaminati dal comitato intergovernativo secondo cicli di valutazione che richiedono in genere alcuni anni, ed è in quella sede che si deciderà l’iscrizione nella lista.
Otto secoli di una tradizione che non si è mai fermata
Tutto comincia nel Natale del 1223 a Greccio, nella valle reatina, dove Francesco d’Assisi fece allestire una mangiatoia con il bue e l’asinello per rappresentare la nascita di Gesù davanti agli abitanti del borgo.
Da quella prima scena vivente la tradizione si è ramificata in scuole regionali con stili e materiali propri: il presepe napoletano del Settecento, con i suoi pastori in terracotta vestiti di stoffe preziose, quello bolognese a figura intera modellata, quello genovese in legno scolpito, fino alla tradizione toscana dei figurinai della Lucchesia, che nell’Ottocento partirono con le ceste di statuine in gesso per venderle nelle strade di mezza Europa e d’America.
Ciò che rende il presepe candidabile, però, non è la sua storia ma la sua vitalità presente. L’ultima edizione giubilare della mostra internazionale “100 Presepi in Vaticano” ha superato i 290mila visitatori, con opere arrivate da 21 Paesi esposte sotto il Colonnato del Bernini. I presepi viventi, da Greccio ai Sassi di Matera, mobilitano ogni dicembre interi paesi tra figuranti e spettatori, e i corsi di tecnica presepiale organizzati dalle associazioni di settore continuano a formare nuove generazioni di appassionati. Per l’UNESCO è esattamente questo il requisito che conta: una pratica trasmessa di generazione in generazione, ricreata costantemente dalle comunità.
Le botteghe e le aziende storiche che custodiscono il mestiere
Dietro la tradizione c’è una filiera produttiva che l’Italia si porta dietro da secoli e che oggi ha i tratti di un artigianato specializzato: scultori che modellano i prototipi, formatori, decoratori che dipingono a mano ogni figura, scenografi delle miniature. Un patrimonio di competenze che sopravvive nelle botteghe storiche e in aziende che hanno trasformato il mestiere in una storia industriale senza rinunciare alla lavorazione manuale.
È il caso di realtà come Fontanini, azienda nata nel 1908 a Bagni di Lucca, nella terra dei figurinai, e arrivata oggi alla quarta generazione: le sue statuine, interamente realizzate in Italia e dipinte a mano pezzo per pezzo, coprono misure che vanno dai 4 ai 180 centimetri e raggiungono i mercati di tutto il mondo, con un seguito tale da alimentare negli Stati Uniti un club di collezionisti per cui vengono prodotti ogni anno pezzi unici numerati.
Numeri che raccontano un fatto spesso sottovalutato: l’arte presepiale italiana è anche una voce dell’export culturale, capace di parlare a pubblici che con la tradizione cattolica italiana hanno poco a che fare.
Cosa cambierebbe con il riconoscimento
L’iscrizione nella lista non porta vincoli né finanziamenti automatici, ma l’esperienza delle candidature andate a buon fine dice che il riconoscimento produce effetti concreti.
Per il presepe, un esito positivo significherebbe soprattutto proteggere la trasmissione del mestiere, dalle tecniche di modellazione alla pittura delle statuine, in un momento in cui l’artigianato fatica ovunque a trovare ricambio generazionale. E significherebbe certificare a livello mondiale ciò che la dimensione transnazionale della candidatura già suggerisce: quella scena nata in una grotta del reatino nel 1223 è diventata un linguaggio universale, che l’Italia condivide con il mondo ma di cui resta la culla e la capitale.










