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Ci sono eventi che arrivano facendo rumore e altri che, forse proprio perché più importanti, hanno bisogno di tempo per essere ascoltati.
Quello che è accaduto nel luglio scorso a Lipari, in occasione di Eoliè, rassegna organizzata dall’avv. Francesco Malfitano, appartiene alla seconda categoria.
Nella piscina naturale di Sottomonastero, ai piedi dell’Acropoli, a pochi metri dalle antiche strutture del porto romano, è scesa in acqua una figura di pietra. Un uomo in piedi su una barca, fermo e insieme in movimento. Il suo nome è Journey Man, l’uomo in cammino.
Probabilmente è l’avvenimento culturalmente più significativo dell’estate liparota. Eppure, travolto dalle consuete distrazioni della stagione turistica, è passato in parte sotto traccia a livello locale. Un destino quasi paradossale per un’opera che porta a Lipari un artista di fama internazionale e che, soprattutto, restituisce al mare la memoria di uno dei più grandi archeologi siciliani: Sebastiano Tusa.
L’autore è Jason deCaires Taylor, scultore britannico classe 1974, artista e naturalista subacqueo che da vent’anni lavora sul confine tra arte, archeologia, ambiente e trasformazione del paesaggio marino.
Nel 2006, a Grenada, realizzò il primo parco di sculture sommerse al mondo. Da allora il suo lavoro ha raggiunto alcuni dei luoghi più straordinari del pianeta: il MUSA di Cancún, con centinaia di figure, il Museo Atlántico di Lanzarote, le installazioni di Cannes e numerosi altri interventi nei mari di tutto il mondo.
Le sue sculture non sono semplicemente opere d’arte collocate sott’acqua.
Sono pensate per diventare altro.
Realizzate con materiali compatibili con l’ambiente marino, hanno superfici volutamente ruvide, porose, scavate. Il tempo fa il resto. Coralli, alghe, spugne e altri organismi si insediano sulle figure, modificandole progressivamente. La scultura perde così la sua dimensione esclusivamente umana e diventa habitat, rifugio, barriera artificiale.
È un’arte che non vuole rimanere immobile. È un’arte che accetta di essere trasformata.
Ed è proprio questa caratteristica a rendere Journey Man particolarmente adatta a Lipari.
Perché l’opera è dedicata a Sebastiano Tusa.

Tusa non aveva mai considerato il mare come un semplice spazio da attraversare. Per lui era un archivio immenso, una biblioteca sommersa, un luogo nel quale la storia continuava a vivere.
Archeologo, studioso della preistoria e del patrimonio subacqueo, nel 2004 fondò la Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana, la prima istituzione pubblica in Europa dedicata specificamente alla tutela dei beni culturali sommersi.
Una scelta rivoluzionaria, soprattutto in un Paese come l’Italia, dove una parte enorme della storia si trova sotto il livello dell’acqua.
Fu Tusa a contribuire in maniera decisiva all’individuazione, al largo di Levanzo, del campo della Battaglia delle Egadi, lo scontro navale del 241 a.C. che pose fine alla Prima guerra punica.
Da quelle acque riaffiorarono reperti straordinari, tra cui i rostri in bronzo delle navi romane e cartaginesi.
Ma più ancora delle scoperte, resta una sua idea: i siti archeologici sommersi devono, quando possibile, essere conosciuti e visitati nel luogo in cui si trovano, senza essere necessariamente strappati al loro ambiente.
Il patrimonio sommerso, diceva in sostanza Tusa, appartiene anche al mare.
Ed è difficile immaginare un luogo più appropriato di Sottomonastero per ricordarlo.
Proprio qui, infatti, Tusa aveva condotto indagini sulle strutture dell’antico porto romano di Lipari.
Oggi, a pochi metri da quelle testimonianze, il suo volto è tornato sott’acqua.
La figura di Journey Man non celebra Tusa attraverso un monumento tradizionale.
Non c’è un piedistallo. Non c’è una piazza. Non c’è una targa davanti alla quale fermarsi.
C’è il mare.
Tusa è rappresentato in piedi su una piccola imbarcazione, in una posizione che suggerisce un viaggio. Non un arrivo, ma una partenza. Non una conclusione, ma un percorso ancora da compiere.
La figura è sospesa tra la luce della superficie e il buio del fondale.
Ed è forse qui che l’opera trova il suo significato più profondo.
Perché Tusa ha dedicato una parte della propria vita proprio a ciò che si trova sotto quella superficie: a tutto ciò che non vediamo, a ciò che il mare nasconde e che l’archeologia può riportare alla conoscenza.
La sua morte, avvenuta il 10 marzo 2019, ha interrotto quel viaggio.
Tusa era diretto a Nairobi, dove avrebbe dovuto partecipare a una conferenza UNESCO. Il volo Ethiopian Airlines 302 precipitò pochi minuti dopo il decollo.
Aveva 66 anni. Era assessore ai Beni Culturali della Regione Siciliana. Oggi riposa nella chiesa di San Domenico a Palermo, il Pantheon dei siciliani illustri.

Ma a Lipari, in un certo senso, una parte di lui è tornata nel luogo che più gli apparteneva: il mare.
La particolarità di Journey Man è che l’opera non è conclusa. O meglio: non lo sarà mai.
È stata concepita per essere completata dal mare.
Questo è uno degli aspetti più affascinanti della poetica di deCaires Taylor. La scultura arriva sott’acqua come un corpo estraneo e, lentamente, viene colonizzata dalla vita.











