Il poeta e scrittore eoliano racconta il Premio Eugenio Vitarelli, il rapporto con Lipari, il dialetto, la memoria e quella «isolitudine» che continua ad abitare la sua scrittura. «Essere poeti in una società devota al potere significa essere degli eretici»
di Alessio Cioni
A volte un’isola non è soltanto un luogo. Diventa una misura dell’anima, una distanza, una memoria che il mare non riesce a cancellare. Per Davide Cortese, poeta e scrittore di Lipari, le Eolie sembrano avere assunto proprio questa dimensione: non soltanto il paesaggio nel quale è cresciuto, ma una presenza profonda che continua a riaffiorare nella poesia, nella lingua, nei ricordi e perfino nella nostalgia. Il recente Premio Eugenio Vitarelli, ricevuto a Spadafora, ha aggiunto un nuovo riconoscimento a un percorso letterario nel quale Lipari occupa un posto speciale. Un premio che Cortese ha accolto con gratitudine, senza trasformarlo però in un punto d’arrivo.
«Sono stato felice, naturalmente», racconta. Ma il valore del riconoscimento, per lui, sta soprattutto nella sua origine: «Un premio attribuito deliberatamente ha un valore unico e un sapore diverso, poiché non scaturisce da un concorso ma dallo sguardo spontaneo e disinteressato di chi sceglie di fermarsi a osservare un percorso e decide di valorizzarlo con un riconoscimento».
La gratitudine va alla commissione cultura del premio, a Mariaclara Mollica e a Padre Alessandro Lo Nardo, che hanno speso per lui «parole luminose», al presentatore Giovanni Remigare e alla comunità di Spadafora. Un riconoscimento particolarmente significativo anche per il legame di Eugenio Vitarelli con le Eolie, territorio che lo scrittore amava e che era stato molto vicino anche a Leonardo Sciascia.
Lipari, quando la terra entra nei versi
Cortese non sente però la propria poesia come un programma consapevole per raccontare Lipari. La terra entra nella scrittura quasi naturalmente, senza essere chiamata.
«Credo nasca tutto dalla pura esigenza di scrivere, di esprimersi. La mia terra e le mie origini, poi, si palesano tra le righe, in tutta libertà».
È forse proprio questa spontaneità a rendere particolarmente autentico il rapporto tra il poeta e le Eolie. Lipari non viene descritta: affiora. Non viene costruita come una scenografia letteraria: vive dentro lo sguardo di chi la conosce intimamente. Anche il dialetto assume allora un significato che va oltre la scelta linguistica. In “Vientu”, la lingua eoliana diventa materia poetica, memoria e affetto.
«Il dialetto eoliano è per me la lingua degli affetti, l’intimo codice con cui si comunica con le persone amate: la famiglia, gli amici. Usare il dialetto per scrivere versi è, quindi, senz’altro un atto d’amore».
Una definizione semplice e insieme profondissima. Il dialetto non come reperto del passato, ma come lingua viva delle relazioni. Una lingua che conserva il calore delle persone prima ancora delle parole.
Il cuore di fuoco delle Eolie
Per comprendere davvero la poesia di Cortese bisogna entrare nel concetto di isola. Lipari, nella sua riflessione, non è soltanto una delle Eolie: è un piccolo universo separato dal resto del mondo. «L’isola è un piccolo cosmo. Ha, anche morfologicamente, una sua precisa identità. Non c’è continuità con il resto del mondo ma netta separazione».
Da questa separazione nasce una particolare percezione dell’altrove, una consapevolezza dell’essere isolani che accompagna chi cresce in un luogo dove ogni esperienza assume inevitabilmente una dimensione particolare.
«Su un’isola è più concreta l’idea di alterità e di un altrove», spiega Cortese. E questa condizione, inevitabilmente, entra nella sua scrittura, intrisa di quella «isolitudine» di cui parlava Gesualdo Bufalino e della «luce spietata e meravigliosa delle Eolie».
La poesia può così compiere un gesto quasi misterioso: «Lipari può varcare la soglia del suo mistero, svelare il suo cuore di fuoco».
È una delle immagini più belle dell’intervista, perché restituisce alle Eolie qualcosa che nessuna descrizione turistica può contenere completamente.
La nostalgia cambia lo sguardo
Il rapporto con un’isola cambia anche quando ci si allontana. La distanza non spezza necessariamente il legame: talvolta lo rende più intenso.
«Credo di sì», risponde Cortese pensando a quanto la lontananza abbia modificato il suo modo di essere liparoto. «Chi, per un motivo o per un altro, vive la nostalgia dell’isola, sperimenta un amore struggente per la sua terra, una forma d’amore sconosciuta a chi l’isola non l’ha lasciata mai».
La nostalgia diventa dunque una seconda forma di appartenenza. Forse persino più dolorosa, perché nasce dall’assenza.
E la poesia, in fondo, sembra avere anche questo compito: impedire che ciò che amiamo si consumi nell’abitudine. «Impedire che l’oggetto del proprio amore si appiattisca nella quotidianità, attenuando sensibilmente il suo splendore, è forse uno dei tentativi più sinceri della poesia».
Tutte le arti come emanazioni della poesia
Il percorso di Cortese non si è limitato alla poesia. Narrativa, cinema, immagini e altri linguaggi fanno parte della sua ricerca.
«Ho sempre voluto spaziare, avventurarmi, cimentarmi con diversi linguaggi. Tutte le arti sono, per me, emanazioni della poesia».
Ma per attraversare davvero la poesia bisogna anche accettare il rischio della vulnerabilità. La scrittura, per Cortese, non può essere una corazza. «Chi scrive versi deve essere disposto a sbandierare al mondo la propria vulnerabile nudità».
Una frase che porta l’intervista dalla dimensione geografica di Lipari a quella più intima dell’uomo che scrive. La poesia nasce dalla bellezza delle isole, ma anche dalle ferite.
«La poesia è un’eresia salvifica e necessaria»
Il discorso si allarga quindi alla poesia contemporanea e al suo rapporto con una società sempre più veloce, distratta e orientata al consumo immediato delle parole.
La risposta di Cortese è netta: «Essere poeti in una società devota al potere significa essere degli eretici. La poesia è un’eresia salvifica e necessaria. È sempre in odore di rogo». La poesia, dunque, non come ornamento, ma come forma di resistenza. Un gesto necessario proprio perché non obbedisce completamente alle regole del tempo presente.
Salvare il fuoco della memoria
Anche la memoria eoliana preoccupa il poeta. «Molta parte del patrimonio culturale eoliano rischia di estinguersi», osserva. Il desiderio sarebbe quello di poter «salvare tutto», ma soprattutto «la memoria di un tempo più autentico, essenziale e selvatico».
Per spiegare il ruolo dello scrittore come custode della memoria, Cortese sceglie una frase di Gustav Mahler: «La memoria non è culto delle ceneri ma custodia del fuoco». E aggiunge: «Affinché non si spenga (o non faccia danni), siamo tutti chiamati ad essere custodi del fuoco».
Non conservare il passato sotto vetro, dunque, ma mantenerlo vivo, permettendogli di parlare al presente.
Uno sguardo più ferito
Il poeta che oggi guarda il mondo non è più quello degli esordi. La scrittura è cambiata, così come è cambiato lo sguardo.
«Oggi è, probabilmente, uno sguardo più ferito».
Eppure il futuro continua ad avere una storia da raccontare. Cortese confessa di avere un nuovo progetto narrativo che lo accompagna quotidianamente: «Ho iniziato a scriverla e mi sono arenato più volte. Ma non demordo».
È forse questa la condizione autentica dello scrittore: continuare anche quando la strada sembra interrompersi. A un giovane di Lipari che volesse diventare poeta, Cortese non offre ricette. Offre qualcosa di più essenziale: «Gli direi che può essere tutto ciò che desidera, a patto di non avere mai paura». Il resto, aggiunge, appartiene alla vocazione individuale.
«Ti ho amata sempre»
Poi arriva l’ultima domanda, quella che riporta tutto al punto di partenza: Lipari.
Non la letteratura, non i premi, non i libri. Soltanto l’isola e una frase da consegnarle per sempre. La risposta di Davide Cortese è disarmante nella sua semplicità:
«Alla mia isola lascerei detto: “Ti ho amata sempre”».
Forse tutta la sua poesia, in fondo, può essere letta come un lungo viaggio verso queste quattro parole. Un viaggio fatto di vento, dialetto, nostalgia, memoria, luce, ferite e ritorni. Lipari resta lì, nel cuore delle Eolie, mentre il poeta se ne allontana e la ritrova ogni volta nella lingua degli affetti.
Non sembra una frase rivolta soltanto a Lipari. È la confessione di chi ha compreso che alcune terre non si possiedono, non si lasciano davvero e non si dimenticano.
La poesia di Davide Cortese nasce proprio da questa distanza: dal tentativo ostinato di salvare ciò che il tempo porta via. Una parola, una voce, una memoria, una luce sul mare. Non per trasformarle in cenere da conservare, ma per custodirne il fuoco.
Per questo, alla fine, rimangono quelle quattro parole.
«Ti ho amata sempre». Non sono soltanto il saluto di un poeta alla sua isola. Sono la misura di un’appartenenza che il tempo non ha consumato. Perché si può lasciare Lipari, si possono attraversare altri luoghi, cambiare paesaggi e stagioni, ma alcune terre continuano a vivere dentro di noi con la forza delle cose che non chiedono di essere ricordate.
E quando il vento delle Eolie torna a passare, forse porta con sé proprio questo: la voce di chi è partito, ma non ha mai smesso di tornare.









