Dal “vuzzarieddu” all’albero pasquale

Riceviamo da Pietro Lo Cascio e pubblichiamo

Pietro Lo Cascio
Pietro Lo Cascio

Tra le iniziative più risolute messe in atto dall’amministrazione Giorgianni si annovera certamente la demolizione dell’ex stazione Esso, la cui fatiscente e ingombrante presenza davanti all’ingresso del porto costituiva una sfida all’estetica e, per certi versi, anche alla logica.

In molti abbiamo apprezzato lo spazio visuale sorto con l’apertura di una “rotonda”, ancorché difforme dall’assunto geometrico insito in tale definizione, e a lungo ci siamo interrogati su cosa avrebbe preso il posto del vetusto distributore di carburante: i soliti beneinformati davano per certo un ufficio informazioni, qualcuno insinuava i bagni pubblici, mentre altri – più immaginifici – propendevano per un centro polifunzionale di servizi al turismo, bagagli annessi.

Dopo un po’, invece, ci siamo ritrovati un “vuzzarieddu”. L’estate era ormai alle porte, e questo reperto di antica e sapiente carpenteria avrebbe potuto evocare l’idea di piacevoli gite in mare, magari cullati dal solo rumore dei remi che affondano pigramente tra le onde. È vero che quella scenografia asciutta, quasi essenziale, con il gozzo spiaggiato sul ghiaietto, poteva far rivivere a qualche nostalgico i gloriosi anni dello tsunami, dell’“emergenza”, delle sirene d’allarme, dei ticket e di tutto il resto; ma erano tempi ormai lontani, le cose erano cambiate, l’amministrazione pure, e l’unica emergenza – al più – era costituita dal fatto che la calura agostana avrebbe presto trasformato il fasciame dello scafo in un colabrodo: un’evenienza tutto sommato accettabile, dato che nessuno aveva intenzione di rimetterlo in mare.ex esso

Ci eravamo appena abituati a quella enigmatica presenza quando, d’improvviso, il “vuzzarieddu” è stato fatto sparire e – in una sorta di un percorso a ritroso verso le origini – al suo posto è spuntato un albero. Non da solo, beninteso, ma con grande sforzo di mezzi, uomini e telefonini, che immortalavano in un’instancabile sequela di selfie i volti soddisfatti dei giovani della Consulta, ideatori della lodevole iniziativa. L’albero, per la verità, era stato offerto da Alessandro Seminara, ex amministratore di CdI-Siremar; alla luce di quanto accaduto in seguito, sorge il dubbio se la generosità dell’armatore fosse esclusivamente dovuta a una spiccata sensibilità verso le atmosfere natalizie, o – almeno in parte – alla scaramantica prudenza nel voler sfatare i cattivi presagi evocati dalla vista di un naviglio in secca.

Con il passare delle settimane, poi dei mesi, il gioioso turbinio di luci, festoni e pacchi regalo che decoravano l’abete ha lasciato il posto ai rami secchi e alle fronde ingiallite, secondo il consueto – e un po’ triste – destino che accomuna tutti gli alberi natalizi, anche quando hanno una dignità istituzionale. Dopo la Befana, infatti, sono arrivati il Carnevale e la sentenza che spariglia le carte in tavola nei trasporti marittimi, fregandosene della scaramanzia. Lipari ferve di preparativi per la stagione turistica che – è il caso di dirlo – incombe anche quest’anno come un evento inatteso; i problemi sono tanti, dagli stipendi non pagati alle strade colabrodo, all’acqua che non arriva e se arriva non si sa se sia davvero potabile. Eppure, nell’apparente distrazione generale, qualcuno si chiede cosa ne sarà dell’albero di Natale: incombe anche lui, come un fantasma di festività passate, su quelle che ormai bussano alla porta.

Pare che ci si stia attrezzando per trasformarlo in una palma.

 

Pietro Lo Cascio